Intervista a Marco Achtner che, per esorcizzare l’assenza degli azzurri dal Campionato del Mondo di calcio 2026, ha proposto il singolo Fuori dai Mondiali.
Intervista a Marco Achtner, il nuovo singolo “Fuori dai Mondiali”
1. “Fuori dai Mondiali” prende spunto da un evento sportivo, ma in realtà racconta molto altro. Quando hai capito che quella “ferita calcistica” poteva trasformarsi in una canzone?
Credo di averlo capito qualche giorno dopo la sconfitta con la Bosnia, quando l’amarezza sportiva aveva lasciato spazio a una riflessione più ampia. Mi sono reso conto che ciò che mi mancava non era soltanto vedere l’Italia ai Mondiali, ma tutto quello che quel momento rappresentava: il ritrovarsi insieme, il condividere emozioni collettive. Da lì è nata l’idea di raccontare non una partita persa, ma un pezzo di identità che sembrava essersi smarrito.
2. Nel testo emerge una forte nostalgia per un senso di comunità che sembra essersi perso. Secondo te oggi ci manca davvero qualcosa che va oltre il calcio?
Sì, penso che ci manchi soprattutto il sentirci parte di qualcosa di più grande di noi. Oggi siamo tutti molto connessi ma spesso poco uniti. Il calcio è solo una metafora: la canzone parla di quei momenti in cui, per qualche ora, le differenze sparivano e ci sentivamo tutti dalla stessa parte.
3. C’è un verso che colpisce particolarmente: “Resta solo il cielo ma il mondo è precario”. È una fotografia del presente o uno stato d’animo personale?
Direi entrambe le cose. È una frase che nasce da una sensazione personale, ma che credo appartenga a molti. Viviamo in un’epoca in cui tutto cambia velocemente e spesso manca un punto fermo. Il cielo rimane lì, uguale per tutti, mentre sotto sembra che tutto sia diventato più fragile.
4. La tua canzone non parla tanto della Nazionale quanto delle persone che si ritrovavano nelle piazze, nei bar, davanti ai maxischermi. Quanto ti interessava raccontare quei piccoli riti collettivi?
Era probabilmente la cosa che mi interessava di più. I protagonisti della canzone non sono i calciatori ma le persone. Le piazze piene, le bandiere ai balconi, gli sconosciuti che si abbracciano dopo un gol. Sono immagini che raccontano un Paese e che, secondo me, hanno un valore umano molto più grande dell’evento sportivo in sé.
5. Hai un ricordo personale legato ai Mondiali o agli Europei che è finito, magari inconsapevolmente, dentro questa canzone?
Ne ho tantissimi. Le serate d’estate davanti alla televisione con la famiglia, gli amici che passavano a casa all’ultimo momento, i clacson per strada dopo una vittoria. Non c’è un episodio preciso, ma un insieme di ricordi che sicuramente è finito dentro il brano quasi senza che me ne accorgessi.
6. Nel videoclip si alternano immagini iconiche del calcio italiano e scene molto intime. Quanto era importante che il video raccontasse non solo lo sport, ma anche le emozioni delle persone?
Era fondamentale. Non volevo fare un video celebrativo sul calcio. Volevo raccontare quello che succede negli occhi delle persone, nei loro ricordi, nelle loro assenze. Lo sport è il punto di partenza, ma le emozioni sono il vero centro del racconto.
7. Musicalmente il brano ha un equilibrio interessante tra pop contemporaneo e una certa nostalgia sonora. Come avete lavorato con Jacopo Stella per trovare questo linguaggio?
Con Jacopo abbiamo cercato un suono che fosse moderno ma capace di evocare qualcosa di familiare. Non volevamo fare un brano nostalgico nel senso tradizionale del termine. L’idea era usare elementi contemporanei mantenendo però un’atmosfera emotiva che richiamasse i ricordi e il senso del tempo che passa.
8. Prima del cantautorato hai costruito una carriera importante nella musica dance ed elettronica, con milioni di stream e successi internazionali. Cosa ti ha spinto a mettere in primo piano la scrittura e le parole?
A un certo punto ho sentito il bisogno di raccontare qualcosa di più personale. La musica elettronica mi ha dato tantissimo e continua a far parte di me, ma avevo storie, emozioni e domande che avevano bisogno delle parole per essere espresse fino in fondo.
9. Quanto del produttore c’è ancora oggi nel cantautore Marco Achtner? Quando scrivi pensi prima al testo, alla melodia o al suono?
Il produttore è ancora molto presente. Spesso le idee nascono insieme: una frase suggerisce una melodia, una melodia suggerisce un’atmosfera sonora. Non riesco a separare completamente le cose. Però oggi parto molto più spesso da un’emozione o da un’immagine che voglio raccontare.
10. Arrivando dalla dance, hai mai avuto il timore che il pubblico facesse fatica ad accettare questa evoluzione artistica?
Sì, qualche dubbio c’è stato. È normale quando cambi percorso. Però ho capito che l’unica cosa davvero importante è essere autentici. Se una canzone nasce da un’esigenza sincera, alla fine trova le persone giuste con cui entrare in connessione.
11. Oggi senti di aver trovato definitivamente la tua identità musicale oppure sei ancora in una fase di ricerca?
Credo che un artista debba restare sempre in ricerca. Sicuramente oggi mi sento più vicino a quello che voglio esprimere, ma spero di continuare a evolvermi. Quando smetti di cercare, forse smetti anche di crescere.
12. Le tue canzoni sembrano cercare sempre un punto di contatto tra esperienze personali e vissuti collettivi. È questo il tipo di pop che vuoi costruire?
Assolutamente sì. Mi piace l’idea che una storia molto personale possa diventare anche la storia di qualcun altro. Per me il pop ha questa forza: partire dall’individuo e arrivare a parlare a tante persone diverse.
13. Viviamo in un’epoca in cui tutto corre velocissimo. Pensi che oggi ci sia ancora spazio per canzoni che raccontano storie e invitano a fermarsi ad ascoltare?
Penso di sì, e forse ce n’è bisogno più che mai. La velocità è diventata la norma, ma le emozioni profonde richiedono tempo. Credo che le persone abbiano ancora voglia di canzoni che lascino qualcosa dopo l’ascolto.
14. C’è qualcosa che hai imparato lavorando nel mercato internazionale che oggi porti nelle tue canzoni italiane?
Ho imparato l’importanza della semplicità. Le canzoni che funzionano davvero, in qualsiasi lingua, arrivano perché comunicano qualcosa di autentico e immediato. Cerco di portare questa lezione anche nella scrittura in italiano.
15. “Fuori dai Mondiali” rappresenta un episodio a sé oppure è il primo capitolo di un progetto più ampio?
Amo molto lo sport e il calcio fa parte della mia vita da sempre, quindi scrivere Fuori dai Mondiali è stato naturale. Detto questo, credo che una canzone che parla così esplicitamente di calcio rimarrà probabilmente un unicum nella mia carriera. Mi interessava raccontare una storia che partisse da lì per parlare di qualcosa di più universale: il senso di appartenenza, la memoria collettiva, il bisogno di sentirsi parte di una comunità. Quindi non penso che diventerà un tema ricorrente nelle mie canzoni, anche se nella musica ho imparato che è meglio non dire mai mai. Le storie arrivano quando meno te lo aspetti.
16. C’è un palco o un obiettivo che senti di non aver ancora raggiunto e che rappresenta il tuo prossimo sogno artistico?
Se devo proprio sognare in grande, tra i posti in cui non ho ancora avuto la fortuna di suonare c’è sicuramente il Colosseo. Sono perfettamente consapevole che probabilmente è un sogno difficile da realizzare, però sognare non costa nulla. Alla fine credo che ogni artista abbia bisogno di continuare a immaginare traguardi che sembrano un po’ più grandi di lui: sono quelli che ti spingono ad andare avanti e a metterti continuamente in gioco.
17. Ti lascio con una domanda simbolica: se potessi riportare indietro una sola cosa del passato, sceglieresti l’Italia ai Mondiali oppure quella capacità di sentirci tutti parte della stessa storia? Perché?
Senza dubbio la seconda. L’Italia ai Mondiali sarebbe una bellissima conseguenza, ma ciò che conta davvero è ritrovare quel senso di appartenenza. Quando ci sentiamo parte della stessa storia siamo più forti, più generosi e forse anche più felici. È questo, in fondo, il cuore di “Fuori dai Mondiali”.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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