Intervista a Lorenzo Vizzini, che torna con “TERRA – Vol. I – Radici” (https://ada.lnk.to/terra_vol1 ; Surf Music / Ada Music Italy), il suo nuovo album. Un progetto che apre un percorso più profondo, sensoriale e viscerale dentro l’identità del cantautore ragusano. 

Un disco che non è solo una raccolta di brani, ma una dichiarazione di appartenenza e un percorso di ricerca personale: un ritorno alla lingua siciliana, ai suoni della sua infanzia, ai paesaggi che continuano a chiamarlo anche da lontano. Le tracce si muovono tra racconto intimo e rito collettivo, come se ogni parola affondasse le mani nella terra per riportarne in superficie odori, rumori, ombre, sabbia e vento. La memoria non è rifugio nostalgico, ma uno strumento vivo, un modo per interrogare le proprie radici e capire come continuano a orientare il presente.

Il dialetto diventa la chiave di lettura di tutto il progetto: è urgenza espressiva, un modo per dire ciò che in italiano non ha lo stesso suono, lo stesso peso, la stessa verità. Viene utilizzato come strumento narrativo, musicale e identitario, con la precisione dell’autore e la vulnerabilità di chi torna alle radici per capire cosa resta, cosa è cambiato e cosa continua a fare male.

Radici non rappresenta il centro del viaggio, ma la sua origine: da qui Terra si apre verso l’esterno, attraversando luoghi, tradizioni e linguaggi che dialogano con la Sicilia. È l’inizio di un movimento che parte dall’isola per allargarsi al Mediterraneo, e poi ancora più lontano: dalle registrazioni popolari alle influenze nordafricane, dai racconti di famiglia agli incontri musicali che ampliano continuamente l’orizzonte. Le lingue straniere presenti nel disco, dall’arabo magrebino allo spagnolo, fino al francese, diventano parte del racconto, tessendo un mosaico sonoro che riflette l’idea di un’identità in viaggio, aperta, in dialogo costante con altre culture. 

Ogni brano è un frammento di ritorno: il mare che non si addormenta mai, i vicoli che cambiano, le madonne portate in processione, i pomeriggi di agosto che finiscono troppo presto, le radici che non si strappano anche quando fanno male. Un viaggio che indaga il legame tra identità personale e appartenenza geografica, tra il bisogno di andare via e la certezza che la terra rimane sempre addosso, come un profumo o una ferita.

Qui di seguito la tracklist completa:

  • 1) Mannarina
  • 2) Austu
  • 3) Carusi feat. Pollio
  • 4) Ghiufà
  • 5) Ma’ ft. Francesco Le Metre
  • 6) Ghioia
  • 7) Zannu
  • 8) Sancu Blu ft. Pauline Drand
  • 9) Jonio e Mediterraneo
  • 10) Bedda mia ft. Mariana Paraway

Intervista a Lorenzo Vizzini, il nuovo album “TERRA – Vol. I – Radici”

Lorenzo, bentornato. “Terra, Volume 1: Radici” è finalmente fuori; cosa rappresenta questo progetto nel tuo percorso artistico?
È un sogno che porto dentro da quando ero ragazzino. Realizzarlo è stato come vedere concretizzarsi un desiderio che mi accompagna da tutta la vita. È stato un anno di lavoro intensissimo, emotivamente trasformativo: non volevo fare solo un disco, ma un vero cammino personale, spirituale e artistico. E oggi posso dire di essere soddisfatto del risultato, perché quello che ho chiesto a questo album—cioè di trasformarmi—si è realizzato.

Nel disco si percepisce un ritorno alle radici vivo, mai nostalgico, ma intriso anche di dolore. Quanto è stato difficile raccontare questa complessità?
La parte più complessa è stata accettarla e rielaborarla. Ho dovuto fare i conti con un “me stesso” figlio della mia terra e della mia famiglia, un’identità che non sempre coincideva con chi ero diventato dentro. Dopo anni passati lontano dalla Sicilia, chiudere per l’ultima volta la porta di casa ha scatenato un tumulto di emozioni. Da lì è nato il bisogno di riconciliarmi con il mio passato, guardarlo da lontano e restituirlo in musica.

Quanto è stato difficile accettare che la Sicilia potesse essere contemporaneamente un abbraccio e una ferita?
Me ne sono reso conto davvero solo negli ultimi anni. Avevo già scritto della Sicilia, ma senza riuscire a definirla completamente. Questa volta ho tolto ogni filtro, e mi ha aiutato farlo in dialetto, la lingua dell’intimità, quella che si parlava in casa. Parlare siciliano mi ha permesso di essere spietatamente sincero, senza addolcire nulla.

Per te il siciliano è un’urgenza espressiva. Quanto è cambiato il rapporto tra musica italiana e lingue locali?
Credo che molti di noi abbiano avvertito la necessità di riavvicinarsi alle proprie radici, forse perché viviamo un periodo storico che ci fa sentire disconnessi. Personalmente sentivo il bisogno di riconnettermi, prima con me stesso e poi con il mondo. Il siciliano è l’unico linguaggio in cui posso esprimere certi sentimenti, perché li ho imparati così: tradurli in italiano non sarebbe stato autentico.

Nel disco compaiono anche arabo maghrebino, spagnolo e francese. Come hai costruito questo mosaico linguistico e culturale?
Sono lingue che percepisco affini al siciliano, linguisticamente ed emotivamente. Parlo spagnolo quotidianamente e lavorare con l’artista argentina Julieta Vivas mi ha fatto scoprire tante somiglianze. Anche il francese e l’arabo maghrebino condividono radici profondissime con la Sicilia. Grazie anche a Mariana Parra, Paolo Indrando e agli altri musicisti, ho potuto dare spazio a tutte queste influenze che sento parenti della mia cultura.

Anche la dimensione strumentale è ricchissima. Come hai trovato un equilibrio tra tradizioni così diverse?
Ho lavorato d’istinto. Non volevo replicare la tradizione siciliana né rifare qualcosa di già esistente. Volevo creare un suono che rappresentasse le mie radici, attraverso ciò che la Sicilia mi ha lasciato. Mi sono riappropriato delle musiche che ascoltavo da bambino, delle sonorità che mi hanno formato: è stato un processo naturale.

Dopo un progetto così denso, cosa rappresenta per te la parola “identità”?
L’identità è in continua evoluzione. È la somma degli incontri che facciamo lungo il cammino. Questo album mi ha insegnato che io sono il risultato delle persone che mi hanno cresciuto e di quelle che continuo a incontrare. Nei prossimi volumi vorrei continuare questo viaggio: conoscere il mondo e raccontarlo attraverso gli incontri che farò.

Brani come Mannarina hanno una forte componente d’archivio e suoni “ruvidi”. Perché era importante preservare questa dimensione?
Perché fa parte della mia realtà emotiva. La registrazione iniziale viene da una vecchia audiocassetta degli anni ’80 che apparteneva a mia nonna. L’abbiamo registrata via telefono: volevo mantenere quella ritualità mista tra cristianesimo, magia e superstizione che vive in Sicilia. I mercati, il vociare, il mare, le voci interiori: tutto questo caos è ciò che sento dentro e dovevo restituirlo così com’è.

In un disco spesso collettivo, brani come MA mostrano un rapporto profondissimo con tua madre. Quanto è stato difficile lavorarci?
È stato doloroso e necessario. Del rapporto con mia madre non parlo mai, nemmeno con le persone più care. Scrivere quel brano è stato come mostrarmi nudo: raccontare una somiglianza che non è tanto caratteriale quanto legata al pudore, al modo in cui entrambi facciamo fatica a esporci senza filtri. Avevo bisogno di questa trasformazione.

La presentazione alla Sacca Gallery di Modica è stata un’esperienza sensoriale. Che cosa volevi che il pubblico provasse?
Volevo che sentisse da dove nasce questo disco, non solo a livello familiare o genetico, ma nel legame emotivo con la mia terra. Abbiamo cercato di mettere ogni visitatore in connessione con le proprie radici, con i propri ricordi. Mi ha fatto piacere farlo in Sicilia, e spero di poter replicare presto l’esperienza anche a Milano.

Dopo 15 anni di lavoro questo è un sogno realizzato. Sei soddisfatto? E quali sono le prossime sfide?
Sì, sono soddisfatto, ma lo considero solo l’inizio. “Terra” è un progetto che voglio portare avanti a lungo termine, espandendolo verso nuovi mondi e nuovi racconti. Continuerò a esplorare, a uscire da me stesso e a rivolgere la musica verso gli altri: la musica che amo è quella che crea contatto umano e sociale, e questo voglio continuare a fare.

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