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Intervista a soap, che racconta l’album Sensible, il French touch, tra fragilità, radici, amore e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.

Con Sensible, il suo primo album, soap apre una finestra sul proprio mondo interiore e trasforma emozioni, insicurezze e contraddizioni in un racconto musicale da condividere con gli altri.

Dopo i singoli Cigarette e Sophie, la cantautrice, all’anagrafe Sophie Ottone, firma un progetto che mette al centro la sensibilità, non più soltanto percepita come una fragilità da nascondere, ma riconosciuta come una parte essenziale della propria identità.

Nata a Roma nel 2005 e cresciuta a Latina, soap ha costruito un linguaggio personale nel quale italiano e francese convivono con naturalezza, rispecchiando le sue radici e le influenze culturali che l’hanno accompagnata fin dall’infanzia.

Le sonorità francesi e le suggestioni nordafricane si intrecciano così a una scrittura intima, capace di alternare malinconia e leggerezza, introspezione e melodie più luminose.

Prodotto tra Italia e Francia, Sensible attraversa storie d’amore, assenze, paure, solitudine e difficoltà di comunicazione, senza cercare risposte definitive. A fare da sfondo c’è anche il contrasto tra Latina, luogo delle prime scoperte creative, e Milano, città che ha contribuito a sbloccare nuove possibilità espressive. Il disco assume la forma di un diario emotivo nel quale ogni brano illumina una parte diversa della stessa ricerca personale.
Ma raccontarsi significa anche esporsi, accettare lo sguardo degli altri e scoprire che le proprie esperienze possono diventare uno spazio di riconoscimento collettivo.

Nell’intervista per iMusicFun, soap ripercorre la genesi del progetto, il rapporto con la propria sensibilità, la scelta del bilinguismo e il significato di alcune canzoni, da Buona Vita al nuovo repertorio. Un dialogo che racconta una giovane artista nel momento in cui sceglie di mostrarsi senza filtri, con la consapevolezza che la musica può aiutare a conoscersi, ad accettarsi e, soprattutto, a sentirsi meno soli.

Intervista a soap, il primo album “Sensible”

Partiamo da Sensible, il tuo primo album. Dopo i singoli che hanno anticipato il progetto e le esperienze musicali che hai già vissuto, che cosa rappresenta questo disco nel tuo percorso artistico? Lo consideri un nuovo inizio, una tappa di maturazione o il primo vero mattone su cui costruire il tuo futuro?

Sicuramente rappresenta il primo mattone davvero importante. Non direi il primo passo in assoluto, perché in passato ho già pubblicato altri brani e un EP, Pas Facile, ma un album ha un peso particolare nella carriera di un artista. È un progetto più ampio, nel quale hai la possibilità di raccogliere tante esperienze, emozioni e pensieri e dare loro una forma più compiuta. Per me Sensible è proprio questo: un momento importante del mio percorso, nel quale ho potuto mettere insieme tante parti di me e capire meglio che cosa voglio raccontare attraverso la musica.

Il titolo Sensible racchiude l’universo emotivo del disco e richiama una sensibilità che, soprattutto durante l’infanzia, può essere percepita come una fragilità o persino come un difetto da correggere. Quando hai capito che questa tua caratteristica poteva diventare, invece, il punto di forza della tua identità artistica?

L’ho capito ripensando a quando ero piccola. Da bambina piangevo tantissimo e le maestre, mia madre e le persone che mi stavano intorno dicevano spesso che ero troppo sensibile. Quando sei piccola, una caratteristica del genere può essere vissuta come qualcosa di negativo, quasi un difetto da correggere. Nel mio caso, effettivamente, piangevo molto e probabilmente era necessario imparare a gestire meglio le emozioni.

Crescendo, però, ho cominciato a capire che quella sensibilità faceva parte di me e che non dovevo necessariamente eliminarla. Dovevo piuttosto imparare a conviverci, a farla emergere nei momenti giusti e a canalizzarla in una maniera che fosse positiva anche per me. Sentire tutto così intensamente non è sempre facile, perché a volte le emozioni possono diventare difficili da contenere. Allo stesso tempo, però, questa caratteristica mi porta a guardarmi dentro, a osservare le persone e a prestare attenzione a ciò che mi circonda.

È una dimensione che nella mia musica emerge moltissimo. Quando ho cominciato a riflettere sul significato del disco e sul titolo più adatto a rappresentarlo, ho capito che Sensible racchiudeva perfettamente le sue tematiche. In realtà, ho trovato questo titolo proprio agli sgoccioli, quando mancava poco alla pubblicazione. Mi è sembrato quello giusto perché riusciva a tenere insieme tutte le emozioni che avevo messo nell’album.

La musica, quindi, non è soltanto un modo per esprimere quello che provi, ma anche uno strumento per comprendere meglio te stessa. Quando scrivi una canzone riesci a dare un nome alle emozioni che stai vivendo oppure il processo creativo ti permette soprattutto di imparare a conviverci, anche quando non trovi una risposta definitiva?

Direi entrambe le cose. Scrivere mi ha permesso di scoprire molto di me stessa, anche mentre stavo lavorando ai brani. A volte mi capita di scrivere una frase e di chiedermi subito dopo perché abbia detto proprio quella cosa. È come se, attraverso le parole che scelgo, emergessero aspetti di me che magari non avevo ancora messo completamente a fuoco. Successivamente mi analizzo e provo a capire da dove nasca quel pensiero, che cosa ci sia dietro e perché abbia sentito il bisogno di esprimerlo proprio in quel modo.

La scrittura, quindi, è anche una forma di scoperta personale. Allo stesso tempo, mi aiuta a esorcizzare le emozioni e a viverle con maggiore serenità. Non significa necessariamente trovare una soluzione a tutto o riuscire a risolvere ogni problema, ma almeno riuscire a trasformare quello che provo in qualcosa di concreto.

Penso sia bello poter prendere un’emozione, anche negativa, e ricavarne qualcosa di positivo, come una canzone o un intero disco. In questo modo, quello che magari inizialmente mi faceva stare male può diventare qualcosa che ha un valore, sia per me sia per chi ascolta.

Hai raccontato Sensible come una sorta di diario personale, nel quale convivono storie, nostalgia, paranoie e solitudine. Quanto è stato difficile trasformare esperienze così intime in canzoni, sapendo che sarebbero diventate pubbliche e che chiunque avrebbe potuto ascoltarle, interpretarle e magari riconoscervi aspetti della tua vita privata?

In un primo momento non mi sono posta troppo il problema. Quando ho iniziato a scrivere, secondo me era importante sentirmi libera di dire quello che volevo, senza pensare continuamente a chi avrebbe ascoltato quelle parole o a che cosa avrebbe potuto pensare di me. In quella fase mi interessava soprattutto riuscire a esprimermi con sincerità.

Il discorso è cambiato quando si è avvicinata la pubblicazione e ho cominciato a rendermi conto di quanto avessi raccontato di me. A un certo punto ho pensato: «Ho detto un sacco di cose su di me, la gente sarà molto informata!». Mi sono anche chiesta come sarei stata percepita dopo l’ascolto del disco. Ho immaginato che qualcuno potesse pensare che fossi una ragazza piena di problemi, che avesse vissuto chissà quante situazioni difficili.

In realtà, nonostante non ami particolarmente espormi in maniera così diretta, raccontarmi attraverso la musica è qualcosa che mi piace molto. Credo sia bello poter condividere una parte di sé e, allo stesso tempo, creare qualcosa che possa essere ascoltato e nel quale anche altre persone possano riconoscersi.

Per me è importante che una canzone non rimanga soltanto la testimonianza di una mia esperienza personale, ma possa diventare anche uno spazio in cui qualcun altro ritrova un’emozione che ha vissuto. È uno degli aspetti più belli della musica: raccontare qualcosa di estremamente individuale e scoprire che, in realtà, può appartenere anche a molte altre persone.

Dal punto di vista musicale, Sensible è un disco vario, nel quale convivono sonorità differenti e atmosfere anche molto distanti tra loro. La tua voce sembra rappresentare il filo conduttore capace di tenere insieme questa eterogeneità. Era proprio questo l’obiettivo: lasciare che fosse la tua identità artistica a unire brani diversi, senza rinchiuderti in un unico genere?

Sono molto contenta che tu abbia fatto questa osservazione, perché era proprio uno degli obiettivi che mi ero posta. Sia da ascoltatrice sia da autrice e cantante, trovo interessante quando il filo conduttore di un album è soprattutto l’artista, la sua voce e il suo modo di raccontarsi, più che una sonorità sempre uguale.

Naturalmente, penso che nel disco ci sia comunque una coerenza musicale, ma non volevo realizzare un progetto composto soltanto da pezzi tristi, tutti caratterizzati dalla stessa atmosfera. Mi interessava spaziare tra generi e sonorità differenti, anche perché ci sono influenze musicali, soprattutto francesi, che mi piacciono molto e che volevo far emergere.

Mi piace particolarmente il contrasto tra un testo molto triste e introspettivo e una melodia o una base strumentale più vivace. È una combinazione che può creare un effetto interessante: mentre ascolti, magari ti lasci trasportare dalla musica e per qualche secondo ti distrai, senza capire immediatamente se quello che stai sentendo sia qualcosa di allegro oppure di malinconico.

Credo che questo contrasto rappresenti bene anche il modo in cui viviamo le emozioni. Non siamo sempre tristi nello stesso modo, così come non siamo necessariamente felici quando accade qualcosa di positivo. Dentro di noi possono convivere sensazioni differenti, e mi piace che anche la musica riesca a restituire questa complessità.

Una delle caratteristiche più riconoscibili del tuo progetto è il French touch, che si intreccia con una scrittura personale e con un uso del francese all’interno dei brani. In un panorama italiano nel quale il bilinguismo è ancora relativamente poco presente nel mainstream, come è nata questa passione e in che modo sei riuscita a trasformare influenze che fanno parte della tua storia in un linguaggio musicale originale?

Credo che sia successo in maniera molto spontanea. Sono bilingue, italo-franco-berbera, e sono cresciuta ascoltando musica proveniente da culture differenti. Non si tratta soltanto di canzoni in francese: mi è capitato di ascoltare anche musica in berbero e in arabo. C’è quindi un’influenza algerina e nordafricana che fa parte del mio vissuto, accanto a quella francese.

Sono sonorità che mi hanno accompagnata fin da piccola e che mi sono sempre piaciute. In un certo senso mi risultano familiari anche quando non sono pienamente consapevole del motivo per cui mi attraggono. A un certo punto ho capito che potevano diventare una chiave interessante per raccontarmi, senza dover necessariamente spiegare a parole da dove vengo o quali siano le mie origini.

Il fatto di essere bilingue, per me, non deve essere soltanto qualcosa da dichiarare nelle interviste: voglio che si possa percepire direttamente nella musica. È come se le due lingue facessero parte della mia quotidianità e dei miei pensieri, proprio come succede nella vita reale, quando utilizzo entrambe in maniera naturale.

È vero che nel mainstream italiano il bilinguismo non è molto diffuso. Si ascolta più facilmente lo spagnolo, anche perché è una lingua più vicina alla nostra, oppure l’inglese, che ha una dimensione internazionale consolidata. In passato alcuni colleghi mi hanno sconsigliato di insistere su questa strada, ma non me ne sono preoccupata troppo. Per me era il modo più giusto di esprimermi e anche una possibilità per proporre qualcosa di diverso.

Sono contenta di aver contribuito, nel mio piccolo, a portare questo incontro tra italiano e francese nella musica italiana. È una parte della mia identità e non avrei voluto rinunciarci per rendere il progetto più convenzionale.

Rispetto al precedente EP Pas Facile e ad alcuni brani che avevo pubblicato in passato, in Sensible ho scelto comunque di dosare maggiormente il francese. Volevo esprimermi in maniera più matura e risultare più comprensibile al pubblico italiano, lasciando però quella finestra aperta sulla lingua che mi accompagna da sempre. Non volevo eliminarla, ma trovare un equilibrio che mi permettesse di valorizzare entrambe le dimensioni.

Il bilinguismo, quindi, non è un semplice elemento estetico, ma un modo per raccontare la tua identità senza doverla spiegare continuamente. Quanto è importante, per te, che le persone possano percepire le tue radici attraverso la musica, anche quando non conoscono fino in fondo la tua storia personale?

È molto importante, perché credo che la musica possa raccontare tante cose anche senza bisogno di esplicitarle. Il modo in cui utilizzo le lingue, le sonorità che scelgo e le atmosfere che costruisco permettono di far emergere una parte di me in maniera naturale.

Non sento il bisogno di fermarmi a spiegare continuamente chi sono o da dove provengo. Preferisco che alcuni aspetti della mia identità siano presenti nelle canzoni e che chi ascolta possa scoprirli attraverso l’esperienza musicale.

Allo stesso tempo, mi piace l’idea che questo linguaggio possa aprire una porta anche per chi non ha vissuto le mie stesse esperienze. Non è necessario conoscere il francese o avere un legame con la cultura nordafricana per lasciarsi coinvolgere da una canzone. L’importante è che le emozioni arrivino e che il brano riesca a comunicare qualcosa.

Un altro elemento importante di Sensible è il contrasto tra Latina, la provincia in cui sei cresciuta, e Milano, la città nella quale hai vissuto per alcuni anni e che, da una parte, ti ha offerto nuove opportunità e, dall’altra, ti ha fatto sentire stretta. Quanto hanno inciso questi luoghi sulla tua evoluzione personale e sul tuo modo di scrivere?

Sono andata via da Latina molto presto. Dopo aver compiuto diciotto anni ho vissuto per circa un anno e mezzo a Catania, dove ho finito la scuola e dove si trovava la mia prima etichetta discografica. Successivamente mi sono trasferita a Milano, dove sono rimasta per un paio d’anni. Adesso vivo a Roma.

Mi sono resa conto che, durante il periodo trascorso a Milano, anche il mio modo di scrivere è cambiato. Riascoltando quello che facevo prima, mi sembra di essere migliorata nella maniera di esprimermi. Naturalmente è una mia percezione, ma penso che sia dovuto sia alla crescita personale sia all’ambiente nel quale mi sono trovata a vivere.

Milano mi ha sbloccato molte cose. È stata un’esperienza utile, perché mi ha permesso di confrontarmi con una realtà diversa e di ampliare le mie prospettive. Allo stesso tempo, Latina ha avuto un ruolo fondamentale all’inizio del mio percorso: è lì che ho cominciato a scrivere e a creare qualcosa di mio.

In provincia mi annoiavo molto e avevo voglia di fare qualcosa che mi appartenesse davvero. Non avrei mai immaginato che quella necessità sarebbe diventata un percorso musicale arrivato fino a questo punto. Ripensandoci, è stata una parte bellissima della mia storia.

Credo che essermi spostata tra luoghi così diversi, passando dal Sud al Nord e poi tornando a vivere a Roma, mi abbia permesso di ampliare il mio modo di fare musica. Ogni città mi ha lasciato qualcosa, anche quando non è stato tutto semplice. Il rapporto con questi luoghi è diventato parte della mia scrittura, perché cambiare ambiente significa anche cambiare prospettiva e imparare a guardarsi in maniera diversa.

Nel presentare il disco hai individuato alcuni nuclei tematici precisi: radici e introspezione, assenze e mancanze, non detti e intimità, lutto emotivo e paura. Ascoltando l’album, però, si ha l’impressione che questi temi non siano compartimenti separati, ma elementi di un percorso ciclico, nel quale le stesse emozioni ritornano assumendo ogni volta un significato differente. È una lettura che senti vicina alla tua intenzione?

Sì, assolutamente. Sono contenta che questa dimensione emerga anche attraverso il percorso tematico che ho preparato per accompagnare l’ascolto del disco. Ho cercato di raccontare i brani in maniera abbastanza precisa, individuando per ciascuno gli argomenti principali, ma è vero che molte di queste tematiche ritornano continuamente.

In alcune canzoni un argomento viene affrontato in maniera più approfondita, mentre in altre compare soltanto attraverso un accenno, per poi essere sviluppato nei brani successivi. Non sono elementi isolati: la solitudine, la paura, le radici e le relazioni sono aspetti che si intrecciano e dialogano tra loro.

Penso che questa ciclicità abbia molto a che fare con il mio modo di sentire. Ci sono emozioni e situazioni che ritornano, anche quando pensiamo di averle superate. Magari cambiano le circostanze, cambiamo noi, ma alcuni pensieri continuano a riaffiorare e ci costringono a guardarli da un’altra prospettiva.

È anche per questo che mi piace l’idea di racchiudere tutto nel titolo Sensible: la sensibilità è il filo che permette di collegare queste esperienze e di comprenderle come parti di un unico percorso.

In tutto l’album si avverte una tensione continua tra il desiderio di avvicinarsi agli altri e la necessità di proteggersi, tra il bisogno di essere compresi e la paura di mostrarsi davvero. Scrivere Sensible ti ha aiutata a superare almeno in parte questa difficoltà e a trovare il tuo spazio nel mondo, andando oltre la dimensione più intima della tua cameretta?

Sì, certamente. Uno dei motivi per cui ho voluto realizzare questo disco è proprio il desiderio di avvicinarmi alle persone e, allo stesso tempo, permettere loro di avvicinarsi a me. Mi piacerebbe creare una sorta di comunità, anche se non so esattamente come definirla, nella quale le persone possano sentirsi comprese.

Vorrei che chi ascolta le mie canzoni potesse riconoscere qualcosa di proprio nelle mie parole, magari perché ha vissuto una situazione simile o perché si è trovato ad affrontare le stesse emozioni. A volte una frase riesce a raccontare un’esperienza in maniera così precisa da farci sentire meno soli, anche se quella frase è stata scritta da qualcuno che non conosciamo.

Questo progetto mi ha aiutata molto, perché mi ha permesso di scoprire aspetti di me e di aprirmi maggiormente con gli altri. Raccontarmi attraverso le canzoni e poi parlarne pubblicamente mi ha portata a riflettere ancora di più su quello che avevo scritto.

Credo che tutto questo mi abbia aiutata a trovare un po’ meglio il mio posto nel mondo e a comprendere quale spazio voglio occupare in relazione a ciò che mi circonda. Non significa aver trovato tutte le risposte, ma aver iniziato a sentirmi più a mio agio con alcune parti di me e con la possibilità di condividerle.

Tra i brani presenti nella tracklist c’è anche Buona Vita, che aveva già avuto un percorso precedente rispetto all’album ed era legato a una persona precisa. Inserendolo in Sensible, è cambiato il significato che gli attribuisci? Il tempo trascorso e il successivo incontro con quella persona ti hanno permesso di guardare la storia da una prospettiva diversa?

Probabilmente il significato è cambiato in parte. Quando ho scritto il brano pensavo a una ragazza che non sentivo da moltissimo tempo. È capitato poi che ci rivedessimo circa un anno dopo l’uscita della canzone, e questo incontro ha aggiunto una sfumatura diversa a quello che avevo raccontato.

Buona Vita non era una canzone rancorosa nemmeno all’inizio. Non voleva essere un modo per augurare qualcosa di negativo a una persona o per esprimere rabbia nei suoi confronti. Era piuttosto un brano nel quale cercavo di accettare una situazione e di guardare avanti.

Rivedere questa ragazza ha aggiunto un altro significato alla canzone, anche perché mi sono resa conto che alcune situazioni possono tornare nella nostra vita quando pensavamo di averle ormai lasciate alle spalle. In questo senso, ritrovo ancora una volta quella ciclicità di cui parlavamo prima: le persone, i ricordi e le emozioni possono riaffiorare e portarci a rileggere il passato.

Il senso originario è rimasto abbastanza simile, ma oggi riesco a percepire anche una dimensione ulteriore. Per me Buona Vita continua a essere una canzone che parla di speranza e di accettazione, della possibilità di lasciare andare qualcosa senza necessariamente cancellarlo o trasformarlo in un sentimento negativo.

Alla vigilia della pubblicazione del tuo primo album, che cosa provi? Durante la giornata stampa hai avuto modo di parlare a lungo di Sensible e di vedere anche le copie fisiche del disco. Quando hai cominciato a realizzare davvero che un progetto nato da esperienze così personali sarebbe diventato finalmente di tutti?

È una sensazione molto particolare. Proprio oggi ho avuto una giornata stampa nella quale ho parlato con tante persone del disco, e questo mi sta aiutando a realizzare sempre di più quello che sta succedendo.

Quando scrivi un album, per te a un certo punto è come se fosse già tutto lì. Hai lavorato ai brani, li hai ascoltati tante volte, hai riflettuto sui testi e sulle emozioni che volevi raccontare. In un certo senso, senti di aver già detto tutto quello che avevi da dire.

Poi, però, arriva il momento in cui devi parlarne con gli altri e spiegare il significato delle canzoni. Anche questo processo ti porta a scoprire nuove cose, perché raccontare quello che hai fatto ti costringe a rimettere a fuoco alcuni aspetti del progetto.

Mi fa ancora un certo effetto parlare con persone che hanno già ascoltato il disco e conoscono qualcosa che fino a poco tempo fa apparteneva soltanto a me. Pensare che tra pochi giorni tutti potranno ascoltarlo è una sensazione assurda, in senso positivo.

Sono molto emozionata e anche un po’ ansiosa, ma credo sia normale. Sono felice di vedere che cosa succederà e di capire come verrà accolto il progetto, soprattutto dopo il periodo trascorso da Sanremo Giovani. Sono curiosa di scoprire se le persone apprezzeranno questo nuovo capitolo e se riusciranno a ritrovare qualcosa di loro nelle canzoni.

Buona Vita era già una piccola premessa di quello che avrei voluto raccontare. Spero che l’intero album riesca a mantenere quella promessa e a portare avanti il percorso che avevo iniziato.

Adesso che Sensible sta per uscire, quale pensi sarà la sfida più difficile della fase successiva? Ti spaventa soprattutto il giudizio del pubblico oppure l’idea di dover lasciare andare queste canzoni, che per tanto tempo sono state parte della tua quotidianità, per cominciare a scriverne di nuove?

Credo che la cosa più difficile sarà proprio accettare che questi brani non siano più inediti e che, a un certo punto, dovrò ricominciare a scrivere nuove canzoni, cercando anche di superarmi.

Quando lavori a un progetto per tanto tempo, finisci per creare un rapporto particolare con i brani. Fanno parte della tua vita, delle tue esperienze e del periodo in cui li hai scritti. Poi arriva il momento in cui devi lasciarli andare e permettere agli altri di ascoltarli, interpretarli e attribuire loro significati che magari non avevi nemmeno immaginato.

Allo stesso tempo, devi iniziare a pensare a quello che verrà dopo. È una sfida che mi interessa molto, ma che sicuramente mi mette anche un po’ di pressione, perché vorrei continuare a crescere e a trovare nuove cose da raccontare.

Per ora, però, voglio godermi questo momento e vedere che cosa succederà con Sensible. È il mio primo album e sono felice di poter finalmente condividere questo pezzo di me con chi avrà voglia di ascoltarlo.

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