Jungle Julia

La cantautrice toscana Jungle Julia inaugura il suo primo vero percorso discografico con “Vespro”, il primo di tre episodi che conterranno ciascuno due brani inediti.

A dare il via al progetto, pubblicato sotto l’egida di Island Records / Universal Music Italia, i singoli “Carne” e “Demonio”, due canzoni complementari, opposte e allo stesso tempo inseparabili.

L’uscita di Vespro” e dei due successivi episodi segna l’inizio di un percorso che vedrà Jungle Julia rivelare gradualmente il suo mondo sonoro e narrativo, un mondo che verrà racchiuso nel suo disco d’esordio atteso per il prossimo anno.

Vespro” richiama le preghiere recitate a un’ora precisa del giorno, la sera, un momento sospeso, di confine, in cui luce del giorno lascia spazio alle ombre della notte, ed è da questa immagine che nasce il concept di questa prima pubblicazione. Un doppio frammento che introduce sin da subito l’immaginario crudo, viscerale e fisico dell’artista, tra suoni rock, attitudine anni ’70 e una scrittura che scava nelle zone d’ombra dell’identità.

«”Carne” e “Demonio” sono il mio VESPRO, il primo capitolo – ha scritto Jungle Julia sui suoi social annunciano l’uscita – L’ho dedicato all’abbandono. Due canzoni, due modi di arrendersi. In “Carne” è l’abbandono fisico nel corpo di un’altra persona, in “Demonio” è l’abbandono verso la parte oscura che porto dentro, che trova pace quando le lascio spazio e manovra d’esistenza. Finalmente inizia il mio viaggio dopo anni di lavoro!»

“Carne” nasce come un flusso istintivo, un brano che esplode da un’urgenza fisica ed emotiva. Racconta l’abbandono totale nel corpo di un’altra persona: liberarsi dalle catene mentali, lasciarsi toccare, lasciare che il contatto diventi cura, piacere e rivelazione. È una canzone che mette al centro la vulnerabilità del corpo e la dolcezza che può nascondersi nella sua esposizione, un gesto di resa e consapevolezza allo stesso tempo.
“Demonio” è la controparte inevitabile di “Carne”: se il primo brano è epidermico, fisico, il secondo scava nel lato oscuro, nell’autosabotaggio, nelle parti di sé che si cerca di zittire. È il pezzo più ruvido dei due, quello che porta all’estremo l’immaginario sonoro di Jungle Julia.

Entrambi i brani – inizialmente scritti e arrangiati dall’artista nella sua camera – sono stati sviluppati successivamente a fianco di Daniele Fiaschi (chitarrista che collabora con Daniele Silvestri e Max Gazzè) e Matteo Cantagalli.
Dopo essere stati registrati in presa diretta insieme a Fabio Rondanini, Daniele Fiaschi, Roberto Dragonetti e Raffaele Scogna, preservandone l’urgenza e la crudezza emotiva, i brani sono stati rifiniti in studio con Tommaso Colliva che ne ha curato la produzione arrivando ad una forma definitiva.

Intervista a Jungle Julia

Benvenuta Jungle Julia. “Vespro” è un esordio molto particolare: cosa rappresenta per te, sia nell’immaginario che nel tuo percorso artistico?
“Vespro” è il primo capitolo del mio percorso artistico e rappresenta un tema molto preciso: l’abbandono. I due brani che lo compongono parlano proprio di questo, di una forma di perdita e di lasciarsi andare. È come se fosse una porta che si apre su qualcosa di molto intimo, viscerale, che avevo bisogno di raccontare subito, senza filtri.

Perché hai scelto proprio l’abbandono come punto di partenza?
Abbiamo deciso di partire dal contrario di ciò che solitamente si fa. Invece di iniziare da qualcosa di luminoso, abbiamo scelto il buio. Queste canzoni rappresentano la mia parte più istintiva e carnale. Volevo fare un impatto forte, dire subito: “Ecco, questa sono io”. Era importante non addolcire nulla, partire da ciò che è più crudo.

In “Con carne” racconti l’abbandono fisico, nel corpo di un’altra persona. Quanto è stato difficile e allo stesso tempo liberatorio metterti così a nudo?
È stato estremamente liberatorio, ma anche molto faticoso. Ho dovuto interrogarmi su cosa sia davvero il corpo e su come si rapporti alla parte più interiore di noi. Non è semplice capire dove finisca il fisico e dove inizi l’anima, e come queste due dimensioni si mescolino. Mettere tutto questo in musica è stato un lavoro intenso, ma necessario.

“Demonio” sembra invece la controparte più oscura di “Con carne”. Come convivono dentro di te queste due anime, così fisiche ma anche così introspettive?
È difficile da spiegare a parole. Io mi muovo molto per istinto, per tatto: tutto ciò che vivo ho bisogno di “toccarlo”. Allo stesso tempo, però, esiste una parte profondamente introspettiva, che scava dentro di me, nei meandri interiori. Unire queste due dimensioni – corpo e introspezione – è stato lo stimolo creativo più forte.

Hai parlato spesso di una “macchia nera” che senti crescere dentro di te da sempre. Come si trasforma qualcosa di così intimo e oscuro in musica condivisibile?
Credo sia fondamentale tirarla fuori. Cercare di sotterrare quella parte oscura non serve a nulla. Rabbia, odio, violenza: sono sentimenti che spesso la società considera inaccettabili, ma in realtà sono motori potentissimi. Muovono le cose, muovono le persone. La musica per me è il modo più onesto per dare loro una forma.

Il titolo “Vespro” richiama il momento di passaggio tra luce e ombra. Come nasce questo immaginario e quanto fa parte della tua quotidianità?
Moltissimo. Ho iniziato a suonare in chiesa, una cosa quasi anacronistica oggi, ma che mi ha segnata profondamente. Mi sono chiesta come rappresentare musicalmente i diversi momenti della giornata e ho immaginato tre episodi: notte, mattina e pomeriggio. Da lì l’idea di chiamarli come i momenti della preghiera.

Il tuo passato nel Cammino Neocatecumenale ha influito su questo percorso?
Tantissimo. Non so dire quanto in modo positivo o negativo, ma sicuramente mi ha lasciato un’eredità forte legata all’introspezione e alla lettura. È lì che è nata anche la mia voglia di scrivere. È un cammino che ti porta a interrogarti continuamente su ciò che leggi e su ciò che risuona dentro di te.

In che modo questa esperienza ha inciso anche sul tuo rapporto con la musica?
Ricordo che da bambina mi diedero due pezzi di legno per suonare a ritmo. È stata la mia primissima esperienza musicale. Da lì è nato tutto: il senso del tempo, del ritmo, dell’ascolto.

Sei cresciuta in una famiglia numerosa. Quanto questa dimensione “corale” ha influenzato il tuo modo di essere artista?
Molto. Crescendo in una famiglia grande finisci per assorbire tantissime personalità diverse. Quando vai via di casa inizi davvero a chiederti chi sei, cosa pensi davvero tu e cosa invece è il riflesso degli altri. Questo ha inciso profondamente sulla costruzione della mia identità.

Musicalmente si percepisce una grande curiosità. Quali sono gli ascolti che hanno guidato il tuo percorso?
All’inizio non avevo una cultura musicale vastissima: c’erano canzoni popolari toscane, quelle che ascoltava mia nonna. Poi sono arrivati artisti come Jeff Buckley, i Red Hot Chili Peppers, i Blur. Successivamente ho scavato nel cantautorato italiano, da Battisti a Pino Daniele, Enzo Carella, per capire davvero come si scrive una canzone. Oggi ascolto di tutto: cerco di rubare qua e là e costruire il mio mondo.

Quanto è stato importante il lavoro con Tommaso Colliva nella definizione del tuo suono?
Fondamentale. Avendo mille sfaccettature, Tommaso ha avuto la sensibilità di capire cosa tenere e cosa lasciare fuori. La prima domanda che mi ha fatto è stata: “Cosa vuoi dire? Come vuoi dirlo?”. All’inizio ero molto gelosa delle mie canzoni, poi ho imparato ad affidargliele. È stato decisivo.

Avete scelto di registrare in presa diretta, una decisione controcorrente. Perché?
Perché è il modo più naturale di suonare per me. Le canzoni erano tutte “storte”, senza BPM fissi. Registrarle live era l’unica soluzione sensata. Le imperfezioni fanno parte del suono, renderlo perfetto sarebbe stato snaturarlo.

Questo approccio così autentico sembra in contrasto con un’esperienza televisiva come X Factor. Cosa ti ha lasciato?
X Factor è stato il palco più grande che abbia mai vissuto. Mi ha fatto capire cos’è la televisione e cosa arriva subito al pubblico. Ci sono andata perché non sapevo più come sopravvivere facendo musica e mille lavori insieme. È stata una sorta di ultima richiesta di aiuto, che per fortuna è stata accolta.

In che modo quell’esperienza ha cambiato il tuo percorso?
Da lì è nato tutto: ho incontrato il mio attuale manager e abbiamo iniziato un percorso che mi ha portato a questo album. Senza X Factor probabilmente non sarei qui oggi.

Guardando al futuro: se ci rincontrassimo a fine 2026, quale traguardo vorresti aver raggiunto?
Vorrei capire chi è il mio pubblico, a chi arriva davvero questa musica. E poi suonare tantissimo. Quando ho detto “voglio fare musica” intendevo proprio questo: andare in giro, suonare, vivere i concerti. Spero che il futuro sia fatto soprattutto di palchi.

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