Alla vigilia del debutto del “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”, l’intervista al cantautore lariano, che così racconta il senso profondo del nuovo tour che unisce folk e orchestra, memoria e attualità.
Dal ritorno nei teatri all’esigenza di rinnovare il repertorio senza snaturarlo, Van De Sfroos spiega perché la Folkestra non è una sinfonia, ma un organismo vivo fatto di storie, giovani musicisti e canzoni che continuano a parlare al presente. Un viaggio intimo e potente tra arrangiamenti inediti, brani riscoperti e testi che, a distanza di anni, si rivelano sorprendentemente profetici.
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Intervista a Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026
Davide, siamo alla vigilia del nuovo tour. Perché nasce “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026” e cosa racconta già dal nome?
Nasce da un’esigenza molto semplice: non ripetersi. Arriva l’inverno, arrivano i teatri e non c’è un disco nuovo da promuovere, quindi bisogna inventarsi qualcosa che abbia un senso. Con il passare degli anni il rischio è quello di diventare una sorta di “opera pop seriale”, tutte uguali. La Folkestra nasce proprio per cambiare gli ingredienti, senza tradire lo spirito. Il nome dice tutto: folk e orchestra insieme, ma senza l’idea della sinfonia classica.
In che modo questo progetto si distingue da esperienze come Synfuniia o dal FolkCooperaTour del 2016?
Synfuniia era un’altra cosa: quaranta elementi, un maestro, io accompagnato quasi come una colonna sonora. Qui invece c’è ancora una band vera, con batteria, basso, contrabbasso, chitarre, tastiere. Accanto a loro una piccola orchestra: violini, viole, violoncello, fiati. È una fusione, non una dilatazione. Se devo trovare un paragone visivo, penso a Master and Commander: musicisti che suonano insieme come in una taverna di pirati, ma con una dimensione epica.
Come cambiano le canzoni con questi nuovi arrangiamenti?
Le canzoni più movimentate non perdono forza né allegria, anzi vengono sostenute da uno spirito quasi battagliero. Quelle più lente e narrative, come Infermiera o Il cavaliere senza morte, trovano invece una profondità nuova: è come se avessero finalmente un fondale teatrale adeguato. Tutto resta funzionale, vivo, mai ingessato.
Il tour richiama anche esperienze passate con musicisti molto giovani. Quanto è importante questo aspetto?
È fondamentale. Sul palco saremo in tredici e molti dei musicisti dell’area orchestrale sono giovanissimi. Mi ricordano molto l’esperienza con gli Shiver nel 2016: energia, entusiasmo, incoscienza positiva. Portarli in giro nei teatri, dar loro visibilità, è anche un atto di responsabilità e di orgoglio. Ci sono talenti enormi che restano chiusi negli studi: il palco serve anche a questo.
Il cavaliere senza morte torna in scaletta dopo anni. Perché proprio ora?
Perché oggi regge più di prima. All’epoca l’avevamo messa da parte: era complessa, lirica, difficile da rendere dal vivo. Ora gli elementi ci sono tutti. E soprattutto ci siamo resi conto che è una canzone profetica: racconta la guerra, l’immortalità come condanna, il ripetersi della violenza nella storia. Se oggi quel cavaliere si svegliasse e vedesse passare i carri armati, sarebbe esattamente il nostro presente.
Molti tuoi brani sembrano parlare più chiaramente oggi di quando sono stati scritti. Capita anche a te di riscoprire la loro forza?
Sì, ed è una cosa potentissima. Guardare i propri testi dopo anni è come specchiarsi in un volto diverso. Riascoltandoli, ti accorgi che c’era qualcosa nel subconscio che allora non vedevi. È come se avessi deposto delle uova anni fa e solo oggi si fossero schiuse. Ricantare quei brani con questi musicisti è una vera macchina del tempo.
Brani come Sügamara o Infermiera oggi appaiono sorprendentemente moderni. Come lo spieghi?
Perché parlano di anti-eroi, di quotidianità epica. Infermiera racconta una figura invisibile, una donna che salva vite senza essere celebrata, che chiede solo di poter amare in mezzo all’orrore della guerra. È una metafora gigantesca di ciò che viviamo oggi: persone che lavorano in silenzio per ricostruire, mentre altri distruggono senza scrupoli.
Quanto conta il teatro in questo tipo di racconto?
Tantissimo. Il teatro ti premia con l’ascolto: c’è silenzio, c’è acustica, puoi permetterti di mormorare. I concerti estivi sono meravigliosi, ma caotici. L’inverno nei teatri è congeniale a queste canzoni, che hanno bisogno di spazio, attenzione e respiro.
Il tour parte con molti sold out, senza un nuovo album. Come valuti questo segnale?
È un segnale enorme. Vuol dire che c’è ancora chi ha voglia di ascoltare queste storie a scatola chiusa. Questo pubblico è il carburante emotivo di tutto: senza di loro sarebbe un esercizio sterile. Noi saliamo sul palco per divertire, emozionare, restituire qualcosa a chi continua a seguirci da anni.
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Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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