Tara

Intervista a TÄRA che ci racconta il suo ep di debutto “Zefiro“, disponibile da venerdì 15 maggio per Troppo Records/Sony Music. Il filo conduttore del progetto è un movimento continuo tra Occidente e Oriente e, attraverso i brani dell’ep, TÄRA costruisce una narrazione intima ma universale, in cui l’identità non è mai fissa, ma si ridefinisce nel tempo, nel dialogo tra distanza e appartenenza, tra ciò che si è e ciò che si sceglie di diventare. Ogni traccia diventa una tappa di questo movimento continuo, componendo una mappa emotiva fatta di spostamenti, ritorni e trasformazioni interiori. In questa intervista, l’artista ci racconta la genesi del progetto e i significati che si nascondono dietro alle canzoni intrise di temi di grande attualità.

Intervista a TÄRA, l’Ep di debutto “Zefiro“

Cosa rappresenta per te questo progetto?

“Zefiro” rappresenta il vento di Ponente, quindi un vento che soffia da Ovest e per me rappresenta un po’ il ritorno alle mie origini, a qualcosa che devo ancora scoprire di me, alla mia identità e a chi sono davvero e ho cercato di rispondere a tutte queste domande esistenziali, che spesso non hanno risposte. Però ho cercato di rispondere attraverso la musica.

Sei nata in Italia da genitori palestinesi e in “Mezzaluna“, la traccia che apre l’ep, racconti appunto la storia di chi cresce sospeso tra due mondi. Cosa significa sentirsi una “mezzaluna“?

Secondo me vuol dire un po’ vivere in quella terra di mezzo, dove non appartieni davvero a nessun luogo fisico, però sei più cose contemporaneamente. Essere una mezzaluna non vuol dire essere a metà, perché la luna è completa alla fine del giorno, quindi come un ciclo ti riscopri. Secondo me era un modo carino per rappresentare questa sensazione.

In “Diaspora” canti che “nessuno ha capito cosa vuol dire avere l’anima in esilio“. Ti senti ancora incompresa?

Sicuramente su tanti aspetti sì, perché anche l’idea di esilio è qualcosa che potrebbe sembrare da libro o da film, però purtroppo l’esilio esiste, è esistito e la mia famiglia è diretta interessata di cosa significa essere esiliati. Io navigo molto anche in quello che è il concetto di trauma generazionale, tutte quelle sensazioni che vengono tramandate, vuoi o non vuoi, da generazione in generazione. Quindi, su tanti aspetti, sono sicura che, grazie a tutte queste sensazioni che provo, posso riuscire a vedere il mondo in una certa ottica e magari provare a spiegarlo attraverso l’arte.

Nello stesso brano parli del genocidio su cui, giustamente, dici che “sono in tanti ad averlo ignorato“. Perché, secondo te, c’è quasi paura nel prendere una posizione contro qualcosa di così grave?

Perché il mondo gira così. C’è chi preferisce non rischiare, non perdere magari una posizione di prestigio, una posizione di influenza particolare oppure, semplicemente, anche lavorativa. Però, dall’altro lato, credo che i giovani, o anche una canzone o la mia voce, possano dare coraggio anche a chi è un po’ più grande di me nel prendere il rischio. Che poi, per me, non è mai un rischio così tanto grande, perché quello che posso perdere io non sarà mai comparabile a quello che può perdere oggi qualcuno di Gaza.

Perché in “Hala” ti definisci pop “senza fare pop“?

Perché sono molto fiera del fatto di essere riuscita a tirare fuori musica non subito pop, non subito categorizzabile come qualcosa di commerciale però, allo stesso tempo, sono riuscita ad attirare anche la giusta attenzione su questi brani.

In “Petra” canti che “abbiamo unito Est e Ovest” ed è un verso che riassume molto bene la tua proposta musicale in cui il sound arabo si unisce a quello pop. Quando e come hai capito che l’unione di questi due mondi sarebbe stata per te la strada più ideale?

Essendo una cosa molto naturale per me, non c’è stato un momento di decisione, ma è stato più uno scoprirsi, quindi scoprire effettivamente che il modo migliore per potermi raccontare, o per poter veicolare anche alcuni messaggi, era rappresentando la mia dualità. Quindi non poteva raccontarlo solo la Tamara che parla italiano o la Tamara che parla arabo, ma doveva essere un mix.

“Perché una voce da sola è come un sasso contro un carro armato, ma se poi risuona gira tutto il mondo piano piano” canti in “Yafa“. Cosa vuoi trasmettere con la tua voce e dove vorresti portarla?

Vorrei rappresentare effettivamente questa frase, quindi dimostrare che, anche se parte da una voce sola, alla fine questa voce può fare la differenza, anche se piano piano, e lasciare un’impronta.

“Zefiro” è la traccia che chiude l’ep e ne dà anche il titolo. Perché è così importante l’immagine di Zefiro in questo progetto?

Perché Zefiro è il nome che rappresenta il vento che soffia da Ovest e quindi, per me, è anche un trascinarmi da Ovest a Est, quindi anche le mie radici dove parte di me è. Mi sembrava perfetto come titolo e abbastanza evocativo a livello di immagini, perché io ho immaginato un po’ tutto il progetto visivamente prima di buttarlo giù musicalmente e, quindi, mi sembrava la scelta giusta per poter rappresentare a 360 gradi il progetto.

Nel 2024 hai partecipato alle selezioni di X Factor. Ti è stata utile come esperienza?

Sì, è stato un passaggio come tante cose che ho fatto. Sicuramente ho capito tante cose e mi ha dato modo anche di potermi mettere ancora di più in gioco.

A fine marzo sei apparsa come unico feat in “Terre rare“, il nuovo album dei Subsonica, collaborando al brano “Straniero”. Cosa hai imparato da questo importante incontro?

È stato bellissimo, è stato un grandissimo onore poter partecipare a questo bellissimo progetto con loro e poter essere con loro anche sul palco nelle date di Torino. L’insegnamento più prezioso che mi porto dietro è sicuramente la determinazione nel mantenere la loro visione, cioè non essere mai cambiati, non aver mai cambiato una virgola di quello che fosse la loro intenzione nel fare arte. Questa cosa, secondo me, è molto importante dato che, al giorno d’oggi, è facile cadere nel mercato saturo della situazione musicale attuale.

Sei stata recentemente ospite alle Iene e al Gialappa’s Show e i tuoi interventi hanno trovato una grande accoglienza social. Come pensi che la televisione possa aiutarti a trasmettere il tuo messaggio?

È un veicolo, sicuramente un mezzo con cui devo creare un po’ più di familiarità perché la tv è molto diversa dal parlare con il tuo cellulare e postare sui social. Però è un mondo che mi affascina tanto, anche se non sono sicura che mi rappresenti al 100% essere presente in programmi quanto poter creare qualcosa di più cinematografico.

Il 21 maggio parti da Milano con un tour che ti vedrà impegnata anche in Europa fino a settembre. Come ti prepari all’incontro con il pubblico?

Cerco di mettere da parte le paure e di raccogliere quanta più grinta possibile in queste settimane e cercare effettivamente di trasmettere e di scendere dal palco felice dello show che è stato fatto.

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