Veronica Fusaro

Intervista a Veronica Fusaro, in gara all’Eurovision Song Contest 2026 per la Svizzera, con l’intenso e sfaccettato brano Alice.

C’è una linea sottile che unisce identità, musica e racconto personale nel percorso di Veronica Fusaro. Ed è proprio su questa linea che si muove la sua partecipazione all’Eurovision Song Contest 2026, dove rappresenterà la Svizzera nella seconda semifinale del 14 maggio a Vienna.

Con “Alice”, brano già incluso nel suo album Looking for Connection, l’artista porta sul palco europeo un racconto intenso e necessario, che affronta il tema della violenza nelle relazioni, anche nelle sue forme più invisibili.

Non una canzone costruita per vincere, ma una canzone “vera”: questa è la chiave del progetto Fusaro, che arriva all’Eurovision dopo oltre dieci anni di concerti e un percorso internazionale già consolidato. Tra radici italiane, consapevolezza artistica e una forte identità sonora, la cantautrice si prepara a una delle sfide più importanti della sua carriera.

Intervista a Veronica Fusaro, in gara all’Eurovision 2026 per la Svizzera

Cosa rappresenta la partecipazione all’Eurovision in questo momento della tua carriera?

Rappresenta un punto di svolta, ma anche una sorta di nuovo inizio. Dopo tanti anni passati a costruire il mio percorso passo dopo passo, tra concerti, festival e crescita personale, arrivare all’Eurovision significa avere finalmente una vetrina globale. Non lo vivo come un traguardo, ma come un’apertura: una possibilità concreta di far viaggiare la mia musica oltre i confini che ho già attraversato. È anche una sfida con me stessa, perché mi mette davanti a un pubblico enorme, con aspettative diverse, e mi obbliga a essere ancora più chiara, autentica e centrata su quello che voglio comunicare.

Come stai vivendo la preparazione alla performance?

È un momento molto intenso, perché ogni dettaglio conta. Sto lavorando molto sulla performance, sull’interpretazione, ma anche sull’energia che voglio portare sul palco. Cerco di restare il più possibile lucida e tranquilla, anche se non è facile. Le prove sono fondamentali perché trasformano un’idea in qualcosa di concreto. A breve sarò a Stoccolma proprio per questo: dare forma a ciò che fino ad ora è stato solo immaginato. È un processo bellissimo, perché vedi nascere qualcosa che poi vivrà davanti a milioni di persone.

Le radici italiane che ruolo hanno nella tua identità artistica?

Un ruolo enorme. Sono cresciuta in una famiglia metà svizzera e metà italiana, quindi ho sempre vissuto questa doppia appartenenza come qualcosa di naturale. L’Italia per me è casa tanto quanto la Svizzera, soprattutto a livello emotivo.

Le estati in Calabria dai miei nonni, la lingua, il modo di vivere le emozioni: tutto questo si riflette anche nella mia musica. Credo che il mio modo di interpretare e raccontare abbia qualcosa di molto italiano, anche se poi lo esprimo in un contesto più internazionale.

“Alice” è una canzone forte e musicalmente complessa. Come nasce?

Nasce dall’esigenza di raccontare una dinamica che purtroppo è molto diffusa, ma spesso difficile da riconoscere. Alice è una donna che prova a mettere dei confini, ma questi vengono continuamente ignorati.

La cosa più significativa è che lei, nella canzone, non parla mai direttamente: è sempre qualcun altro a raccontarla. Questo rappresenta proprio la perdita di voce che spesso avviene in certe relazioni.

Il tema è quello della violenza, ma non solo quella evidente: anche quella psicologica, fatta di manipolazione, controllo e piccoli segnali che vengono sottovalutati. Era importante per me parlarne con delicatezza ma anche con forza.

Quanto è importante portare un messaggio così su un palco come l’Eurovision?

È fondamentale. L’Eurovision è un palcoscenico enorme, ma proprio per questo può diventare uno spazio di consapevolezza. Non credo che la musica debba sempre ‘insegnare’ qualcosa, ma quando hai l’occasione di parlare di temi reali, allora diventa anche una responsabilità.

Se anche solo una persona si riconoscerà in questa storia o riuscirà a vedere qualcosa che prima non vedeva, allora avrà senso.

Dal punto di vista musicale, “Alice” gioca molto sui contrasti…

Il brano nasce da un’intuizione musicale molto forte: questo ritmo in 6/8, quasi come un valzer, crea una sensazione iniziale di leggerezza, quasi romantica. Poi arrivano le chitarre e rompono quell’equilibrio.

È esattamente quello che succede nella storia: qualcosa che sembra bello, ma che piano piano si incrina. Quando ho sentito l’arrangiamento per la prima volta, ho capito subito che la musica stava già raccontando tutto. Noi dovevamo solo trovare le parole giuste per completare il quadro.

Anche il videoclip è molto simbolico: perché ambientarlo in un matrimonio?

Perché il matrimonio è l’immagine perfetta dell’amore idealizzato. È il momento in cui tutto dovrebbe essere perfetto.

Inserire lì dei segnali di disagio, delle piccole aggressioni, crea un contrasto molto forte. Volevamo mostrare come la violenza non inizi necessariamente con qualcosa di eclatante, ma con dettagli, con segnali che spesso vengono ignorati. È proprio lì che bisogna imparare a guardare.

Cosa puoi dirci della performance sul palco di Vienna?

Posso dire che sarà molto coerente con il brano. Non volevamo qualcosa di spettacolare fine a sé stesso, ma qualcosa che amplificasse il messaggio. Ci sarà la chitarra, che per me è fondamentale, e lavoreremo molto sull’atmosfera e sull’intensità emotiva. L’obiettivo è far arrivare la storia, non solo cantarla.

Hai ricevuto consigli da chi ha già vissuto questa esperienza?

Sì, ho parlato con JJ, ed è stato molto prezioso. Mi ha detto una cosa semplice ma verissima: ‘riposa quando puoi’. Sembra banale, ma in realtà è fondamentale. Saranno giorni molto intensi, pieni di stimoli, e bisogna trovare il modo di rimanere centrati”.

Quanto conta l’esperienza live in un contesto come questo?

Conta tantissimo. L’esperienza ti insegna a gestire l’imprevisto, a restare presente, a non farti travolgere. Ma soprattutto ti insegna a conoscere te stessa: sapere come reagisce la tua voce, il tuo corpo, la tua mente. In un contesto come Eurovision, dove tutto è amplificato, questa consapevolezza fa davvero la differenza.

Che visione hai della musica oggi, anche rispetto al panorama italiano?

La musica oggi è molto influenzata dai numeri, dagli algoritmi, dalle piattaforme. È una realtà con cui bisogna fare i conti. Però credo che ci sia ancora spazio per l’autenticità. Ci sono artisti che riescono a fare musica vera, che non segue solo le logiche del mercato. Ed è quella che continuo a cercare anche come ascoltatrice.

Cosa pensi di “Per sempre sì” di Sal Da Vinci?

Mi ha colpito subito. Non la conoscevo prima, ma il ritornello è di quelli che restano. La vedo come una celebrazione dell’amore, in tutte le sue forme. E penso che, alla fine, sia proprio questo che la musica dovrebbe fare: farci sentire qualcosa.

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