La nostra intervista a Enrico Capuano, capostipite del folk rock italiano, artista con una ricca gavetta e una vita intera dedicata alla musica. Vita passata, di palco in palco e in giro per il mondo.
Il nuovo singolo “Milano è Sud“, è un brano che ci invita a ballare con un sorriso, ricordando a sé stesso e a tutti noi, di non dimenticare quanto sia bello il mondo, soprattutto se si impara, ogni tanto, a cambiare punto di vista.
Il brano, scritto a quattro mani con Dunia Molina che è anche la voce femminile del pezzo, è stato registrato con le chitarre di Massimiliano Rosati, la batteria di Daniele Iacono e il basso Roberto Lo Monaco. Il brano è accompagnato anche da un video animato che, come in un prolungamento del senso, ci fa comprendere e apprezzare di più le sonorità, gli intenti e il messaggio trasmesso.
L’arte della semplicità al servizio della musica, per ricordare e ricordarci, che la musica è emozione senza complicazioni, ma con tanta passione.
Intervista a Enrico Capuano
Partiamo da “Milano è Sud”, da quali stati d’animo ti sei lasciato trasportare?
«Se dovessi scegliere, direi felicità, simpatia, ironia e leggerezza, anche perché è un brano semplice e che può arrivare a tutti. Senza essere pesante e senza complicazioni».
Il brano vede la collaborazione con Dunia Molina, sia nella composizione che nel cantato. Come sono avvenuti il vostro incontro e l’idea di realizzare questo pezzo?
«Ho conosciuto Dunia quando aveva circa 20 anni, aveva e ha tuttora una voce incredibile. Con il passare del tempo è rimasta affascinata da questo folk ed è poi entrata nella band. Lei è un’artista completa, capace di collaborare con naturalezza con grandi nomi e in grandi progetti. L’idea del pezzo è nato dopo un viaggio in Olanda. Parlando con Dunia ci siamo detti: “Dobbiamo scendere a Milano”. Il verbo scendere mi ha fatto pensare: “Allora anche Milano è sud?” Noi viviamo dentro luoghi comuni che puzzano di muffa, idee che cambiano a seconda della propria percezione e del proprio punto di vista. Questa è una canzone che invita, in modo ironico e simpatico, ad andare oltre gli schemi. Così ci siamo messi a scrivere questo pezzo, con un testo fuori dalle righe e con una musicalità più popolare».
Una canzone dal sapore mediterraneo e dal valore cosmopolita, cosa pensi di aver imparato dai tuoi viaggi e dall’incontro con culture diverse?
«Già l’Italia è un Paese ricchissimo di diversità. Nella musica popolare italiana noi abbiamo, nel giro di pochi chilometri, generi diversi tra loro, come: la pizzica, il coro sardo, le melodie siciliane e le influenze celtiche del nord. Noi abbiamo una tradizione vastissima. Io ho unito queste esperienze con la mia musica e così, dagli anni ’80 porto in giro questo folk rock. Ho imparato che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, in ogni viaggio e in ogni luogo. C’è un detto, che mi piace molto e che dice: “Dio ci ha creato con una sola bocca e due orecchie per ascoltare di più”. Le diversità, se ben gestite, sono un elemento di ricchezza. La musica stessa è contaminazione».
Dal punto di vista musicale, che tipo di lavoro c’è stato dietro la scelta del sound e la costruzione del groove?
«È nato in modo abbastanza semplice, in testa avevo già un’idea per la musica e grazie ad uno strumento ritmico l’abbiamo messa in atto. Un suono quasi saltellante, una forma di ritornello che dà il sale al brano. Musicalmente è un brano molto semplice, anche perché non bisogna sempre complicare le cose. Se una cosa funziona, funziona e basta, non bisogna mettere mille strumenti e strafare, con il rischio di appesantire tutto».
C’è una frase che rappresenta e sintetizza al meglio il senso di “Milano è Sud”?
«“Oggi si lavora in nero e domani è un bel mistero”. È una frase che riporta alle mie radici popolari, mi piace ricordare i sacrifici delle persone e della mia famiglia. Sacrifici normali per chi veniva dalla periferia come me. Oggi diamo per scontato tutto, ma prima non era così».

A livello tematico, cosa aggiungono le immagini del videoclip ufficiale?
«Il cartone animato aiuta a stimolare la fantasia, perché la fantasia è un qualcosa che va coltivata. Questo è un video essenziale, perché ritmico e attaccato al groove del brano. Le immagini infatti sono sincronizzate alla canzone. Nel videoclip, inoltre, vengono descritti anche dei personaggi piuttosto pittoreschi che, alla guida di una macchina, fanno un viaggio tra momenti reali e interiori. Un’idea un po’ beatlesiana».
Se dovessimo incasellare la tua musica in un genere, sempre ammesso che sia possibile, come la descriveresti?
«È difficile rispondere a questa domanda. Fin dai miei esordi, ho sempre avuto difficoltà a mettermi in un genere preciso. Se dovessi scegliere, direi: folk rock o world music».
Per concludere, qual è la lezione più importante che pensi di aver appreso dalla musica fino ad oggi?
«La musica è tutto per me, è famiglia, amicizia, è rapporti e condivisione. Insomma, è la mia vita. In passato, ho dovuto fare un trapianto di cuore e ho trovato la forza di superare il tutto grazie alla musica. Quindi, quello che penso di aver imparato, è di vivere senza tralasciare nulla, di dedicare il giusto tempo agli affetti più cari e alla musica e godermi le piccole cose della vita».
Nato a Milano nel 1986, è un giornalista attivo in ambito musicale. Attraverso il suo impegno professionale, tra interviste e recensioni, pone sempre al centro della sua narrazione la passione per la buona musica, per la scrittura e per l’arte di raccontare. È autore del libro “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (edito D’idee), impreziosito dalla prefazione di Amadeus. Insieme a Marco Rettani ha scritto “Canzoni nel cassetto”, pubblicato da Volo Libero e vincitore del Premio letterario Gianni Ravera 2023.
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