Hal Quartièr foto

Intervista a Hal Quartièr che, con Mentre Napoli Dorme, firma il suo primo album come un vero e proprio atto di consapevolezza. Non si tratta semplicemente di un debutto discografico, ma di un passaggio identitario che segna una svolta netta nel suo percorso artistico. È un disco che nasce nel buio, nelle ore in cui la città si spegne e resta solo la voce dei pensieri, e proprio in quel silenzio prende forma un racconto intimo, fragile e profondamente umano.

Hal Quartièr sceglie la notte come chiave narrativa perché è lì che, per sua stessa ammissione, cade ogni maschera. Durante il giorno la vita impone ruoli, velocità e distrazioni; nella notte invece emerge la verità. Ed è da questa verità che prende vita un lavoro che parla di crescita, di identità, di amore e di assenze.

Dal punto di vista sonoro, Mentre Napoli Dorme segna un’evoluzione evidente: più strumenti suonati, aperture pop più marcate e una scrittura che si fa ancora più diretta, senza però perdere la componente urban che ha definito la sua origine artistica. È una trasformazione che non appare costruita, ma inevitabile, quasi naturale.

Al centro del disco c’è una tensione continua tra intimità e città, tra vissuto personale e appartenenza collettiva. Napoli non è solo un riferimento geografico, ma una presenza costante, anche quando non viene nominata. È radice, linguaggio, sguardo sul mondo.

La tracklist non è casuale: è costruita come un viaggio emotivo, dove ogni brano rappresenta una tappa precisa. Dai momenti più fragili alle aperture più luminose, fino alle riflessioni più profonde, il disco si muove come un flusso coerente, pensato per essere attraversato più che semplicemente ascoltato.

In questo percorso trovano spazio anche collaborazioni che non nascono da strategia, ma da rapporti umani autentici, rafforzando l’idea di un progetto che mette al centro la verità dei legami.

Mentre Napoli Dorme è un disco di passaggio: tra ciò che si era e ciò che si sta diventando. Un lavoro che non cerca scorciatoie, ma che invita all’ascolto lento, alla decantazione, alla comprensione. E proprio per questo, lascia il segno.

Intervista a Hal Quartier, il primo album “Mentre Napoli Dorme”

“Mentre Napoli Dorme” è il tuo primo album. Che significato ha nel tuo percorso?
È un vero e proprio giro di boa. Il mio primo album rimarrà sempre il mio primo album, quindi avrà un peso speciale per tutta la mia carriera. Però sento anche che rappresenta un punto di svolta importante. È un lavoro in cui ho provato a essere il più sincero possibile, senza filtri, e questo lo rende diverso da tutto quello che ho fatto prima.

Questo disco sembra molto più personale rispetto ai tuoi lavori precedenti. Quando hai capito che l’autenticità poteva essere la chiave giusta?
In realtà ho avuto per anni il timore di essere completamente me stesso. Mi sono spesso mascherato dietro immagini o atteggiamenti che non mi appartenevano davvero. Non ero mai al 100% autentico. Questo album, invece, è stato una sorta di liberazione: ha tirato fuori verità che avevo tenuto dentro per tanto tempo. Credo che lo switch sia arrivato con X Factor, perché lì mi sono raccontato senza maschere e poi ho portato quella stessa attitudine nel disco.

Il titolo richiama la notte. Cosa rappresenta per te “mentre Napoli dorme”?
La notte è il momento in cui tutto si ferma e resti da solo con te stesso. Durante il giorno non riesci mai davvero a riflettere su ciò che provi, perché sei sempre immerso nelle cose da fare. La notte invece diventa uno spazio fragile ma sincero, in cui emergono le verità. È lì che ho scritto molte di queste canzoni: nel silenzio, quando non devi più fingere nulla.

Dal punto di vista sonoro si percepisce un’evoluzione importante. Più musica suonata, più pop, ma senza perdere la tua anima urban. È stata una scelta precisa?
Non è stata una scelta forzata, ma qualcosa di naturale. Non mi sono seduto a tavolino pensando “devo fare questo o quello”. Ho semplicemente fatto quello che sentivo nel momento in cui lo sentivo. Credo che questo sia il motivo per cui il disco suona così vero: non c’è stata costruzione, solo istinto.

La title track è il cuore emotivo del progetto. Perché proprio quel brano dà il nome all’album?
In realtà prima ancora dell’album esisteva già quel pezzo. Non è stato scelto per il sound, ma per il modo in cui è stato scritto. È lì che c’è il centro emotivo di tutto il progetto. Quando mi sono reso conto di questo, è stato naturale dare all’album lo stesso titolo.

Napoli è presente ovunque nel disco, anche quando non viene citata direttamente. Che rapporto hai oggi con la tua città?
Napoli è dentro tutto quello che faccio. Non è solo una città, è un modo di vedere il mondo. Negli ultimi anni abbiamo anche visto una riscoperta della musica napoletana, non solo urban ma anche pop, e questo è importante. Per chi viene da lì è una forma di riscatto. Anche quando non la nomino, Napoli è sempre presente nel mio modo di scrivere.

Ti pesa questa attenzione crescente verso Napoli nel panorama musicale nazionale?
No, non è una pressione. Anzi, sono felice che ci siano tanti artisti validi che stanno emergendo. Forse non sono ancora tutti conosciuti, ma la qualità c’è. Piano piano stanno venendo fuori sempre più realtà interessanti.

La tracklist sembra costruita come un vero concept album. Quanto è stata importante la struttura del disco?
Tantissimo. Ho voluto che tutto avesse un senso preciso, anche i titoli dei brani. Non volevo lasciare nulla al caso. Rispetto al mio EP precedente, qui ho avuto più consapevolezza. È un lavoro pensato come un viaggio dall’inizio alla fine, non una semplice raccolta di brani.

È un disco che sembra crescere ascolto dopo ascolto. Ti interessa questa dimensione “lenta” dell’ascolto?
Sì, mi interessa molto. Oggi siamo abituati a consumare la musica in pochi secondi, ma io voglio che le persone si affezionino ai brani. Se un disco ti prende solo dopo diversi ascolti, per me è una vittoria. Significa che resta, che non è usa e getta.

La notte nel disco è anche inquietudine. Come convivi con questo lato più tormentato?
Fa parte di me. Sono una persona che tende a riflettere molto, anche dopo i momenti belli. La musica per me è un modo per mettere ordine in questi pensieri. In questo senso, il disco è stato anche terapeutico.

“Ho paura di dormire” è uno degli interludi più particolari. Che funzione ha nel racconto?
Serve a dare una pausa narrativa e allo stesso tempo ad aprire una nuova dimensione. È un momento più teatrale, in cui entra una voce esterna che accompagna il viaggio. Dopo momenti più leggeri, riporta tutto su un piano più introspettivo.

Il tema dei punti di riferimento è centrale, soprattutto in “Si ce staje”. È una riflessione anche personale?
Sì, molto. Nella mia vita mi è mancato spesso un punto di riferimento stabile. Questo mi ha portato a cercarlo continuamente nelle persone che incontro. Non in modo tossico, ma come bisogno umano. È qualcosa che appartiene anche a una mia dimensione generazionale.

Le collaborazioni del disco sembrano molto “umane”, più che strategiche. È stato così?
Assolutamente sì. Tutte le collaborazioni nascono da rapporti veri. Con alcuni artisti siamo proprio amici da anni. Con altri è stato un incontro naturale. Non ho mai scelto qualcuno per strategia, ma per affinità.

Anche la collaborazione con Nesli chiude il disco in modo particolare. Che valore ha per te?
Ha un valore molto personale. È un artista che mi ha accompagnato fin da quando ero più piccolo. È stato emozionante lavorarci insieme perché per me rappresenta un pezzo di crescita. È una chiusura che ha un senso anche emotivo oltre che musicale.

Se pensi al prossimo futuro, dove vorresti arrivare?
Il mio sogno è partecipare a Sanremo. Sarebbe un passo importante, qualcosa che sento dentro da tempo.

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