Eman

Intervista a Eman che ci racconta il suo nuovo album “Magarìa“, disponibile da giovedì 11 giugno. Otto brani che intrecciano dimensione personale e sguardo sociale, attraversando relazioni che si sgretolano, desiderio, appartenenza alla propria terra e amore per una figlia.

Il disco affronta anche temi come la solitudine digitale, l’indifferenza collettiva e una società che tende a trasformare tutto in spettacolo. L’artista sceglie di raccontare il presente dall’interno, senza scorciatoie né risposte definitive, mettendo al centro fragilità, dubbi e contraddizioni. Dal punto di vista musicale, “Magarìa” segna un’evoluzione rispetto ai lavori precedenti: produzioni completamente suonate, tra indie/alternative, rock e cantautorato, lasciano spazio centrale alle parole e all’urgenza espressiva. In questa intervista l’artista ci racconta la genesi del progetto e svariati dettagli sulle canzoni.

Intervista a Eman, il nuovo album “Magarìa

Cosa rappresenta “Magarìa” nel tuo percorso artistico?

Per me “Magarìa” rappresenta una variazione sul tema. Avevo bisogno di dare più spazio alle parole, sentivo che era il momento di fare qualcosa di diverso e, per i brani che erano usciti, pensavo anche che il titolo fosse quello giusto. Magarìa è una magia terrena, ancestrale, molto pagana ed è quello che è la musica per me.

Le canzoni vengono tutte da quello spazio che c’è in bilico tra ciò che si vorrebbe dire e ciò che rimane in gola. Qual è stata, in questo senso, la più difficile da scrivere?

Una canzone in gola” è stata quella un po’ più complessa perché avevo tanto da dire e condensare tutto in un brano è stato difficile. Inizialmente il titolo doveva essere “Lettera a un amico“, che è quello che è il brano, quindi ogni volta mi venivano un sacco di cose da scrivere a mo’ di sfogo e ho dovuto condensare il tutto e fare in modo che uscisse fuori in poche parole quello che volevo dire.

È un disco mosso anche dall’amore per una figlia. Cosa vorresti trasmetterle con questo progetto?

Che si può stare in bilico, è quello che dico nel brano “L’equilibrista“. Il mio è un lavoro da precario, l’artista è un precario per definizione, però a me quell’idea dell’equilibrista che è a due passi dalla caduta o dal volo è una sensazione che mi piace. Poi era anche un modo per dire “vedi, tuo padre è in bilico però rimane vivo e non si tira indietro” e, soprattutto, una figlia ti dà uno stimolo per andare avanti, per fare qualcosa in più e per essere da esempio. Il coraggio di fare ciò che si vuole e ciò che ci si sente è un coraggio che spesso manca e spero che lei lo abbia.

Dal punto di vista musicale, “Magarìa” segna un passaggio importante con le produzioni tutte suonate. Da cosa è derivata questa voglia di proporre tutta musica suonata in un periodo in cui ce n’è ben poca?

È proprio il fatto che tutti vanno verso una direzione in cui io ero già stato, perché quando ho iniziato facevo un tipo di musica che, all’epoca, non aveva neanche un nome e oggi si chiama urban. Nel 2010 mi mettevano insieme ai rapper ma io non lo ero, oggi invece questa strada c’è però, secondo me, la musica ha bisogno anche della formula dello studio e di sentire gli strumenti. Avevo voglia di lavorare come si faceva tanti anni fa, poi credo anche che il suonato dia più spazio ai testi.

A questo punto dovrei confessare“: è con questa frase contenuta in “Luce dalle crepe” che si apre il disco. Che importanza ha il bisogno di guardarsi dentro nella tua proposta artistica?

Tantissimo. Per me il fatto che il pubblico intuisca che io sono come loro è fondamentale. Si chiede sempre a un artista di dare una soluzione ma non è sempre così e la cosa che mi andava di dire era proprio questa: io sono come te, ho le tue stesse paure e le tue stesse fragilità.

In “Barricate” canti che “il ministro ama la guerra e lo dice con classe, cambio canale prima dell’applauso” ed è inevitabile trovare un rimando a un’attualità piena di conflitti e, casualmente, anche con le polemiche degli ultimi giorni sul fatto che un artista debba o non debba prendere una posizione. Tu come ti poni a riguardo?

Io sono uno che ha sempre preso una posizione ma, se dobbiamo entrare nella dinamica di quella situazione legata alle parole di Francesco De Gregori, io capisco il punto di vista di una persona che ha scritto dei brani quando non c’erano i social. Oggi il fatto di poterne parlare a un pubblico più ampio ti porta anche a poter prendere una posizione, mentre all’artista prima si chiedeva di fare la sua musica e di prendere sì una posizione, ma in musica. Poi ammettiamolo, è anche imbarazzante il fatto che magari parli di Palestina e subito dopo parte un balletto. A prescindere dalla mia passione per il Principe, penso sia stata estrapolata la parte di un discorso più complesso come si fa di solito, e quella parte può sembrare antipatica ma io ho capito benissimo dove voleva andare. Il mio punto di vista è che non tutti sono obbligati a prendere una posizione, però oggi chi ha la possibilità di parlare a un grande pubblico dovrebbe farlo, un po’ perché la musica oggi viene vista solo come intrattenimento e non più come un momento di riflessione, un po’ perché questo mondo ci porta a pensare a delle cose serie per un secondo e quello dopo, come dico nel brano, ti appare la scarpa che volevi, la vedi in sconto e pensi all’improvviso a tutt’altro. Penso che questo sia triste e ci porta a vivere le cose in maniera anche troppo lontana.

Il ritornello della title-track è cantato in dialetto calabrese. Quanta influenza ha nel tuo percorso il legame con la tua terra?

Moltissimo, è molto influente anche se ormai vivo fuori da molti anni. Sono nato in un posto in cui c’era poco o nulla, e questa cosa mi ha spinto a immaginarmi tutto. Al di là della sua bellezza, è una terra difficilissima, è una terra che tende a farti dire che non ce la puoi fare e, invece, contrariamente a quanto si pensa, può essere uno stimolo e, per quanto ti abbia tolto tanto, devi dare qualcosa al posto in cui sei nato, dedicargli appunto dei pezzi oppure riprendere il dialetto è una bella cosa.

Non ho più la pena di dover piacere a qualche Dio“, canti in “Supernova“. Come si riesce a fuggire dall’ossessione di voler piacere a tutti i costi tipica dell’oggi?

Domanda molto intelligente, grazie per avermela fatta. Il fatto di dover piacere per forza penso sia uno dei drammi di oggi. I giovanissimi sono le prime vittime di questo dover apparire per forza bellissimi e felici. Nel brano io dico che, quando sei innamorato, non ti interessa di piacere a tutti ma solo a quella persona lì, e questo penso debba essere lo spunto per ogni punto della vita. Essere innamorato della vita significa anche non dover piacere per forza a tutti.

In “Cura di me” si parla di solitudine digitale e dell’apparenza tipica del mondo social. Quanto pensi che i social influiscano sulla difficoltà nel creare rapporti veri e duraturi?

Tantissimo. Lo sforzo che si fa per essere qualcos’altro sui social è una cosa che, inevitabilmente, ti porta ad avere delle ripercussioni sul tuo vivere comune. Questa cosa di dover essere per forza qualcosa che non siamo, secondo me, è una malattia e andrebbe affrontata in tutt’altro modo. Sono contento che in diversi paesi, anche se non ancora nel nostro, abbiano iniziato a mettere il divieto ai social fino a una certa età e penso che questa sia la strada giusta, anche per una questione di sanità mentale. Internet era una buona idea ma, per come l’abbiamo portato avanti noi, penso sia un dramma e quel brano parla proprio di quello che tu effettivamente sei quando non ti vede nessuno. Puoi anche essere poco in forma e poco felice ma non devi essere obbligato ad essere quello che non sei.

Ci sarà occasione per presentare dal vivo “Magarìa” e, se sì, dove potremmo trovarti?

Partiteremo in tour a ottobre in tutta Italia. Quest’estate saremo un po’ in giro ma non tantissimo perché volevamo fare un po’ di pausa dopo il lavoro in studio. Una data importante a cui tengo è quella dell’1 agosto al Be Alternative Festival dove suonerò insieme ai Subsonica e a Mille, poi non vedo l’ora di andare in giro nei club perché quella è la dimensione che più mi piace. Il pubblico, vedere la gente da vicino, vedere i brani che effetto fanno: penso sia quello sia il fine ultimo per ogni artista.

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