Intervista a PierC che racconta il suo percorso: da X Factor al nuovo singolo “Sul Filo”, i primi live, Francesco Gabbani e il futuro: “Vorrei un disco tutto mio”.
Dopo l’esperienza a X Factor 2025, PierC ha scelto di non seguire la strada più semplice. Avrebbe potuto cavalcare immediatamente l’esposizione conquistata durante il talent, ma ha preferito fermarsi.
Mesi di scrittura, studio e ricerca per capire quale direzione dare alla propria musica. Una scelta coraggiosa, soprattutto in un momento in cui l’attenzione del pubblico rischia di essere effimera.
Ora PierC torna con “Sul Filo”, il nuovo singolo pubblicato da Atlantic Records Italy/Warner Music Italy; un brano che racconta una condizione esistenziale sospesa tra passione e dovere, aspettative e libertà, ma lo fa attraverso una produzione sorprendentemente energica, che parte da sonorità contemporanee e minimali per arrivare a un groove ispirato alla disco music degli anni Settanta.
Nel frattempo sono arrivati anche i primi concerti da solista, con i sold out di Torino e Milano e l’attesa tappa romana. Sul palco PierC porta non soltanto le canzoni, ma anche una dimensione più istintiva, fisica e spettacolare. Un approccio che nasce dalla sua solida formazione musicale e dalla volontà di mettere la tecnica al servizio dell’emozione.
In questo nuovo capitolo c’è anche Francesco Gabbani, diventato mentore, amico e riferimento importante nel suo percorso.
Abbiamo incontrato PierC per parlare di “Sul Filo”, della scelta di fermarsi dopo X Factor, del rapporto con il pubblico, della voce, del live e di ciò che potrebbe diventare il suo prossimo traguardo: un disco interamente suo.
Intervista a PierC, il nuovo singolo “Sul filo”
PierC, partirei dai tuoi primi concerti da solista. Torino e Milano sono state due date sold out e il pubblico ti ha dimostrato di averti aspettato davvero. Che effetto ti ha fatto ritrovare quelle persone dopo i mesi di pausa successivi a X Factor?
È stato molto bello e devo dire che sono davvero contento che il pubblico mi abbia aspettato. Sono stati mesi di attesa e io ho scelto, in maniera forse temeraria ma spero anche coraggiosa, di ritirarmi per lavorare sulla musica nuova e capire dove volessi andare. Dopo un talent per me era molto importante non buttarmi immediatamente sulla prima cosa che capitava. Volevo capire che artista volessi essere.
Vedere poi un pubblico così ansioso di rivedermi, con così tanta energia, è stato incredibile. Sono arrivate persone anche da molto lontano: dalla Puglia, da Napoli, da Roma, persino dalla Germania, per queste prime date di Torino e Milano. È una cosa che mi ha emozionato molto perché significa che, nonostante il tempo passato, qualcosa del percorso fatto a X Factor è rimasto. Adesso arriverà anche Roma e spero che possa essere un altro momento importante.
Sul palco, però, mostri una parte di te che in televisione si può vedere soltanto in parte. Quanto cambia PierC quando dal piccolo schermo passa alla dimensione live?
Cambia tantissimo, perché il talent è inevitabilmente bidimensionale: sei dentro uno schermo. Quando invece venite a un mio live c’è un’interazione completamente diversa. Si crea un clima particolare e, per me, è soprattutto una grande festa.cNon voglio che il pubblico venga soltanto per sentirmi cantare e ascoltare le canzoni. Voglio che ci sia anche un momento di racconto, di condivisione, di divertimento. Ci sono delle gag, alcune delle quali sono completamente improvvisate, perché l’umanità offre continuamente degli spunti! Mi piace parlare con il pubblico, reagire a quello che succede e lasciare che il concerto abbia anche una parte imprevedibile. Per me il live è proprio uno spettacolo. È il luogo in cui posso mostrare una parte più completa di PierC, non soltanto quella del cantante.
Hai scelto di prenderti molto tempo dopo X Factor, rinunciando almeno in parte ai vantaggi immediati dell’esposizione televisiva. Quanto ti è costata questa scelta a livello personale?
Tanto. Anche perché sono una persona che già di suo non si gode molto le cose, non sono particolarmente bravo a vivere il momento presente. Uscire da X Factor, vedere tutta quell’esposizione e contemporaneamente capire che io volevo fare una musica che avesse un valore, senza buttarmi sulla prima cosa che sarebbe capitata, è stato psicologicamente faticoso. Sono una persona iperattiva, ho bisogno di fare continuamente qualcosa. Quando invece sei in una fase di ricerca devi necessariamente rallentare, raccoglierti, stare anche un po’ da solo. L’introspezione richiede tempo e anche la noia può diventare un grande motore creativo.
Di noia, in realtà, ne ho avuta poca perché mi sono chiuso in studio e ho lavorato moltissimo. Però ho cercato di non essere continuamente sovrastimolato dal mondo esterno, che secondo me è qualcosa di abbastanza raro nel mondo musicale di oggi. Ho voluto fare questa scelta e, indipendentemente da come verrà giudicata, per me è stata preziosa. La rifarei assolutamente.
Da questo periodo di ricerca è nato “Sul Filo”. Perché hai sentito che questo era il brano giusto per inaugurare la tua nuova fase artistica?
Perché lo considero davvero l’inizio di una nuova era. È il primo singolo dopo X Factor e sono contento di aver scelto un uptempo, perché è un tipo di canzone che mi permette di affrontare anche un tema non necessariamente leggero. “Sul Filo” parla di una condizione esistenziale che conosco bene: quella di essere costantemente in equilibrio, sospeso tra tante cose, tensioni e dinamiche differenti. Da una parte ci sono la passione e il dovere, dall’altra le aspettative e la libertà. È una condizione che ho sperimentato spesso.
Mi piaceva però l’idea di raccontarla senza renderla passiva o pesante. Abbiamo scelto una base funk che poi sfocia nella disco music degli anni Settanta, quindi c’è una componente molto vitale, quasi liberatoria. Penso al mondo degli ABBA e a certa musica americana della fine degli anni Settanta. È un po’ un tabù che decidiamo di affrontare attraverso una canzone apparentemente leggera e spensierata, ma che nasconde un significato più profondo.
Il contrasto tra il significato del testo e la produzione è infatti uno degli elementi più interessanti del brano. Come avete trovato il punto di equilibrio tra queste due dimensioni?
La canzone l’abbiamo scritta in due giorni. Siamo partiti dal riff del ritornello e poi abbiamo iniziato a lavorare sul testo. Ovviamente abbiamo dovuto cesellare alcuni elementi, soprattutto perché nel pop la metrica è fondamentale: le frasette, le risposte, il modo in cui le parole si incastrano nella musica. Fin dall’inizio, però, volevamo evitare di affrontare questa condizione esistenziale in maniera passiva. Anche quando dico “non mi vedrai cadere” c’è quasi una provocazione nei confronti dell’ascoltatore. È come se dicessi: posso stare sul filo, posso rischiare, ma non significa necessariamente che debba cadere. Poi il lavoro vero è stato soprattutto quello sulle piccole cose. L’impatto iniziale, però, era già molto vicino al risultato finale, sia per il senso sia per il testo. Abbiamo semplicemente curato e perfezionato quello che già c’era.
Nel brano il “filo” non è soltanto una situazione di difficoltà, ma anche uno spazio di possibilità. È una chiave di lettura che senti particolarmente tua?
Sì, assolutamente. È proprio questo il punto. Essere sul filo significa vivere una situazione precaria, ma la precarietà non deve per forza essere soltanto negativa. Può diventare anche uno spazio in cui scoprire qualcosa di nuovo. Puoi vacillare, puoi rischiare di cadere, ma puoi anche capire meglio chi sei. E credo che sia molto legato a quello che ho vissuto in questi mesi: non avere necessariamente tutte le risposte, ma imparare a stare dentro una situazione di equilibrio instabile.
Anche la struttura musicale sembra seguire questo concetto: un inizio più contemporaneo e minimale e poi un’esplosione verso la disco music. Come avete costruito questa evoluzione sonora?
L’inizio e la prima parte del ritornello hanno un’atmosfera molto contemporanea. Abbiamo cercato di guardare anche a quello che succede all’estero, soprattutto dal punto di vista del sound design. Poi ci siamo accorti che la seconda parte del ritornello, inizialmente, era troppo simile alla prima e che mancava qualcosa. Con i musicisti in studio abbiamo avuto quasi la follia di aggiungere il charleston e una componente più esplicitamente disco. E a quel punto ha funzionato.
Sono un grande fan della disco music. Da piccolo ho sempre cantato quel repertorio, quindi per me c’è anche un legame personale con quel mondo musicale. È stato bello poterlo inserire in una canzone che parla di una condizione molto contemporanea.
Hai una formazione musicale molto solida, che passa anche dal Conservatorio. Quando scrivi, quanto interviene la parte tecnica e quanto invece riesci a lasciarti guidare dall’istinto?
È un punto fondamentale. Il mio primo istinto sarebbe quello di cercare di controllare tutto, di prevedere cosa succederà: qui mettiamo questo, qui facciamo quest’altro. Sto però imparando, anche grazie alle persone che ho scelto di avere accanto nel mio percorso, a dare molta più importanza all’istinto e all’intuito. Ci sono melodie, idee e intuizioni che arrivano in maniera naturale e che bisogna semplicemente assecondare. Se cerchi troppo di controllarle rischi di perderle. A volte devi lasciare spazio a qualcosa che non avevi previsto, perché è proprio lì che può nascere la parte più interessante di una canzone. La tecnica per me resta importantissima, ma non deve diventare una gabbia. Deve essere uno strumento per dare forma a quello che senti.
Anche il tuo modo di usare la voce è sempre stato molto particolare: sembra quasi uno strumento al servizio della canzone. Quanto lavoro c’è dietro a questa dimensione vocale?
Ti ringrazio, perché ci metto davvero molto impegno. Quando interpreti una cover hai già un brano che è stato scritto e prodotto, quindi devi capire come cantarlo e come renderlo al meglio. Quando invece hai davanti una tua canzone è ancora più interessante, perché devi costruire anche il modo in cui la voce deve raccontarla.“Sul Filo” è una canzone difficile da cantare. Ho fatto diversi take vocali perché non ero soddisfatto. L’ultimo è arrivato di notte, praticamente all’ultimo momento. Ero molto carico, l’abbiamo fatto e quello è il take che avete sentito nel disco. Forse è anche un po’ più sporco rispetto a quello che avrei fatto normalmente, ma sto imparando a far prevalere l’energia e l’intensità. Sono molto perfezionista, quindi per me non è semplice. Però alla fine la musica deve dare un’emozione.
“Sul Filo” mi trasmette contemporaneamente una certa angoscia e una certa gioia. Nell’ultimo take sono riuscito a raccontare proprio questa ambivalenza. Anche il cambio di registro vocale contribuisce a trasmettere instabilità e precarietà.
Quindi la voce diventa quasi una rappresentazione fisica del concetto espresso dalla canzone.
Sì, assolutamente. La musica per me è molto fisica. Io sento il pezzo anche attraverso il corpo. In una canzone così groove, poi, è fondamentale. Cantare un brano funk in italiano non è semplicissimo, perché l’italiano è una lingua magnifica ma ha caratteristiche metriche che possono rendere più complicato questo tipo di pop. Per questo ho dovuto usare davvero tutto il corpo.
Anche durante i concerti di Torino e Milano “Sul Filo” è stato l’ultimo pezzo e alla fine ero devastato! È un’esperienza sensoriale e corporea. Quando canto, soprattutto quando devo dare vita a una canzone nuova, la vivo fisicamente. Quando scrivo, però, sento anche una grande responsabilità: devo cercare di darle la forma migliore possibile. Forma e sostanza nell’arte non sono facilmente scindibili. La sostanza deve esserci, ma la forma deve permetterle di emergere.
In questo percorso c’è anche Francesco Gabbani, che prima è stato il tuo giudice e mentor a X Factor e poi ti ha voluto con sé nei suoi concerti. Quanto è stato importante osservare da vicino il suo modo di stare sul palco e di rapportarsi al pubblico?
Conoscere Francesco è stata sicuramente una delle cose più importanti che mi siano successe a X Factor. Non tutti hanno la possibilità di avere come mentor un artista così grande, ma soprattutto una persona così grande. Gli sarò per sempre grato e sono davvero onoratissimo di poterlo chiamare un amico. Mi ha fatto un regalo enorme permettendomi di aprire i suoi concerti nei palazzetti questa primavera.
È stata un’emozione incredibile. Abbiamo anche cantato insieme un suo pezzo che aveva scritto per Mina e poi mi ha fatto una sorpresa ancora più grande venendo alla Santeria a cantare con me “Buttalo via”. Mi sono emozionato tantissimo e credo che l’emozione fosse palpabile anche in sala. È stato un boato incredibile. Un momento davvero magico.
Avete quindi costruito un rapporto che va oltre il semplice rapporto professionale tra giudice e concorrente. Che cosa ti ha insegnato Francesco, anche semplicemente osservandolo?
Sicuramente mi ha insegnato molto attraverso il suo modo di stare sul palco e di rapportarsi alle persone. Credo che abbiamo anche un’idea della musica che per molti aspetti coincide. Per me è stato importante vedere da vicino un artista capace di avere una grande dimensione spettacolare senza perdere il rapporto umano con il pubblico. È qualcosa che sento molto vicino anche al modo in cui voglio costruire i miei concerti.
Se immagini PierC tra un anno, quale sarebbe il traguardo che ti farebbe dire: “Sì, ho fatto esattamente quello che volevo fare”?
Sicuramente vorrei aver fatto uscire tanti pezzi. In questi otto mesi non ho scritto soltanto “Sul Filo”: ho scritto diverse canzoni e ne ho scritte anche tantissime altre che poi ho buttato via. Tra un anno mi piacerebbe probabilmente avere un disco mio, fatto di canzoni mie, da poter portare in giro e far ascoltare alle persone. Vorrei che chi viene a un mio concerto o ascolta la mia musica potesse avere un’immagine più completa, più vera e più sfaccettata di quello che è PierC. È quello che mi interessa di più in questo momento: costruire qualcosa che mi rappresenti davvero.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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