Intervista a Franco Mussida, che ha pubblicato per Salani Editore il romanzo autobiografico Il Bimbo del Carillon. Qui il link per l’acquisto.
Franco Mussida presenterà il suo nuovo libro il 5 dicembre presso la Libreria Lovat di VILLORBA, in provincia di Treviso, insieme a Gian Antonio Stella (Via Isaac Newton, 32 – inizio evento ore 18.30) e il 10 dicembre presso Aule Superiori – Chiesa Santa Maria Speranza a Scampia a NAPOLI (inizio evento ore 18.45 – Via Arcangelo Ghisleri).
La presentazione a Scampia si lega ai 7 anni di lavoro musicale nel carcere di Secondigliano (Napoli). Un progetto con speciali audio teche di sola Musica strumentale al quale hanno partecipato diversi musicisti napoletani.

Intervista a Franco Mussida
Franco, “Il Bimbo del Carillon” è il tuo primo romanzo autobiografico. Qual è stato il momento in cui hai deciso di raccontare la tua vita in questo modo? Che differenza c’è tra raccontarsi attraverso la Musica e farlo tramite la scrittura?
Nel 2012 ho sentito il bisogno di rivedere gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza per rivivere e osservare le combinazioni che mi hanno portato a passare la mia vita privilegiando le orecchie più che gli occhi. Scrissi 150 pagine. Le lasciai li. Nel 2017 il mio editore, Salani, mi chiese di poterle leggere. Con entusiasmo mi fece un contratto immaginando che lo terminassi. Ma non lo feci. L’anno dopo scrissi sempre per Salani un saggio: “Il Pianeta della Musica – come la Musica si relaziona con le nostre emozioni”. Fu pubblicato nel 2019. Oggi siamo alla quinta edizione. Poi il Covid, altre pubblicazioni e solo all’inizio di quest’anno ho deciso di terminarlo con il tanto che mancava. Io racconto storie sia attraverso suoni, la melodia, il terzo degli elementi oggettivi di quello che nei miei libri chiamo “Codice Musicale”, equiparabile al raccontare attraverso la scrittura letterale. La differenza è solo il mezzo, vanno studiati entrambi. Quello della parola, dello scrivere in modo romanzato è uno studio più recente, ho scoperto che mi piace e spero posso essere intuito da chi legge.
Nel libro esplori il potere della Musica fin dall’infanzia. Come hai scelto di raccontare il
legame profondo tra la tua crescita personale e la Musica, e come hai intrecciato questo percorso con la tua vita familiare e sociale?
Dovendo trovare un filo che univa la mia vita alla Musica è stato naturale trovare connessioni e relazioni in divenire. È proprio lo scopo del libro: l’occasione per intrecciare la scoperta della Musica con gli incontri inaspettati con persone determinanti che hanno segnato profondamente la mia vita.
Il romanzo si sviluppa come un viaggio interiore. Quanto di te stesso hai lasciato nel libro e quanto, invece, hai deciso di tenere per te? È stato difficile aprirti così tanto?
Il libro sono circa 400 pagine. Se avessi deciso di raccontare 45 anni di PFM, 35 di lavoro tra carceri e comunità che ho iniziato a sperimentare li nel 1987, 40 con il CPM Music Institute che è nato nel 1984, ci si più immaginare cosa ne sarebbe venuto fuori. Ho lasciato all’Occhio del Ricordo e all’Orecchio del Cuore il compito di scegliere l’essenziale senza rimpianti per ciò che è rimasto fuori. La domanda presuppone che sia stata notata questa scelta. Più che difficile è stato faticoso. Terminato il libro mi sono sentito fragile, senza forze, come svuotato. Ora quel vuoto è benedetto, so come riempirlo, spero riempirlo in tempi ragionevoli.
Il carillon che hai incontrato da bambino è il simbolo di un incontro magico con la Musica. Come descriveresti la tua relazione con la Musica in quel momento? Era già qualcosa di “destinato” a cambiare la tua vita?
È stata una scoperta progressiva che lega infanzia, adolescenza e età adulta. Un tempo ampio con tre comuni denominatori. La meraviglia della sua scoperta. La magia della sua forza e del suo potere sulla gente. La consapevolezza di dover proseguire nelle mie ricerche umanistiche e artistiche in quando sappiamo ancora troppo poco del suo vero effettivo ruolo. La Musica è uno “spettacolo”, ma non è nata solo per fare spettacolo.
In “Il Bimbo del Carillon”, parli anche di esperienze molto intime, come il tuo rapporto con la famiglia. In che modo la Musica è stata, per te, un linguaggio in grado di raccontare emozioni complesse, anche in ambito familiare?
La famiglia è la patria d’origine emotiva ed affettiva di ogni bambino del pianeta. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia dove c’era uno strumento musicale, una chitarra, e si cantava. Ho potuto osservare in prima persona come la Musica nelle feste del giovedì, dove nei primi anni 50 due famiglie, otto persone in tutto si ritrovavano a suonare e cantare insieme fosse l’unico momento in cui vedevo la mia famiglia davvero felice. Da lì l’inevitabile frenesia di impossessarmi dello strumento.
Il libro è diviso tra il passato e il presente, tra i ricordi dell’infanzia e i tuoi pensieri più maturi. Come hai strutturato il romanzo? C’è un passaggio particolare in cui ti sei trovato a “rivivere” un ricordo che ti ha emozionato più di altri?
Ho scelto di veleggiare libero, avanti e indietro nel tempo per alternare momenti più seri e intensi ad altri più leggeri e anche divertenti. La scelta di parlare in terza persona mi ha consentito di osservare con più precisione e profondità certi fatti e certi incontri per me fondamentali. Dallo scoprirmi inconsapevole logopedista di me stesso, autocorreggendo da solo un forte difetto di pronuncia, al racconto degli incontri karmici con i miei amici del gruppo, con Fabrizio del Andrè, Gaber, i detenuti di San Vittore. Tra ciò che mi ha toccato il cuore, quasi sconvolto, il ricordo di Alessandro, un ragazzo che ho seguito nel suo percorso di redenzione e che non sono riuscito a salutare prima che morisse.
La natura ha un ruolo importante nel tuo libro, con luoghi come l’Oasi di Ninfa che fungono da cornice per la tua riflessione. Perché hai scelto questa ambientazione e come ha contribuito a dar forma al messaggio del romanzo?
Ho scelto di fare un viaggio per raccontare il mio di viaggio. Spostarmi dai luoghi soliti per cercare un luogo che poteva essere un simbolo del cambiamento. Ero stato a Sermoneta e all’oasi di Ninfa nella pianura Pontina con mia moglie nei primi anni ’80, ne ero rimasto affascinato per la sua bellezza e purezza. La Musica provoca in noi continui cambiamenti, pure intenzioni emotive, ti fa provare tutto senza spiegarti niente. Proprio come la bellezza della Natura, di fiori e piante che con i loro colori e forme con la loro purezza suscitano in noi ogni tipo di emozione e di immaginazione. L’oasi di Ninfa è un luogo bonificato in 800 anni di lavoro dell’uomo, ma alla fine il cambiamento dalla mal-aria alla buon-aria si è compiuto.
Nel romanzo, parli della Musica come di un “linguaggio universale”. In che modo questo concetto si trasforma nel libro, e qual è il messaggio che vuoi trasmettere riguardo al suo potere di unire e cambiare le persone?
Lo racconto provando ad osservare il mio approccio alla Musica nelle diverse età. Dall’esperienza vissuta dalla mia generazione ad una sempre maggiore consapevolezza del ruolo del mondo del suono su di me e sulla gente. Fino ad arrivare allo studio sugli effetti emotivi che ci provoca interiormente. Un momento importante nel mio lavoro di ricerca di consapevolezza rispetto alla comunicazione musicale lo descrivo nel capitolo dedicato alla Leggenda della Principessa indiana una metafora che racconta come la Musica sia essenzialmente un linguaggio non verbale che racconta in modo puro i nostri stati d’animo e ci fa immaginare senza bisogno di usare gli occhi. Un altro messaggio è nel manifesto che scrivo in Io Noi La Musica: “Se le parole possono mentire, la Musica non mente mai”. La Musica può aiutarci a cambiarci in meglio, a rendere più socievole e consapevole la persona. Quindi può cambiare in meglio anche il Mondo.
C’è un filo rosso che collega la tua vita, il tuo incontro con la Musica e il cammino che hai intrapreso da giovane. Come hai lavorato per creare questa continuità tra l’infanzia e l’età adulta nel romanzo?
La connessione sta nella descrizione di due sogni. Quello del cavallo, simbolo della sincerità del Cuore che disarciona il suo fantino, simbolo dell’intelletto anaffettivo, e quindi abbraccia un procedere degli avvenimenti dal presente al passato immergendosi nei fatti con gli occhi del Cuore. L’altro è l’immagine quello del Laboratorio del filo rosso o del Karma, che si pone la domanda “Che differenza c’è tra caso e Destino”, che prova a portare il passato nel presente fino ad avventurarsi nel futuro.
C’è un momento nel libro in cui descrivi la tua consapevolezza del potere della Musica e del suo impatto sull’individuo. Come si è evoluto questo pensiero nel corso degli anni e come si riflette nei tuoi scritti e nei tuoi insegnamenti?
Ciò che si può definire consapevolezza, ovvero il frutto di un lavoro di ricerca di esperienze umane dirette e di osservazioni. Esperienze di palcoscenico, di concerti e di scrittura. Di 35 anni di indagini sugli effetti della Musica sulla persona, sul mistero che trasforma la Musica in emozioni. È un lavoro mai finito che, come obbiettivo, ha la restituzione agli ascoltatori del frutto di queste ricerche.
Nel libro, la Musica è vista come uno strumento di trasformazione personale e sociale. Come ti sei avvicinato a questa visione nella tua vita? C’è stato un momento cruciale che ti ha portato a riflettere su questa capacità della Musica di cambiare le persone?
La Musica è uno stupefacente naturale un potente mezzo di intima trasformazione. L’analogia non è casuale. Ho iniziato ad occuparmi di tossico dipendenze aiutando, con mia moglie, alcuni eroinomani già nei primi anni 70. Ma il via a questo aspetto è il 1987, anno del mio primo laboratorio nel raggio del tossicodipendenti di San Vittore. Quei primi laboratori non hanno solo cambiato la mia vita, ma quella di tanti detenuti. La Musica infatti si può dire sia Vitamina per la coscienza. Oggi operiamo con il CPM Music Institute al posizionamento di audioeche speciali che sono a San Patrinano, San Vittore e presso centro di accoglienza della Fondazione Progetto Arca.
Il romanzo è intriso di un senso di ricerca e di scoperta. Come pensi che la lettura del libro possa ispirare chi sta cercando la propria strada, magari anche in ambito artistico o musicale?
Aver scritto il libro in terza persona, per chi vive il proprio lavoro, come un non lavoro, ma come una passione irrinunciabile, penso possa aiutare ad entrare in una speciale sintonia con la mia storia.
Nel romanzo c’è una forte riflessione sul “karma” e sul destino.
In che modo la tua concezione di questi temi si intreccia con il tuo legame con la Musica?
Provo a raccontarlo nelle tavole del Pianeta della Musica quanto tocco il tema del sesto elemento soggettivo del codice musicale: quello del filtro musicale, unico e irripetibile, che si lega direttamente alla persona, formando un’unica cosa con il nostro carattere, del tipo “Dimmi che Musica ascolti e ti dirò chi sei”.
C’è un capitolo o una parte del libro che senti particolarmente rappresentativa del tuo percorso? Un passaggio che, riguardandoti, ti sembra simbolico di ciò che volevi dire con questa opera?
Il capitolo che riguarda la Nuvola, riguarda la mia generazione. Gente che si può dire abbia fatto il bagno nella Pozione Magica. Così mi piace dipingere quella straordinaria stagione d’esperienza che è stato quel periodo storico va dal 1967 al 1974. Una generazione che si è goduta tutto ma ha passato ben poco ai giovani delle generazioni successive. Fu un periodo cosi speciale che mi è venuto perfino di scrive un manifesto generazionale dove: “Se le parole possono mentire la Musica non mente mai”.
Cosa ti aspetti che i lettori traggano da *Il Bimbo del Carillon*, soprattutto coloro che si avvicinano alla Musica non solo come ascoltatori, ma come strumento per conoscersi meglio?
Mi auguro di offrire stimoli per nuove riflessioni negli ascoltatori, nuove domande. Domande sulla Musica sulle qualità del suono, sul suo ruolo come strumento di crescita umanistica personale. Per i giovani musicisti spero possa aiutare a maturare motivazioni per il futuro, generare curiosità. La nostra generazione ha ancora tanto da dire e da dare, il meglio se l’è si tenuto per sé. Questa è anche la ragione per cui, con la chitarra in mano, rifletto e porgo questi temi che sono tremendamente di attualità in un concerto. Spero di farne tanti.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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