Giovanni Toscano Foto stampa Il Gioco delle Tre Domande_Credits Sara Sabatino

Intervista al cantautore Giovanni Toscano che venerdì 27 marzo ha pubblicato il suo nuovo EP “Il Gioco delle Tre Domande”.

C’è una linea sottile che separa la disillusione dalla consapevolezza, e Il gioco delle tre domande, il nuovo EP di Giovanni Toscano, si muove esattamente su quel confine. Un progetto che nasce da un momento preciso – la fine dei vent’anni – ma che si allarga rapidamente a una riflessione più universale sul cambiamento, sulle aspettative e sul senso delle esperienze negative.

L’EP si sviluppa come un piccolo racconto in presa diretta, dove ogni brano diventa una tappa di un percorso emotivo che non cerca soluzioni definitive, ma prova a mettere a fuoco le domande giuste. Toscano costruisce così un lavoro compatto ma sfaccettato, in equilibrio tra scrittura immediata e cura sonora, tra istinto e produzione.

Di seguito la tracklist dell’EP:

  1. Il Gioco delle Tre Domande
  2. Mi manca
  3. Una macchina giusta
  4. Dritti all’inferno
  5. Io e te

Dal punto di vista musicale, il progetto segna un’evoluzione: un suono più suonato, fisico, costruito insieme al produttore Paolo Caruccio, dove strumenti reali, archi e batterie convivono con momenti più essenziali. Il risultato è un EP che alterna leggerezza e malinconia, ironia e fragilità, mantenendo sempre una forte dimensione narrativa e confidenziale.

In questa intervista, Toscano racconta la genesi del progetto, entrando nel dettaglio delle singole tracce e del lavoro sonoro che ne definisce l’identità.

Intervista a Giovanni Toscano, il nuovo Ep “Il gioco delle tre domande”

“Il gioco delle tre domande” arriva in un momento molto preciso della tua vita: che tipo di progetto rappresenta all’interno del tuo percorso?
È un racconto molto diretto, quasi una fotografia senza filtri di quello che è stato il mio ultimo anno, quello dei 29 anni. Un momento che mi ha colpito più di quanto immaginassi: pensavo fosse un passaggio leggero, invece ha avuto un peso emotivo forte. Questo EP nasce proprio da lì, da una fase di transizione in cui inizi a fare i conti con quello che sei stato e con quello che stai diventando.

Il progetto nasce da una disillusione concreta. Quanto è stato importante partire da un’esperienza reale per costruire anche il suono del disco?
Tutto parte da qualcosa di autobiografico, anche quando non è dichiarato esplicitamente. Ci sono brani più vicini a esperienze dirette e altri più narrativi, ma in ogni caso parlano di situazioni che ho vissuto o sfiorato. Il pezzo che dà il titolo all’EP nasce proprio da un gioco reale, un gioco di società fatto di domande che rivelano qualcosa di te. Mi ha colpito questa idea e l’ho trasformata in una canzone: da lì si è sviluppato tutto il progetto.

L’EP sembra costruito più sulle domande che sulle risposte. Come si traduce musicalmente questa sospensione?
Non è semplice tradurre un concetto del genere in musica in modo consapevole. In alcuni casi lo faccio proprio in modo diretto, inserendo domande nel testo. In altri è più una sensazione: una sospensione che resta, un senso di incompletezza. Credo che passi più dall’atmosfera generale che da una scelta tecnica precisa.

A livello sonoro il progetto risulta molto compatto. Quanto è stato importante lavorare con un unico produttore?
Tantissimo. Lavorare con Paolo Caruccio ha dato un’identità molto chiara all’EP. Abbiamo costruito un suono comune, un “vestito” riconoscibile per tutti i brani. Anche il fatto di registrare nello stesso studio, con gli stessi strumenti e la stessa stanza, ha contribuito a questa coerenza.

Si percepisce un suono molto “suonato”, fisico. E’ una direzione precisa?
Sì, volevamo che tutto fosse il più possibile reale: batterie suonate, archi veri, strumenti registrati in presa. Era importante dare una dimensione concreta, quasi tattile, al suono.

Il brano d’apertura ha un tono quasi filosofico ma resta accessibile. Come hai lavorato sull’equilibrio tra profondità e immediatezza?
In realtà è nato tutto in modo molto spontaneo. È una delle canzoni che ho scritto di getto, in pochi giorni. Lo stesso vale per “Io e te”. Credo che quell’immediatezza derivi proprio da lì: non c’è stata una costruzione troppo razionale.

Rispetto al tuo lavoro precedente, qui sembra esserci ancora più istinto. Sei d’accordo?
Sì, anche se paradossalmente il lavoro di produzione è stato molto curato. Però abbiamo cercato di mantenere una certa semplicità, di non appesantire troppo i brani. Questo probabilmente dà quella sensazione di maggiore istintività.

Come avete lavorato sugli arrangiamenti per tenere insieme momenti più essenziali e altri più pieni?
Ancora una volta è stato fondamentale lavorare nello stesso ambiente e con le stesse persone. Anche quando un brano nasceva altrove, lo riportavamo in studio per uniformarlo. Questo ha aiutato a mantenere una coerenza sonora.

La tua voce è spesso molto vicina, quasi confidenziale. È una scelta narrativa?
Sì, ma anche pratica. Ho una voce un po’ fragile, spezzata, e volevo scrivere canzoni che potessi cantare in modo naturale, anche in condizioni non perfette. Questo ha portato a una scrittura più semplice, quasi parlata in alcuni momenti.

Come lavori sulle dinamiche vocali nei passaggi più emotivi?
È un lavoro molto intuitivo. Ho studiato recitazione e tecnica vocale, quindi qualcosa mi è rimasto, ma poi sul momento seguo molto l’istinto. È un equilibrio tra consapevolezza e spontaneità.

“Mi manca” è fortemente legata alla memoria. Come hai costruito questa dimensione anche a livello sonoro?
Il punto di partenza è stato il testo, molto esplicito sul tema della nostalgia. Da lì abbiamo costruito il suono: piano vero, strumenti suonati, un approccio molto diretto. È stata una traccia guida per tutto l’EP.

“Una macchina giusta” ha invece una spinta più dinamica e ritmica.
È nata in studio, da zero, insieme agli altri. Ci siamo divertiti molto a costruirla, anche immaginando la storia. Il suono è più incalzante, quasi “meccanico”, proprio per restituire quell’urgenza e quel senso di rimpianto.

Nei tuoi brani convivono leggerezza e malinconia. È un tratto sempre più centrale?
Sì, è qualcosa che sento molto mio. È anche una caratteristica culturale, se vogliamo: ridere e soffrire nello stesso momento. Io tendo alla malinconia, ma cerco sempre di alleggerirla con ironia.

Consideri questo EP un capitolo chiuso o l’inizio di qualcosa?
È un inizio. I prossimi brani saranno molto legati a questo mondo, sia a livello sonoro che tematico. È il primo passo verso qualcosa di più ampio.

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?
Sicuramente i live, che sono fondamentali per me. Poi anche altri progetti, tra cui un’esperienza come attore. È un periodo pieno, ma molto stimolante.

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