Intervista a Stefano Bertozzi che ci racconta “Fly away“, terzo album di inediti del cantautore bolognese diretto da Francis Gorini (che ha partecipato all’arrangiamento dei brani) e registrato al London Mixing Studio. Stefano Bertozzi è un viaggiatore e con la sua musica guarda alle cose della vita da prospettive diverse, lasciando che luoghi ed emozioni con le loro storie, siano protagonisti. “Fly Away“, con brani scritti nel tempo, attraversa lo spazio senza fretta: dieci tracce, dieci capitoli narrati con musica e parole, perfettamente in equilibrio, in inglese e in italiano, entrambe lingua madre dell’autore, regalano sfumature intense e differenti. In questa intervista, Stefano ci racconta vari dettagli sulle canzoni e quanto è importante per lui questo lavoro.
Intervista a Stefano Bertozzi, il nuovo album “Fly Away”
Cosa rappresenta “Fly away” nel tuo percorso artistico?
Sicuramente una tappa importante, è il terzo album, sono sette anni di lavoro anche se non in maniera continuativa. Rappresenta un momento dove prende corpo la riflessione, l’importanza dei viaggi, della conoscenza e di avere esperienze dirette e non dai video su YouTube e TikTok. L’invito è a cercare di vivere la socialità e le emozioni in presa diretta.
È un progetto molto versatile: c’è il country, le suggestioni western, il rock, il cantautorato più intimo… È importante per te sperimentare e non focalizzarsi su un unico stile?
Sì, io sono sempre alla ricerca di nuove sonorità e l’album rappresenta diverse tappe di questi sette anni: viaggi, emozioni, episodi… Quindi è una raccolta di qualcosa che mi appartiene e che ho voluto trasformare in un racconto che spero di poter condividere con parecchi ascoltatori.
I brani sono stati scritti in un arco temporale molto lungo, tra il 2019 e il 2025. C’è stato un cambiamento tra i primi che hai scritto e gli ultimi?
La maniera con cui mi avvicino alla musica è sempre più o meno la stessa: io aspetto che ci sia qualcosa che muova la mia parte irrazionale e la mia creatività e, da lì, cominciano ad arrivare idee a volte accompagnate già dalla melodia, mentre a volte è solo la parola scritta. Però non posso trovare un qualcosa che sia differente da questo filo conduttore che è la maniera con cui io mi avvicino alla musica e con cui provo a comporre.
Molto presente, in tutte le canzoni, è la chitarra. È questo il tuo strumento di riferimento?
Assolutamente, la chitarra acustica è l’unico strumento che riesco a suonare discretamente bene.
Alcune canzoni sono scritte in inglese e altre in italiano. Qual è il tuo approccio, dal punto di vista della scrittura, tra le due lingue. Scegli prima se scrivere nell’una o nell’altra, oppure nasce tutto spontaneamente?
Le mie canzoni nascono già con la loro lingua, quindi io non compio assolutamente nessuna scelta consapevole. Ci sono tre lingue, spagnolo, italiano e inglese, che per me hanno pari rango, mentre il francese lo utilizzo quotidianamente ma non lo uso per la musica perché non l’ho mai trovata una lingua musicale per un mio limite, intendiamoci. Anche il luogo in cui sono nate non dà una direzione alla scelta della lingua.
“Fly away“, il brano che dà il titolo al disco, è stato scritto in occasione di un tuo viaggio in Cina, “Volando sul lago” è nata dopo una passeggiata in prossimità del lago a Ginevra, mentre “Sands of silence” è stata scritta nel Wadi Rum. Quanto è importante la componente del viaggio nella tua proposta musicale?
Enormemente, perché è dal viaggio che impari delle cose e apri orizzonti nuovi, la mente si impadronisce e si appropria di un qualcosa che non conoscevi, e quindi c’è un arricchimento interiore e razionale e, da qui, arriva una maniera di comporre e di osservare le cose che poi cerco di tramutare in un racconto per gli ascoltatori. È la figura del cantastorie com’era un tempo, che cercava di tramutare certi episodi, avvenimenti o anche emozioni in qualcosa che potesse stimolare la memoria e semplificare la complessità di qualche avvenimento stesso.
“The man from Stagira” è un brano scritto in onore di Aristotele. Com’è nata questa voglia di omaggiarlo e perché è importante portare avanti quello che ha insegnato?
Perché ha insegnato che è importante basarci sulle virtù, sui pilastri interiori dell’essere umano e, soprattutto, di saper vivere per il bene collettivo e questa è una grande lezione in un periodo in cui l’individualismo cerca di prevalere e l’AI spinge in maniera ulteriore questo uso frenetico dei telefonini che già ha interrotto una socialità che prima esisteva. Basta andare su una metro a Parigi, Londra o New York e sono tutti incollati agli schermi dei loro telefonini, non c’è più uno sguardo o un sorriso prima di scendere dalla fermata. Quindi il fatto di riscoprire la capacità e la convivenza comune per me è un qualcosa di molto importante che sarebbe bene riscoprire e adottare.
“Powerful” è un inno alla sopravvivenza, vista già come una sfida nel mondo di oggi. Ma è meglio sopravvivere o vivere?
Bisogna vedere con quali armi tu affronti il mondo e, in qualche maniera, inventarsi un piano per non soccombere alla quotidianità. Questo è un brano che verte sulla propria resilienza e sulla propria autodeterminazione e l’invito è a cercare di ascoltare in maniera maggiore la nostra voce interiore che potrebbe trasformare una vulnerabilità iniziale in forza e, quindi, a saper cogliere le opportunità che la vita ci offre.
“Piercing of the veil” prende spunto dall’epoca del Covid e mostra una grande voglia nel ricostruire quei legami che la pandemia ha interrotto. Ma ci siamo riusciti secondo te e, in caso non fosse così, com’è possibile provare a recuperarli?
Io non sono un sociologo e, quindi, non ho le capacità per dare lezioni su questo argomento o per offrire una lettura particolarmente originale. Quello che osservo è che ci siamo isolati attraverso quella che io chiamo la lacerazione collettiva portata dal Covid, i legami sono stati bruciati e speriamo non sia per sempre. La ferita che c’è stata nelle generazioni soprattutto dell’età scolare è stata enorme perché ha spinto ancora di più verso il telefonino. Queste ore che prima uno poteva passare giocando a calcio, andando a fare una passeggiata con gli amici o al cinema sono state perdute, quindi la ricostruzione richiederà tempo e dovrà essere incoraggiata creando luoghi di confronto e di socialità per i giovani. Rimane poi anche il fatto che, nell’attuale complessità sociale, bisogna cercare di abbattere i muri e cercare di trovare una coscienza più collettiva che ritrovi un collante all’interno della nostra società.
“L’eco dei nostri passi“, “A lullaby by the river Forth” e “Vedere e sentire” contengono diversi richiami ad elementi naturali. Qual è il ruolo della natura nella tua vita e, quindi, anche nella tua proposta artistica?
Bisogna partire dall’insegnamento dei greci: la natura è quello sfondo che non muta mai, mentre noi ovviamente siamo di passaggio. Infatti la parola greca non era solo “uomo” in quanto tale, ma l’essere vivente era chiamato anche “essere mortale”. “L’eco dei nostri passi” è una maniera di dire che noi passiamo e lasciamo solo un eco; bisogna vedere se è un eco che può risvegliare le coscienze e lasciare un messaggio importante, oppure se è un eco che si spegne senza suscitare alcuna emozione. Se dovessi sintetizzare cos’è per me la natura, la definirei una complice silenziosa che ti aiuta a riflettere e a ritrovare te stesso anche in momenti particolarmente difficili della tua esistenza.
Scrivi unicamente per il piacere di farlo. È proprio questa passione che vuoi trasmettere all’ascoltatore?
Certo, la mia musica è all’interno di uno spazio di libertà che vorrei condividere. Io appartengo ancora a quella scuola secondo cui una canzone può trovare la strada stessa per un ascoltatore che, di sua sponte, voglia ritagliarsi uno spazio per accoglierla e apprezzarla.
Qual è, secondo te, il ruolo dell’artista in un’epoca in cui ci sono più influencer che artisti perché, anche nel campo musicale, sembra più importante il modo in cui ci si vende rispetto a ciò che si propone?
Per me è la maniera in cui i cantastorie hanno agito all’interno dei secoli. Basta richiamare l’epopea di Gilgamesh, quindi il fatto di intraprendere questo viaggio per fornire delle storie che aiutino a capire, a ricordare e a stimolare. Non bisogna sovraccaricare il ruolo dell’artista, ma può dare un contributo e per me è questo il messaggio importante. E, soprattutto, se lascia qualcosa in più all’interno del cuore e della mente di un ascoltatore, allora significa che ha fatto il suo lavoro perché ha trasmesso qualcosa e, quindi, quel racconto ha avuto la sua importanza.
Foto BlitzAgency

Classe ’92, ho iniziato a scrivere di musica nel 2020 aprendo un mio blog con cui ho catturato le primissime attenzioni di artisti e addetti ai lavori, in particolare di Kekko Silvestre dei Modà, la persona che, più di tutti, mi ha spinto a credere in questa strada. Dal 2022 ho, quindi, iniziato a collaborare con due siti di informazione musicale focalizzandomi su recensioni, approfondimenti e analisi del settore
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