Intervista a Eleonora Strino che ci racconta “Lumithia“, il suo nuovo album disponibile da venerdì 5 giugno su etichetta Cam Jazz. Il progetto contiene tredici tracce incise per chitarra sola ed è un lavoro profondamente intimo, narrativo e letterario, che si muove come un diario emotivo più che come una semplice raccolta di brani. Eleonora Strino è riconosciuta tra le più talentuose chitarriste della scena jazz internazionale e, in questa intervista, ci racconta la genesi di questo suo nuovo progetto e alcuni dettagli sul suo percorso artistico.
Intervista a Eleonora Strino, il nuovo album “Lumithia“
Cosa rappresenta “Lumithia” nel tuo percorso artistico?
Rappresenta sicuramente un’evoluzione più che artistica, che non mi permetto di giudicare, da un punto di vista umano perché si tratta di un’introspezione attraverso la lettura di alcuni romanzi e saggi scritti da autrici donne che mi hanno particolarmente colpita, e quindi è stata un po’ un’esplorazione dell’universo femminile, del mio, di quello di mia madre, delle mie sorelle e di altre artiste.
Il filo conduttore è una ricerca sul mondo femminile guardando a scrittrici, personaggi di romanzi, rivoluzionarie e affetti personali. Come hai scelto le protagoniste di questo progetto?
È stato difficile sceglierle perché avrei potuto scrivere tantissimi altri brani, però ho cercato di fare un compromesso tra alcune artiste che ce l’hanno fatta e altre più succubi del patriarcato, che hanno provato a ribellarsi ma poi non ce l’hanno fatta. Ho cercato di dare questo duplice messaggio.
Il titolo è lo stesso di un romanzo scritto da tua madre. Cosa significa “Lumithia” e perché hai scelto questo titolo?
Mia madre l’ha letto da D’Annunzio, vuol dire “luce della ragione” e a me faceva ridere il nesso che ci può essere tra Lucifero e Lumithia, perché Lucifero che noi immaginiamo come il diavolo è, in realtà, portatore di luce, quindi è come se Lucifero abbia in sé una saggezza dalla quale noi non possiamo proprio attingere, e per questo ci fa anche un po’ paura perché scende dalle tenebre e porta la luce anche per quanto riguarda la luce della conoscenza. Ed è però una figura maschile, quindi mi piaceva questo parallelismo con una figura femminile perché la matrice del nome è la stessa. Il romanzo di mia madre è molto autobiografico, parla della sua infanzia che è stata molto difficile, è cresciuta in un paesino del Cilento con pochissimi abitanti, erano quattro figli in una stanza, poi lei è andata in collegio dove ha subito anche delle violenze fisiche ed era molto intimorita dai fantasmi, così ho scritto questa melodia per provare a rassicurare mia madre quando era piccola.
È un disco per chitarra sola, quindi strumentale, però nell’ultima traccia canti anche una tua rilettura di “Alfonsina y el mar” di Mercedes Sosa. È la prima volta che canti in un tuo progetto e, in caso, da cosa è derivata questa scelta e pensi di riproporti ancora anche in questa veste?
Sì, è la prima volta che canto in un disco. Ogni tanto live canto proprio “Alfonsina y el mar” e un altro paio di canzoni, ma non mi sono mai sentita realmente una cantante perché sono principalmente chitarrista, quindi non so se mi riproporrò in questa veste. Ho scritto un disco di mie composizioni musicali da cantautrice, ma non l’ho mai fatto uscire, chissà un giorno… Per ora non lo so perché devo ancora fare pace con questo aspetto.
Nel tuo curriculum ci sono tante collaborazioni importanti ed è impossibile non menzionare Ornella Vanoni, con cui hai collaborato nel tour “Donne e musica“. Che ricordo hai di questa straordinaria artista?
Un ricordo fantastico, Ornella era veramente incredibile, avrei un sacco di aneddoti da raccontare. Nel mio lavoro Ornella ha avuto un ruolo fondamentale per il mondo femminile perché lei ha sempre lottato per questo, sul palco diceva “Non ho capito perché quando io torno a casa non c’è nessuno ad aspettarmi e, invece, quando tornano a casa i miei colleghi uomini c’è sempre qualcuno che li aspetta“.
La rivista Jazz Guitar Today ti ha dedicato due copertine e, in generale, il tuo nome ha un grande richiamo nella scena jazz internazionale. Cosa significa rappresentare da donna un mondo come quello jazz che è sempre stato considerato molto maschile?
Impegnativo, molto. Adesso non ci penso più che sono una donna, cerco solo di essere una brava musicista, però il percorso è stato duro. All’inizio non sai mai se ti notano perché sei veramente brava oppure solo perché sei una donna, quindi è stato complesso però poi, dall’altra parte, devo dire che sono anche molto coccolata. Io cerco di fare il possibile anche se non ho molti esempi, prima di me c’erano Mary Osborne che suonava lo swing nelle orchestre e Emily Remler che era una grandissima artista morta di overdose quando aveva solo 30 anni, e lei nelle interviste ha sempre detto di provare un certo malessere nell’essere una donna all’interno di questo mondo, tanto è vero che la sua morte è stata una sorta di suicidio dovuto a questa depressione perché lei si sentiva carica di aspettative e non riusciva ad affrontare ogni volta questo confronto. Io ho trovato la forza dal lavoro che hanno fatto queste artiste prima di me. Se loro hanno lottato e io sono arrivata dopo, significa che io sono più fortunata perché la strada l’hanno già aperta loro e magari anche io potrei influenzare e fare sentire più avvantaggiate le ragazze che verranno dopo di me e che inizieranno a suonare la chitarra. Mi piace questo filo conduttore.
Quest’anno hai debuttato per la prima volta in tournée negli Stati Uniti. Che esperienza è stata?
Pazzesca. Sabato parto ancora per Los Angeles e Las Vegas. Suonare in America è il sogno di una vita, il pubblico è il più incredibile che io abbia mai avuto perché quella è musica loro, quindi sento un grandissimo rispetto per quello che faccio: platee piene, sold-out, standing ovation… È stato incredibile sotto quel punto di vista e non me lo aspettavo proprio, poi però c’è anche l’altro aspetto dell’America che è quello della durezza americana che coinvolge la società e tutto il resto, quindi è stata un’esperienza con un duplice significato.
Chiudiamo facendo un passo indietro e uno in avanti. Com’è nata la tua passione per la chitarra e cosa vorresti nel tuo futuro musicale?
La mia passione per la chitarra è iniziata casualmente, perché è nata in un momento in cui io la musica non la prendevo neanche in considerazione. Vengo da una famiglia di artisti perché mio padre era un grandissimo artista, anche mia sorella è una pittrice incredibile, però di musica non c’era una grande conoscenza, solo mia sorella Serena suonava un po’ la chitarra, cantava, e stava con un ragazzo che era appassionato di jazz. Io ho ascoltato un disco di jazz che è stato portato a casa mia proprio da lui ed è stato un colpo di fulmine, mi sono innamorata di questa chitarra jazz e ho deciso di voler fare questo nella vita. È stata una folgorazione. Nel mio futuro vorrei avere l’opportunità di andare sempre avanti, di fare cose sempre più in grande ma non tanto a livello di location. Quello che voglio è crescere come artista.

Classe ’92, ho iniziato a scrivere di musica nel 2020 aprendo un mio blog con cui ho catturato le primissime attenzioni di artisti e addetti ai lavori, in particolare di Kekko Silvestre dei Modà, la persona che, più di tutti, mi ha spinto a credere in questa strada. Dal 2022 ho, quindi, iniziato a collaborare con due siti di informazione musicale focalizzandomi su recensioni, approfondimenti e analisi del settore
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