Intervista a Svegliaginevra, che ha pubblicato l’album “La fine della guerra”; un disco che non cerca risposte definitive, ma uno spazio in cui porsi domande.
Il progetto, composto da 9 brani interamente scritti dall’artista e che vede alle produzioni anche la partecipazione di PAGA, Effemmepi ed Elia.wave, è stato anticipato nei mesi scorsi dalla pubblicazione dei singoli Pessima idea, Da domani cosa farai? e I fatti miei.
‘’Per questo disco ho avuto l’urgenza di raccontare quello che avevo vissuto negli ultimi tre anni, di scrivere un diario intimo e musicale cantando la fragilità della vita, con i suoi dolori, misteri e speranze”
Con questo nuovo lavoro, Svegliaginevra firma il suo album più libero e consapevole, un diario intimo che attraversa conflitti interiori, fragilità e desiderio di accettazione. Al centro restano la voce e la chitarra, scelte come strumenti essenziali per raccontare senza filtri un percorso personale e generazionale. Tra silenzi, arrangiamenti crudi e una scrittura che rifiuta le logiche dell’urgenza contemporanea, l’artista costruisce un racconto sincero, fuori dal tempo e dalle mode.
“La fine della guerra” è una pace cercata, mai completamente raggiunta, ma proprio per questo profondamente umana.
Intervista a Svegliaginevra, l’album “La fine della guerra”
Dopo i tuoi lavori precedenti, “La fine della guerra” arriva come un disco molto consapevole. Che cosa rappresenta questo album nel tuo percorso artistico?
Rappresenta sicuramente un passo in avanti. Credo di aver capito meglio il mio rapporto con la scrittura e, soprattutto, il motivo per cui continuo a fare dischi. È stato un lavoro importante non solo per il risultato finale, ma per il modo in cui l’ho affrontato: con molta più libertà, meno paura e una consapevolezza nuova. Mi sono concessa di essere più autentica, di non dover dimostrare nulla se non a me stessa.
Hai raccontato che alcune canzoni di questo album devono essere ancora comprese fino in fondo anche da te. Che rapporto hai oggi con l’idea di non avere tutte le risposte?
Per me è una grande fonte di stimolo. Non capire completamente le canzoni che scrivo è un po’ come metaforizzare la vita stessa: ogni giorno scopri che c’è sempre qualcosa di più grande da esplorare. Ho imparato a lasciarmi andare, ad accettare che non tutto debba essere subito chiaro o definito. Non importa se una canzone viene capita immediatamente o meno, l’importante è che esca così com’è, nel modo più sincero possibile.
Il disco è stato definito come un diario intimo e musicale, ma già dal titolo evoca una pace cercata più che conquistata. Qual è la guerra di cui parli?
È una guerra interiore, una battaglia che sento molto mia ma che credo appartenga anche alla mia generazione, e forse a quelle future. È il continuo confronto tra ciò che dovremmo essere, ciò che vorremmo essere e ciò che siamo davvero. Spesso facciamo fatica ad accettarci nel nostro modo unico di esistere, perché siamo spinti all’omologazione. La guerra di cui parlo è proprio questa: imparare ad accettarsi e riconoscere l’unicità come la nostra caratteristica più bella.
Nel disco ritorna spesso il confronto tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. È un conflitto ancora aperto o questo album ti ha dato delle risposte?
Direi entrambe le cose. Da un lato continuo a lottare per capire sempre di più chi sono, dall’altro spero che questa ricerca non finisca mai. Se smettessi di farmi domande, probabilmente finirebbe anche la mia esigenza di scrittura. Questo disco non chiude un percorso, semmai lo rende più consapevole.
Dal punto di vista musicale, voce e chitarra restano il cuore del tuo sound. È stata una scelta istintiva o una necessità?
È stata una vera e propria necessità. Ho sentito il bisogno di tornare alle origini, di valorizzare quelle che sono le peculiarità del progetto: la chitarra acustica e la voce, che sono anche il modo in cui nascono le mie canzoni. Amo il folk e il cantautorato, gli arrangiamenti crudi che mettono al centro la scrittura, senza sovrastrutture inutili.
In questo disco hai collaborato con Paga e con producer come Elia Wave. Cosa hanno portato di nuovo nel tuo modo di lavorare?
Hanno portato energia. Io amo scrivere da sola, appuntare frasi e pensieri, ma scrivere in studio con persone sensibili quanto te tira fuori un’energia diversa, che fa nascere davvero la canzone. Hanno ampliato il progetto e mi hanno permesso di esprimere fragilità e ambienti sonori che prima, forse per paura o per minore libertà, non avevo ancora esplorato.
La forma-canzone qui sembra molto libera, con spazio per il silenzio e per il suono. Era un obiettivo preciso?
Assolutamente sì. Viviamo in un mondo in cui sembra che una canzone debba funzionare in trenta secondi, magari per diventare virale. Io volevo fare una piccola rivoluzione personale: scrivere esattamente quello che avevo voglia di scrivere, rispettando anche le pause, che sono importanti quanto le note. Il silenzio è parte integrante del racconto.
“Caramelle” racconta l’innamoramento come un universo a due. Quanto è difficile non essere scontati parlando di sentimenti così universali?
È molto difficile. Sono molto influenzata dalla musica inglese, che ha la capacità di dire in poche parole concetti enormi. Per me musicalità e parole sono inseparabili. Raccontare temi apparentemente banali senza renderli tali è stato complicato, ma anche molto stimolante.
In “Pessima idea” parli degli errori come occasioni. Oggi riesci a essere indulgente con te stessa, anche rispetto alle scelte del passato?
Sto imparando a vivere nel presente. Il mio obiettivo è non rimanere ancorata al passato e non vivere troppo nel futuro, rischiando di perdermi l’oggi. Tutto quello che è successo ci ha permesso di diventare le persone che siamo, e questo va accettato.
“I fatti miei” è una canzone sommessa, quasi sussurrata. Quanto è difficile cantare ciò che non si riesce ancora a dire?
È molto difficile. A volte scrivo canzoni per urgenza, senza capire subito cosa sto raccontando. Solo dopo, a mente lucida, riesco a dare un senso a quelle sensazioni. Il non detto, il non accettato, è uno dei temi principali del disco.
La title track, “La fine della guerra”, affronta perdita, morte e dialogo con chi non c’è più. È stata più un atto di dolore o di liberazione?
Di liberazione. Parlare della nostalgia per chi non c’è più, instaurare un dialogo immaginario, serve a ritrovare forza e a non sentirsi soli. È stata l’ultima canzone che ho scritto, quella che ha dato senso a tutto il disco, ed è nata in modo molto istintivo.
La prima canzone scritta invece è stata “Piove sul mare”. Quanto contano i luoghi nella tua scrittura?
Contano tantissimo. I luoghi, le persone, i ricordi e l’umore che ho quando li vivo influenzano profondamente la mia scrittura. “Piove sul mare” è nata in un periodo di blocco creativo, ed è una canzone nostalgica che affronta il tema della libertà. Da lì ho capito che avevo bisogno di scrivere un disco senza vincoli, completamente libero.
Anche l’aspetto visivo è molto importante, a partire dalla copertina scattata a Londra. Cosa rappresenta per te quella città?
Londra è una città che incarna la libertà artistica. È musica, arte, poesia. È un luogo in cui convivono generi diversi senza gerarchie, dove non devi per forza essere “in hype” per essere ascoltato. Volevo un’estetica anni Settanta, fuori dal trend, e Londra rappresentava perfettamente questa affinità tra musica e immaginario visivo.
Ora che il disco è fuori, cosa succede?
Ora si ascolta. È il momento di lasciarlo andare.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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