Virginio

Intervista a Virginio, che parla del nuovo singolo “Dio nella pioggia” dalle sonorità messicane, tra libertà artistica e il podcast “Grazie al caso”.

Il cantautore torna con “Dio nella pioggia”, un singolo che segna una nuova tappa del suo percorso artistico e mette in dialogo la melodia italiana con le sonorità della musica messicana e gli elementi della tradizione mariachi. Un incontro musicale nato anche dalla sua esperienza in America Latina, un mondo che negli ultimi anni è diventato sempre più importante sul piano professionale e personale.

Il brano, disponibile anche nella versione spagnola “Dios en la lluvia”, affronta la pioggia da una prospettiva inedita: non soltanto malinconia e nostalgia, ma un’occasione di connessione, speranza e rinascita. Al centro c’è l’idea che ciò che inizialmente sembra un ostacolo possa rivelarsi necessario per raggiungere qualcosa di bello, proprio come la pioggia permette ai fiori di sbocciare. Nella nostra intervista, Virginio ci racconta la genesi del singolo, la collaborazione con il produttore colombiano Jhomer Ríos e la volontà di sperimentare senza lasciarsi condizionare dalle regole del mercato.

Il brano è accompagnato da un videoclip, nel quale la musica dal vivo e la presenza degli strumenti assumono un ruolo centrale, e del rapporto tra immagini, suoni e significati personali.

Infine, spazio a “Grazie al caso”, il podcast disponibile su RaiPlay Sound, nel quale l’artista esplora il rapporto tra destino e coincidenze attraverso le storie degli ospiti, accompagnate da momenti musicali dal vivo. Due progetti diversi, uniti dalla curiosità e dal desiderio di mettersi in gioco, senza rinunciare alla propria identità.

Intervista a Virginio, il nuovo singolo “Dio nella pioggia”

Partiamo da “Dio nella pioggia”, un singolo che introduce sonorità in parte inaspettate rispetto alle tue precedenti produzioni. Che cosa rappresenta questo brano nel tuo percorso artistico e da dove nasce la scelta di fondere la melodia italiana con le influenze della musica messicana?

È sicuramente un mix inaspettato. Immagino che possa aver sorpreso anche una parte del mio pubblico italiano, perché ho voluto portare nella mia musica alcune influenze che sto assorbendo frequentando sempre più spesso l’America Latina e gli Stati Uniti. Mi interessava fondere questi suoni, che ascolto e vivo direttamente, con la mia sensibilità melodica italiana. La musica messicana, con le sue sonorità regionali, è molto presente anche nelle classifiche statunitensi. Volevo quindi confrontarmi con questo universo musicale e capire come potesse dialogare con il mio modo di scrivere, soprattutto all’interno di una canzone intensa come “Dio nella pioggia”.

Mi interessava anche mettere in discussione alcuni preconcetti sugli strumenti mariachi. Le loro trombe importanti, per esempio, vengono talvolta associate a qualcosa di leggero o immediatamente festoso. In realtà, nella tradizione e nel folklore messicano esprimono anche una grande passionalità. Mi piaceva portare questa intensità dentro un brano che ha per me un peso specifico importante, già a partire dal titolo.

La pioggia viene spesso associata alla malinconia, alla solitudine e alla nostalgia. In “Dio nella pioggia”, invece, diventa un simbolo di rinascita e speranza. Come sei riuscito a ribaltarne l’immaginario e quale messaggio vorresti arrivasse a chi ascolta la canzone?

In realtà, è un immaginario che ho sempre avuto dentro di me. Per me la pioggia è malinconica, ma si tratta di una malinconia fresca, positiva, che non è necessariamente legata ai rimpianti o a qualcosa che abbiamo perduto. È una sensazione che, in qualche modo, ci connette maggiormente con il mondo. Viviamo sempre di fretta e spesso utilizziamo la musica come intrattenimento o come sottofondo, qualcosa che passa alla radio mentre facciamo altro. Questa è una canzone che, invece, vorrei fosse ascoltata con attenzione, non perché sia complicata, ma perché contiene un messaggio più profondo.

Il concetto di “Dio nella pioggia” nasce proprio dalla possibilità di trovare qualcosa di positivo in ciò da cui normalmente cerchiamo di ripararci. Per me la pioggia rappresenta una connessione tra cielo e terra. Sono partito da una frase: “Ho chiesto a Dio i fiori e lui mi ha mandato la pioggia”. Mi piace molto questa immagine perché suggerisce che ciò che arriva nella nostra vita non debba essere interpretato necessariamente come qualcosa di negativo. A volte dobbiamo imparare a riconoscere un’opportunità anche quando, inizialmente, non riusciamo a vederla. Per arrivare ai fiori, del resto, c’è bisogno della pioggia. È un passaggio indispensabile, anche se non sempre ce ne rendiamo conto mentre lo stiamo attraversando.

Nel brano convivono una dimensione spirituale e una terrena. Nella tua musica, inoltre, riesci spesso a partire da un’esperienza personale per arrivare a qualcosa di universale, nel quale gli ascoltatori possono riconoscersi. Quanto è importante per te questo equilibrio tra vissuto individuale e condivisione?

Penso che, in fondo, quello che vivo io lo viviamo un po’ tutti. Probabilmente sono semplicemente più abituato a tradurre le mie esperienze in musica e parole. Anche quando ho scritto canzoni musicalmente più leggere, ho sempre desiderato che avessero un peso specifico importante, che parlassero di qualcosa e che le persone potessero riconoscersi in quello che raccontavo. Per me non è sufficiente che una canzone funzioni soltanto dal punto di vista melodico: deve esserci qualcosa che rimane, un pensiero, un’emozione, una storia nella quale qualcuno possa ritrovare una parte di sé.

Lo vedo anche durante i concerti. La connessione con il pubblico non nasce soltanto dalla mia voce o da quello che porto in scena, ma anche dalle cose che racconto e dal significato delle canzoni. Mi piace l’idea di poter instaurare uno scambio autentico con le persone che mi ascoltano. Naturalmente, quando sono sul palco mi diverto e considero fondamentale anche la dimensione dell’intrattenimento. Ma voglio soprattutto parlare della vita, delle esperienze che faccio e delle cose che mi succedono. Per me la musica è anche questo: la possibilità di condividere qualcosa di vero e di creare un legame che vada oltre la semplice esecuzione di un brano.

“Dio nella pioggia” è disponibile anche in spagnolo con il titolo “Dios en la lluvia”. Le due versioni sembrano avere sfumature e atmosfere differenti. Come cambia una canzone quando viene reinterpretata in un’altra lingua?

Una lingua diversa porta inevitabilmente con sé suoni differenti e, di conseguenza, anche un’atmosfera che può cambiare. È una delle cose che trovo più interessanti quando lavoro alle versioni in italiano e in spagnolo delle mie canzoni. “Dio nella pioggia” l’ho scritta inizialmente in italiano e poi l’ho adattata in spagnolo, anche se la versione spagnola è uscita prima. Mi piace molto questa sfida, perché non si tratta mai di fare una traduzione letterale. Bisogna trovare un adattamento che riesca a esprimere lo stesso concetto e a conservare, per quanto possibile, la musicalità del brano, utilizzando parole diverse.

È un lavoro che mi diverte moltissimo. Quando scrivi in una lingua e poi devi trasferire la canzone in un’altra, devi cercare soluzioni nuove, rispettare gli accenti e capire come far funzionare le frasi dal punto di vista musicale. Non puoi limitarti a tradurre quello che hai scritto: devi trovare un modo per farlo vivere nuovamente.

A volte parto dall’italiano, altre volte dallo spagnolo. “Devorare il cielo”, per esempio, è una canzone uscita quest’anno che è nata in spagnolo, mentre esiste anche una versione italiana che non è ancora stata pubblicata. È un po’ un gioco di carte, se vogliamo: cambia il punto di partenza, ma resta la possibilità di esplorare sfumature differenti. Mi piace avere queste possibilità e poter giocare con le lingue, perché ogni versione può aprire una prospettiva nuova sullo stesso brano.

Per “Dio nella pioggia” hai lavorato con il produttore colombiano Jhomer Ríos. Come è nata la vostra collaborazione e in che modo avete costruito insieme l’identità sonora del singolo?

Ci ha presentati Julio Reyes Copello, un produttore pluripremiato che ha vinto numerosi Grammy e Latin Grammy. Ci siamo incontrati nel suo studio e siamo entrati subito in sintonia. Ci siamo piaciuti immediatamente e abbiamo cominciato a scambiarci idee. Jhomer vive tra Medellín e Miami, quindi anche questo ci ha permesso di confrontarci con esperienze e prospettive differenti. È sempre stimolante incontrare qualcuno che porta con sé un mondo musicale diverso dal tuo e con il quale puoi condividere punti di vista, ascolti e suggestioni.

Quando ho iniziato a lavorare a “Dio nella pioggia”, gli ho raccontato che mi sarebbe piaciuto inserire un tocco messicano in una canzone che, almeno apparentemente, sembrava lontana da quelle sonorità. Lui ha saputo trovare in studio una chiave che ho trovato splendida, lavorando con gli strumenti mariachi e con i chitarristi. Il risultato ha una dimensione malinconica, ma non pesante. È un equilibrio delicato, una sorta di filo sul quale la canzone riesce a muoversi senza perdere la propria intensità.

Mi interessava soprattutto portare qualcosa di diverso. Il pop, secondo me, è bello proprio perché può essere influenzato da moltissimi generi: può avere sfumature blues, jazz, electro-pop, dance e, in questo caso, latine. Mi piaceva esplorare questa possibilità e trovare un punto d’incontro tra il mio linguaggio e una cultura musicale che sto conoscendo sempre più da vicino.

Hai parlato della volontà di proporre qualcosa di nuovo nel panorama italiano. Quanto conta, in questa fase della tua carriera, la libertà di sperimentare senza seguire necessariamente le tendenze del mercato?

Per me è una questione fondamentale. Credo che questa particolare sfumatura latina, legata alle sonorità messicane e alla tradizione mariachi, rappresenti un tentativo di esplorare qualcosa che non avevo ancora sentito in questa forma nella musica italiana. Naturalmente mi assumo la responsabilità di aver voluto provare una strada diversa. È importante anche chiarire che non si tratta di prendere semplicemente elementi di una cultura musicale e inserirli in una canzone senza un legame personale. È un incontro tra culture che sto vivendo direttamente. Attraverso i concerti a Città del Messico, il lavoro a Miami e le esperienze in America Latina, sto esplorando un mondo che mi sta ispirando profondamente. È qualcosa che fa parte della mia vita e che desideravo portare anche nella mia musica italiana.

La canzone è uscita inizialmente in spagnolo, con queste sonorità e questo tocco latino. A un certo punto mi sono chiesto perché avrei dovuto cambiare gli arrangiamenti per la versione italiana. Mi sono reso conto che il risultato era diverso da quello che il mercato propone in questo momento, ma non volevo rinunciare alla mia idea soltanto per renderla più prevedibile. Volevo dare un contributo da musicista, esercitando la libertà di sperimentare. Ho sempre cercato di essere libero in questo senso, sottraendomi, quando possibile, alle regole dettate dal mercato. A volte mi piace giocare con sonorità più radiofoniche, come è successo con “Marene”; altre volte sento il bisogno di esplorare territori nuovi.

Il mio obiettivo è offrire a chi mi segue, ma anche a chi ancora non mi conosce, qualcosa che non sia la fotocopia di altre mille canzoni che si sentono in giro. Credo che la libertà artistica passi anche da questo: avere il coraggio di provare, sbagliare eventualmente, ma soprattutto seguire una direzione nella quale ci si riconosce.

Anche il videoclip di “Dio nella pioggia” sembra seguire questa ricerca, mettendo al centro te, gli strumenti e la dimensione musicale. Quale idea volevi trasmettere attraverso le immagini?

Volevo evidenziare ancora di più, anche dal punto di vista visivo, la presenza di strumenti che non sono abituali nella mia musica. Credo di non aver mai utilizzato la tromba in una mia produzione, quindi mi piaceva mettere in risalto questo elemento e mostrare i musicisti che mi accompagnano. La canzone è stata realizzata quasi interamente con strumenti suonati, e desideravo che questo aspetto emergesse anche nel video. Mi interessava far vedere la musica mentre prende forma, dando spazio alla presenza dei musicisti e al dialogo tra gli strumenti.

Abbiamo girato in uno scenario particolare a Miami, un luogo nel quale si respira l’America e che, allo stesso tempo, si presta a una lettura simbolica. Cerco sempre di fare in modo che gli elementi visivi abbiano un significato per me e non siano semplicemente uno sfondo scelto perché esteticamente interessante. L’enorme campo sportivo che si vede nel videoclip rappresenta, nella mia interpretazione, la sfida che ci troviamo ad affrontare quando entriamo in contatto con sonorità nuove o con una cultura diversa dalla nostra. È una metafora del confronto con qualcosa che non conosciamo, della necessità di metterci in gioco e di trovare il nostro posto in un territorio inesplorato.

E poi, in questo scenario, arriva la pioggia. Quella che si vede nel video è pioggia vera, e per me era importante che fosse proprio così. Volevo che l’immagine conservasse una dimensione autentica, coerente con il significato della canzone e con il mio modo di raccontare le cose.

Passiamo a “Grazie al caso”, il tuo podcast disponibile su RaiPlay Sound. Da dove nasce l’idea di questo progetto e che cosa ti ha spinto a esplorare il mondo del podcasting e della radio?

Mi piace giocare con le parole e volevo trovare un titolo che fosse memorabile, facile da ricordare, ma che allo stesso tempo suscitasse curiosità. “Grazie al caso” mi sembrava perfetto anche perché è un’espressione che non si presta facilmente a essere messa in discussione: ha qualcosa di immediato, ma apre una serie di domande. Sono felice di esplorare questo nuovo mondo, quello dei podcast e della radio. Devo ringraziare molto il direttore Rai Gianfranco Zinzilli, che mi ha proposto di realizzare qualcosa insieme e mi ha chiesto se avessi un’idea da sviluppare.

Ho pensato a un progetto che ruotasse intorno al caso e al destino, due temi che mi hanno sempre affascinato. Sono argomenti molto ampi, ai quali non so dare una risposta definitiva, ed è proprio questo che mi interessa. Non volevo costruire un programma nel quale presentare una mia teoria, ma uno spazio in cui esplorare queste questioni insieme agli ospiti, ascoltando le loro esperienze e le loro interpretazioni. Mi piace l’idea di partire da un incontro, da una coincidenza o da un episodio apparentemente casuale per capire quanto possa influenzare il percorso di una persona. A volte un evento inatteso cambia completamente le nostre prospettive e ci porta in una direzione che non avremmo mai immaginato.

La musica, naturalmente, non poteva mancare neppure in questo progetto. Come hai deciso di inserirla all’interno delle conversazioni con gli ospiti?

Volevo assolutamente che la musica fosse parte integrante del podcast. Per questo ho pensato di inserire dei momenti dal vivo, creando una formula che unisse la conversazione alla dimensione musicale. Durante ogni puntata chiedo all’ospite se c’è una canzone alla quale è particolarmente legato. Può essere un brano che gli ricorda un momento della vita, una persona importante, un incontro o un passaggio che ha contribuito a cambiare il suo percorso. La canzone diventa così un altro modo per raccontarsi, una porta d’accesso a ricordi ed emozioni che magari non emergerebbero attraverso una semplice domanda.

Dopo aver ascoltato la storia, interpreto quel brano dal vivo, accompagnato dalla chitarra del Maestro Damiano La Rocca. Mi piace che una canzone possa diventare una sorta di colonna sonora della conversazione e che il pubblico possa ascoltarla in una forma diversa, legata al racconto appena condiviso. È un modo per rendere il podcast qualcosa di particolare: non soltanto un’intervista, ma anche un’esperienza musicale. Mi sono divertito molto a realizzarlo e sono felice che anche gli ospiti abbiano partecipato con entusiasmo. È una nuova avventura alla quale tengo davvero tanto.

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