Gregor Ferretti

Intervista a Gregor Ferretti, che si racconta; il nuovo album Al di là del buio, la poesia, l’amore e le contraddizioni del presente.

Poeta, cantautore, autore e compositore, Gregor Ferretti ha costruito un percorso artistico nel quale la parola non è mai soltanto uno strumento per raccontare, ma un modo per osservare il mondo, attraversarne le contraddizioni e provare a restituirgli un significato. Dalla poesia alla canzone d’autore, passando per la scrittura per immagini e la collaborazione con la PFM, la sua ricerca si muove da sempre sul confine tra dimensione personale e collettiva.

Il 23 ottobre è uscito Al di là del buio, il suo nuovo album pubblicato da Artist First: dieci canzoni che diventano altrettante storie vere, attraversate da ferite, disincanto, ironia e improvvise aperture di luce. Un lavoro nato da un flusso di coscienza e dalla necessità di affidare alla propria voce parole profondamente sincere, anche grazie all’incoraggiamento ricevuto da Gianni Morandi, che lo ha invitato a interpretare personalmente queste canzoni. Nel disco convivono immagini crude e visioni poetiche, la frenesia della metropoli e il ricordo della Romagna, le solitudini digitali e il bisogno di ritrovare un contatto autentico con gli altri. Da Io e te (Siamo le rondini), riflessione sull’amore come scelta quotidiana, a La verità (Negli occhi dei cani), fino a Zoo di Berlino e Amore bipolare, Ferretti compone un racconto che interroga il presente senza rinunciare alla speranza.

In questa intervista, Gregor ci accompagna dentro la genesi del progetto, il rapporto tra poesia e canzone, il valore delle immagini e il significato di un titolo che suggerisce un percorso di trasformazione. Perché, anche quando il mondo sembra aver smarrito le proprie coordinate, resta la possibilità di attraversare il dolore, riconoscersi nelle proprie fragilità e tornare a cercare una verità umana. Magari proprio negli occhi di un cane, in un gesto d’amore o nella scelta di restare accanto a qualcuno.

Intervista a Gregor Ferretti, il nuovo album “Al di là del buio“

Partiamo da Al di là del buio, il tuo nuovo album. Che cosa rappresenta questo progetto nel tuo percorso artistico e umano?

Rappresenta non soltanto una tappa del mio percorso artistico, ma anche un momento di crescita autentica sul piano umano. È un passaggio importante, nel quale ho affidato alle canzoni, alle parole e alle visioni tutto quello che mi ha accompagnato fino a oggi. Credo che ci siano momenti della vita in cui si avverte la necessità di fare ordine, di guardarsi dentro e di capire che cosa si è diventati attraverso le esperienze vissute. Questo disco nasce anche da un’esigenza del genere: mettere a fuoco alcune immagini, alcuni dolori e alcune consapevolezze, cercando di trasformarli in qualcosa che potesse essere condiviso.

L’album raccoglie dieci storie vere che attraversano le ferite individuali e collettive del nostro tempo. Da quale esigenza personale e artistica è nato il disco? Quando hai capito che queste canzoni, pur autonome, potevano convivere all’interno dello stesso racconto?

Mi sono reso conto che questo disco poteva nascere mentre lavoravo come autore per altri artisti. In quel periodo ho liberato un flusso di coscienza che mi ha portato a scrivere canzoni molto diverse, alcune delle quali profondamente personali. Erano testi nei quali avevo messo dentro qualcosa di mio, senza cercare necessariamente una forma definitiva o immaginare subito una destinazione precisa.

A un certo punto è intervenuto anche un incontro importante. Mi trovavo nel backstage del Teatro Duse di Bologna, se non ricordo male, e avevo avuto l’occasione di far ascoltare alcune canzoni a Gianni Morandi. In particolare, avrei voluto affidargli un brano. Lui mi disse: «Gregor, tu devi cantare queste canzoni. Non le voglio, devi cantarle tu».

È stato un incoraggiamento significativo, perché mi ha spinto a considerare diversamente quei pezzi. Anche altri addetti ai lavori mi avevano suggerito di valutare questa possibilità: secondo loro, le canzoni erano sincere e avrebbero potuto perdere qualcosa della loro verità se fossero state affidate alla voce di un altro interprete, magari anche più bravo di me.

Non ho mai avuto la presunzione di considerarmi un grande cantante. Ho pensato, piuttosto, che il mio compito fosse quello di raccontare queste storie, come in un reportage fotografico della vita quotidiana. Ho cercato di lasciare sulla pagina delle impronte, quasi fossero impronte digitali, senza aggiungere altro. Il disco è nato così: dalla necessità di dare una forma a quello che avevo vissuto e osservato, mantenendo il legame con l’origine delle canzoni.

Nel disco il cinismo si alterna all’ironia, mentre il disincanto convive con momenti di grande delicatezza. Come hai trovato l’equilibrio tra queste componenti, costruendo un racconto personale che riuscisse, allo stesso tempo, a parlare di tutti?

Credo che dentro la penna di un autore convivano molte penne diverse, tanti modi di osservare e raccontare la realtà. Non siamo mai una cosa sola, e penso che questo valga ancora di più quando si cerca di mettere in musica le contraddizioni dell’esistenza.

Nel mio caso è stata soprattutto la vita, senza retorica, a spingermi verso queste canzoni. Sono un grande osservatore e ragiono spesso per immagini. Vivo da diversi anni in una metropoli e mi capita continuamente di soffermarmi sui suoi tic nervosi, sulle stereotipie delle persone, sui gesti che si ripetono e sulle abitudini che sembrano aver preso il posto delle relazioni. Allo stesso tempo, alcuni viaggi importanti mi hanno aiutato a cercare un percorso personale di quiete, una dimensione nella quale potermi riconoscere.

Ho semplicemente fotografato delle immagini e raccontato momenti che ho vissuto. Alcuni erano legati a un dolore molto forte, che chiamo dolore azzurro: un dolore che perde i propri confini, li supera e ti costringe a confrontarti con qualcosa di più grande della tua stessa natura umana.

Viviamo in un periodo storico nel quale sembra diventato difficile trovare un punto di contatto. Non ci tocchiamo più, non ci parliamo davvero e spesso comunichiamo in modo nevrotico, attraverso acronimi, messaggi rapidissimi e un bombardamento di immagini che ricorda il ritmo di un reel. Tutto scorre velocemente, ma non è detto che questa velocità ci permetta di comprenderci meglio.

In questo scenario convivono stati d’animo opposti, veri e propri ossimori dell’uomo contemporaneo. Ho cercato di raccoglierli e trascriverli. Anche l’ironia, in molti casi, non è un’ironia autentica o liberatoria: è amara, perché nasce dalla consapevolezza di ciò che siamo diventati. È un modo per dire che forse possiamo guardare le cose da un’altra prospettiva, senza fingere che il problema non esista.

Nelle tue canzoni convivono situazioni quotidiane, immagini crude, metafore spiazzanti e versi di grande intensità poetica. Come trovi il punto d’incontro tra l’esigenza di essere diretto e quella di preservare la complessità della parola?

La poesia è il mio punto di riferimento, il mio focus. Ho raccontato altre volte che ho scritto la mia prima poesia a otto anni. Andai da mio padre e gli dissi: «Babbo, ho scritto una poesia». Lui mi rispose in dialetto romagnolo: «Mi raccomando, non dirlo con nessuno che siamo rovinati».

È un ricordo che porto con me perché racconta, in maniera ironica, anche il mio percorso di accettazione della parola. Provengo da una realtà semplice e, prima di riuscire a portare all’esterno quello che avevo dentro, ho dovuto imparare a metabolizzare il mio io personale. Esporsi attraverso la scrittura non è sempre facile, soprattutto quando quello che scrivi ti somiglia davvero.

Dico spesso che le canzoni sono come farfalle nel palmo della mano: quando apri il palmo, volano via. La scrittura per immagini mi ha aiutato a fermare momenti, sensazioni e situazioni, quasi attraverso una sorta di procedimento cinematografico. Ho sempre avuto l’abitudine di lavorare con versi brevi, capaci di cristallizzare un pensiero e renderlo, in qualche modo, eterno.

All’inizio le mie canzoni erano probabilmente più poetiche. Con il tempo sono diventate anche più pulp, più metropolitane, perché sono cambiato io e perché ho imparato a sopravvivere dentro la metropoli, con i suoi ritmi e le sue nevrosi.

Ma la terra da cui provengo continua ad accompagnarmi. La Romagna è una presenza profonda nella mia scrittura, anche attraverso la sua fragilità geografica: è una terra che sembra sprofondare lentamente sotto il mare. Quando penso all’Adriatico, mi vengono in mente corpi abbandonati, detriti e relitti sulla sabbia. È un mare che ti accompagna e ti accoglie, ma che non conosce medaglie.

C’è in questo rapporto qualcosa di felliniano e, allo stesso tempo, qualcosa che mi rimanda all’immaginario di Michelangelo Antonioni e al suo Deserto rosso. È un legame fatto di paesaggi, malinconie e contraddizioni, che continua a riaffiorare anche quando racconto la città.

La poesia è il sale della terra e ho cercato di non scrollarmela di dosso. Poi è arrivata la canzone, che in qualche modo l’ha schiaffeggiata e costretta a confrontarsi con un’altra necessità espressiva. La poesia può colpirti in pochissime parole, lasciando qualcosa di potente e non necessariamente esplicito. La canzone, invece, dispone di più tempo e forse ha il dovere di rendere alcune cose più accessibili, di trasformarle in una specie di tatuaggio emotivo nel quale anche gli altri possano riconoscersi.

Il punto d’incontro sta proprio qui: non rinunciare alle immagini e alla vocazione poetica, ma abbandonarsi anche alla musicalità e alla dimensione fonetica delle parole. Dentro la vita ci sono già le poesie, così come dentro la musica ci sono già le canzoni. Il lavoro dell’autore consiste nel trovarle, attraverso un processo di sottrazione che ti porta a spogliarti di ciò che è superfluo.

Vorrei soffermarmi su Io e te (Siamo le rondini), uno dei brani più significativi del disco. L’immagine del nido costruito «sputo dopo sputo» è molto concreta e persino aspra, ma racconta anche la fatica quotidiana necessaria per costruire una relazione. Da dove nasce questa metafora?

Quando scrivo «sputo dopo sputo» parto da un’immagine reale: le rondini costruiscono il proprio nido proprio attraverso un lavoro continuo, utilizzando materiali che raccolgono e modellano. Mi interessava trasformare questo gesto naturale in una metafora dell’amore, senza addolcirlo o renderlo più romantico di quanto sia.

Con questa poesia ho vinto un importante premio nazionale. Ricordo ancora quando mi telefonarono dicendo che stavano cercando il poeta Gregor Ferretti. Mi venne da ridere, perché pensai che il poeta fosse Montale e che io fossi semplicemente Gregor Ferretti. Non amo molto la parola «artista», che considero inflazionata, e sono ancora più prudente quando si tratta di definirmi poeta.

Il testo nasceva da immagini legate alla mia infanzia: un cane magro, un cigno bianco nella notte blu, il ricordo di una crescita difficile. Mi sentivo come una rondine scartata, buttata fuori dal nido. In natura, infatti, può accadere che i piccoli più deboli vengano esclusi. Ho trasformato questa immagine in una riflessione sulla vita e sulle persone che, per ragioni diverse, si ritrovano per terra, ai margini, come se non ci fosse posto per loro.

La canzone racconta proprio l’incontro tra due persone che si riconoscono attraverso le proprie ferite. Entrambe sono state scartate, entrambe hanno conosciuto la difficoltà, ma insieme possono costruire qualcosa che prima non esisteva. L’amore diventa così una possibilità di risalita, una forma di verticalità che permette di guardare verso l’alto.

Mi viene in mente anche l’esempio dei miei genitori. Ho visto mio padre rimanere accanto a mia madre nella buona e nella cattiva sorte. È una forma di amore che non ha bisogno di gesti eclatanti, ma si costruisce nel tempo, attraverso la presenza e la capacità di affrontare insieme le difficoltà.

Le rondini non costruiscono il loro nido con i diamanti o con materiali preziosi. Lo fanno con il fango, lavorandolo pazientemente. Il risultato è imperfetto, perché è fatto di materiale organico, eppure può diventare incredibilmente resistente. È questa l’immagine che mi interessa: un amore che non nasce dalla perfezione, ma dalla volontà di costruire qualcosa insieme, giorno dopo giorno.

Forse sarò troppo romantico, ma credo che amare significhi rimanere e scegliersi tutti i giorni. Significa avere una vocazione alla libertà reciproca, lasciare che l’altro possa volare e sapere che anche noi possiamo farlo, ma scegliere comunque di restare quando esiste un motivo autentico per farlo.

Queste immagini arrivano dalle campagne in cui sono cresciuto, ma anche dalla metropolitana e dalla città. Penso alle persone anziane che si tengono per mano, a chi si sorregge dopo una vita trascorsa insieme, a chi continua a cercare un contatto umano nei grandi condomini metropolitani, dove il cielo quasi non si vede più. Anche lì, se guardi con attenzione, puoi trovare una forma di poesia.

Dal punto di vista musicale, Al di là del buio attraversa atmosfere molto diverse: dalla ballad pop-poetica che dà il titolo al disco alle sonorità electro-pop di Zoo di Berlino. Come avete costruito un vestito sonoro capace di rispettare l’identità di ogni brano?

Abbiamo cercato di seguire soprattutto la musicalità delle parole. Quando scrivo, mi abbandono alle visioni e alle immagini, ma sono anche molto attento alla struttura del testo. Sono quasi un nerd della scrittura: anche quando lavoro in versi liberi, cerco una concatenazione ritmica e una musicalità interna.

Per me, un testo non è mai soltanto una successione di parole. Al suo interno esistono già delle possibilità sonore, che possono trasformarsi in una melodia, in un giro armonico o in un arrangiamento. Le immagini evocano ambienti e panorami, suggeriscono atmosfere e contribuiscono a determinare il carattere musicale del brano.

L’arrangiamento è stato influenzato anche dalla necessità di dare una veste sonora alla speranza che attraversa il disco. Perché Al di là del buio non è un album che invita ad arrendersi. Al contrario, vuole ricordarci che possiamo essere persone migliori, ogni giorno, e che possiamo provare a lasciare qualcosa di positivo alle generazioni che verranno.

Non possiamo continuare a immaginare un mondo dominato dall’egocentrismo, dall’indifferenza e da un’emergenza climatica che sembra non riguardarci fino a quando non ci colpisce direttamente. Dobbiamo ritrovare dei punti di contatto, anche molto semplici, e recuperare una verità che forse abbiamo smesso di riconoscere nelle cose più elementari.

Attraversare il proprio dolore e trasformarlo in scrittura significa compiere una sorta di catarsi. Mi piacerebbe che alcune di queste canzoni potessero diventare quasi delle preghiere laiche: non perché offrano risposte definitive, ma perché permettono di continuare a sperare in un mondo migliore.

Noi siamo anche le nostre canzoni. Se riusciamo a diventare persone migliori, forse possiamo lasciare alle nuove generazioni una speranza che oggi sembra essersi smarrita, in mezzo ai conflitti di ogni tipo: quelli interpersonali, quelli emotivi e sentimentali, ma anche quelli che attraversano la società.

In La verità (Negli occhi dei cani) e Zoo di Berlino gli animali assumono un ruolo importante. Nel comunicato dell’album suggerisci che possano custodire una verità che gli esseri umani hanno perduto. Che cosa ci possono insegnare?

Credo che gli animali ci mettano di fronte a una forma di autenticità che spesso abbiamo dimenticato. Non hanno bisogno di costruire sovrastrutture per giustificare quello che sono, né di raccontarsi continuamente attraverso immagini o rappresentazioni di sé. La loro presenza può ricordarci quanto siano importanti le cose essenziali.

In La verità (Negli occhi dei cani) c’è un bisogno quasi disperato di liberarsi dalle ipocrisie e dai filtri attraverso i quali guardiamo il mondo. È una canzone che attraversa le contraddizioni del nostro tempo, gli egoismi, la crisi climatica e la difficoltà di riconoscere ciò che conta davvero.

La verità non è qualcosa che si può regalare o confezionare. È un segreto intimo, qualcosa che dobbiamo cercare e che spesso nascondiamo persino a noi stessi. In Zoo di Berlino, invece, il rapporto con gli animali si intreccia con l’eco-ansia e con il paradosso di una specie umana che si considera dominante, ma che rischia di compromettere le condizioni stesse della propria sopravvivenza.

Forse dovremmo imparare a recuperare una dimensione più istintiva, a riconoscere i nostri limiti e a smettere di pensare che tutto debba essere subordinato al nostro ego. Gli animali diventano così una specie di specchio: ci mostrano qualcosa che non siamo più capaci di vedere in noi stessi.

Non penso che la risposta sia tornare indietro o rifiutare il progresso. Penso, piuttosto, che dovremmo recuperare un rapporto più autentico con la natura e con gli altri. La verità e l’amore, in fondo, potrebbero partire proprio da lì.

Il titolo Al di là del buio suggerisce un attraversamento, non una fuga. La luce arriva soltanto dopo aver guardato in faccia le proprie ombre?

Credo che non si possa arrivare alla luce senza attraversare il buio. Non possiamo fingere che il dolore non esista o cercare continuamente una scorciatoia per evitarlo. A volte dobbiamo fermarci, riconoscere ciò che ci ha ferito e accettare che alcune esperienze abbiano cambiato il nostro modo di guardare il mondo.

Il buio, però, non deve diventare una condanna. Può essere una fase del percorso, un momento in cui siamo costretti a rimettere in discussione le nostre certezze e a capire che cosa vogliamo davvero. È da questa consapevolezza che può nascere qualcosa di nuovo.

Nel disco la luce assume forme diverse. Può essere un incontro, un amore, uno sguardo, un gesto semplice o la possibilità di ritrovare una parte di noi stessi che pensavamo di aver perduto. Non è necessariamente qualcosa di straordinario: spesso sono proprio le cose più piccole a restituirci un senso.

Penso che il titolo racconti anche questo movimento, dal dolore alla possibilità di rinascere, dalla morte simbolica di alcune certezze a una nuova consapevolezza. È un percorso che non riguarda soltanto il singolo individuo, ma anche il nostro modo di stare insieme e di immaginare il futuro.

In Amore bipolare racconti invece una relazione che si muove tra la freddezza degli schermi e il desiderio di un contatto fisico autentico. Quanto la comunicazione digitale sta cambiando il nostro modo di vivere i sentimenti?

È un tema che mi interessa molto, anche perché non ho un atteggiamento pregiudiziale nei confronti della tecnologia. Sono una persona curiosa, amo il futuro e credo nella sperimentazione del linguaggio. Non rifiuto l’innovazione e non considero necessariamente negativo tutto ciò che è digitale.

Il problema nasce quando gli strumenti diventano più importanti delle persone che dovrebbero metterci in comunicazione. Oggi possiamo raggiungere chiunque in pochi secondi, ma questo non significa che siamo necessariamente più vicini. A volte siamo continuamente connessi e, allo stesso tempo, profondamente soli.

In Amore bipolare ho cercato di raccontare proprio questa contraddizione. Da una parte ci sono gli schermi, i messaggi, le paranoie e gli addii consumati attraverso una chat; dall’altra c’è il desiderio di un bacio vero, di un abbraccio, di stare sotto la pioggia insieme a qualcuno. C’è la necessità di ritrovare il corpo, la voce e la presenza dell’altro.

La nostra vita sembra diventata un reel, un flusso continuo di immagini e stimoli che rischia di consumare anche le emozioni. Tutto deve essere immediato, visibile, condivisibile. Ma i sentimenti non sempre seguono questa logica: hanno bisogno di tempo, di ascolto e di una disponibilità che non si può ridurre a una notifica.

Non voglio negare il valore delle nuove tecnologie, né dell’intelligenza artificiale. Credo che possano essere strumenti utili e che sia importante sperimentare. Ma tutto dovrebbe rimanere subordinato a una verità umana. La tecnologia ha senso se ci aiuta a vivere meglio, a esprimerci e a entrare in relazione; diventa un problema quando finisce per sostituire ciò che rende autentica una relazione.

Nel tuo percorso convivono la scrittura per altri interpreti, la poesia e il lavoro con la PFM. Che cosa ti hanno insegnato queste esperienze sul rapporto tra la parola e la musica?

Ogni esperienza mi ha permesso di comprendere qualcosa in più sulle possibilità della scrittura. Lavorare per altri interpreti significa confrontarsi con sensibilità differenti, entrare in un universo che non coincide necessariamente con il proprio e trovare le parole capaci di esprimere una voce che non è la tua.

Allo stesso tempo, la poesia mi ha insegnato a prestare attenzione alla densità delle parole, al loro peso e alla capacità di evocare immagini anche quando non spiegano tutto. La canzone mette in relazione queste esigenze con una dimensione musicale che può amplificare il significato del testo, ma anche suggerire qualcosa che le parole da sole non riuscirebbero a esprimere.

La collaborazione con la PFM si inserisce in questo percorso di ricerca. Quando lavori con musicisti che possiedono un’identità così riconoscibile, devi trovare un equilibrio tra la tua scrittura e il mondo sonoro con cui sei chiamato a confrontarti. È un’esperienza che ti obbliga ad ascoltare, a metterti in discussione e a comprendere che il testo non vive isolato, ma entra in relazione con tutto ciò che lo circonda.

Con Al di là del buio ho potuto riportare al centro una dimensione più personale, lasciando che le canzoni raccontassero direttamente le mie immagini e le mie esperienze. Non significa rinunciare a ciò che ho imparato lavorando per gli altri, ma utilizzare quelle conoscenze per trovare una forma espressiva che mi rappresenti fino in fondo.

Guardando all’intero album, qual è il messaggio che vorresti arrivasse a chi ascolta? C’è qualcosa che speri possa cambiare nel modo in cui le persone guardano a se stesse e agli altri?

Mi piacerebbe che chi ascolta riuscisse a riconoscersi in queste storie, senza sentirsi obbligato a trovare una risposta definitiva. Non ho la pretesa di offrire soluzioni e non credo che una canzone possa risolvere i problemi del mondo. Può però aprire una possibilità, suggerire un punto di vista diverso o aiutare qualcuno a dare un nome a una sensazione che non riusciva a esprimere.

Vorrei che il disco ricordasse a tutti che possiamo essere migliori, anche attraverso piccoli gesti. Che possiamo imparare a riconoscere il dolore senza trasformarlo in un motivo per ferire gli altri. Che possiamo attraversare le nostre fragilità senza vergognarcene e provare a costruire relazioni più autentiche.

In fondo, il percorso che mi interessa è quello della catarsi: attraversare il dolore, trasformarlo e arrivare a una consapevolezza nuova. Non si tratta di cancellare il passato, ma di riuscire a guardarlo senza esserne completamente prigionieri.

Mi piacerebbe che queste canzoni diventassero qualcosa di utile nella vita delle persone, come il pane sulla tavola. Qualcosa che possa accompagnarle, farle riflettere e, magari, aiutarle a trovare un po’ di luce in un momento difficile.

Credo che abbiamo bisogno di ritrovare una speranza concreta, non quella che ci viene promessa attraverso slogan o formule preconfezionate, ma quella che nasce dalla possibilità di cambiare davvero il nostro modo di stare al mondo. Se riuscissimo a lasciare alle nuove generazioni qualcosa di migliore, avremmo già fatto un passo importante.

Per concludere, se dovessi riassumere il rapporto tra poesia e canzone che attraversa Al di là del buio, quale immagine sceglieresti?

Direi che dentro la vita ci sono già le poesie e dentro la musica ci sono già le canzoni. Il compito dell’autore è riuscire a riconoscerle, togliendo tutto ciò che impedisce loro di emergere.

Mi piace pensare alla scrittura come a un processo nel quale ci si spoglia progressivamente, fino ad arrivare a qualcosa di essenziale. È quello che ho cercato di fare con questo disco: partire da esperienze personali, da immagini e da ferite, per arrivare a storie che potessero appartenere anche agli altri.

Penso alle due rondini che, dopo essere state buttate fuori dal nido, si incontrano e scoprono di poter costruire qualcosa insieme. Magari hanno un’ala sola, magari non sanno ancora volare davvero, ma possono sostenersi e provare a raggiungere il cielo.

Per me la canzone e la poesia hanno questo compito: aiutarci a riconoscere ciò che siamo, a incontrare qualcuno che ci somiglia e a immaginare una possibilità che prima non vedevamo. Se riescono a farci sentire meno soli e a restituirci il desiderio di continuare a sognare, allora hanno trovato il loro senso.

Foto di Silvia Tofani

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