Mimmo Locasciulli

Intervista a Mimmo Locasciulli, che sul palco del Teatro Ariston di Sanremo ha ricevuto l’ambito Premio Tenco. Questa la motivazione.

“Mimmo è uomo di antica cordialità e rara correttezza: abruzzese nel cuore e cittadino del mondo. Testimone e protagonista della stagione classica della canzone d’autore, tramite delicati paesaggi lunari che scoprono la sua valle o con un tocco inconfondibile sul pianoforte, ha raccontato gli ultimi cinquant’anni della nostra storia, grazie a un pensiero musicale strutturato e con passione, raffinatezza e profondità”.

Intervista a Mimmo Locasciulli dal Premio Tenco 2024

Mimmo Locasciulli, ci hai deliziato con una meravigliosa performance per il cinquantesimo anniversario del Premio Tenco. Ci vuoi raccontare la tua emozione?

Sono 50 anni che, ogni volta che faccio un concerto, me la faccio sotto dall’emozione. Ieri sera ancora di più, c’era una tensione speciale per presentare al pubblico del Tenco un progetto unico, con strumenti costruiti dai detenuti del carcere di Opera usando i legni delle barche dei migranti naufragate. Un progetto molto intenso, sostenuto dal quartetto Pessoa e da mio figlio Matteo, che ha curato gli arrangiamenti degli archi. È stato un momento molto emozionante.

Hai citato tuo figlio Matteo, che ti ha accompagnato nella performance. Com’è condividere il palco con lui? Ci sono mai scontri tra voi?

No, mai! Matteo ha iniziato a suonare con me quando aveva 18 anni, ed è cresciuto con grandi maestri come Greg Cohen, che ha suonato con Tom Waits. Ha sempre suonato con grande disinvoltura, senza soggezione né rispetto ossessivo verso di me, e questo mi ha permesso di divertirmi molto anche io.

Oltre alla musica, ci sono altre passioni che condividete in famiglia, come i viaggi.

Sì, i miei figli amano viaggiare molto. Hanno visitato il Giappone, il Vietnam, gli Stati Uniti… Io li invidio un po’, perché nel cuore mi sento un uccello migratore, ma nella realtà sono stanziale, sempre nello stesso nido.

Parlando del progetto di cui ci hai parlato, com’è nato il contatto con i maestri liutai e i detenuti del carcere di Opera? Quanto tempo ci è voluto per realizzarlo?

Il progetto è nato grazie alla fondazione Arnoldo Mosca Mondadori, che si occupa di questo lavoro da tempo. Ci siamo conosciuti all’inizio del secolo, ma la vera scintilla è scattata nel 2007, durante un evento a Lampedusa. Dopo aver suonato con Lucio Dalla e Luca Carboni, ho iniziato a riflettere sul valore dell’uomo e sul significato profondo di quell’isola. Da lì è nato il mio disco “Hydra”, un viaggio interiore per rispondere a queste domande.

Nella tua musica si percepiscono poesia, malinconia e profondità. Sei anche tu una persona malinconica?

No, sono una persona molto allegra e scherzosa! Ma mi piacciono i tramonti, il vento, la pioggia… Amo ricordare. Non metto poesia nelle mie canzoni, metto una poetica, che è un filtro tra quello che sento e quello che il pubblico percepisce.

Come riesci a mediare tra le tue due professioni, quella di medico e quella di musicista?

Ora è più facile, visto che la mia attività medica è molto ridotta per questioni di età. Ma in passato ho dovuto lavorare molto, sia come medico che come musicista, con tantissima fatica. La medicina è stata la mia vita professionale, mentre la musica è stata il nutrimento della mia anima.

Hai collaborato con tanti grandi artisti. C’è un aneddoto divertente che ci vuoi raccontare?

Ce ne sono molti! Ma uno che ricordo bene è quando, durante un concerto in Calabria, i manifesti avevano sbagliato il mio nome, scrivendo “Mimmo Locashulli” invece di “Locasciulli”. Avevo detto che volevo cancellare il concerto, ma il mio manager mi ha convinto a farlo lo stesso, altrimenti ci avrebbero ammazzati! (Ride)

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a un disco con voce, pianoforte e orchestra, basato sul progetto che ho presentato qui al Tenco. Seguirà un tour teatrale, spero ancora con il quartetto Pessoa.

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