Intervista a Ylenia Lucisano, che racconta “Fuija Fuija (Slow)”, il dialetto rossanese, il bisogno di rallentare e il nuovo percorso tra elettro-folk e radici.
Dopo aver raccontato il rapporto con le proprie radici attraverso “Terra Rossa”, Ylenia Lucisano torna con “Fuija Fuija (Slow)”, secondo capitolo di un progetto che unisce elettro-folk, tradizione e sonorità contemporanee. Il brano, scritto dalla cantautrice calabrese, è prodotto da Gerolamo Sacco e pubblicato da Miraloop con distribuzione Pirames International.
Al centro del nuovo singolo c’è una contrapposizione: da una parte il “fuija”, che in rossanese significa “scappa”, dall’altra quello “slow” che invita a fermarsi, respirare e recuperare un rapporto più autentico con il proprio tempo. Un tema profondamente personale, nato anche durante il periodo in cui Ylenia stava progettando il trasferimento da Milano verso il Sud.
Il dialetto rossanese torna così a essere molto più di un elemento identitario o folkloristico: diventa una vera e propria lingua emotiva. Una scelta che si inserisce in un percorso artistico iniziato oltre dieci anni fa e passato attraverso importanti collaborazioni, palchi come il Concertone del Primo Maggio e Area Sanremo e incontri con artisti e produttori come Giuseppe Anastasi e Taketo Gohara.
Oggi Ylenia sente di essere a suo agio nella propria musica, consapevole però di avere ancora molto da raccontare e da costruire.
Intervista a Ylenia Lucisano
Ylenia, è passato un po’ di tempo dalle tue prime pubblicazioni. Cosa rappresenta “Fuija Fuija (Slow)” nel tuo percorso?
“Fuija Fuija” rappresenta, a livello pratico, il secondo singolo di un progetto molto più ampio, che ha visto la luce con “Terra Rossa”, uscito a maggio dello scorso anno. C’è un filo conduttore che riguarda le mie origini, il tornare a vivere più connessi alle proprie radici e secondo i ritmi della natura e del proprio respiro. È un progetto autobiografico, ma affronta anche temi che oggi riguardano tantissime persone.
“Fuija” significa “scappa”, mentre “Slow” suggerisce esattamente il contrario. Da dove nasce questo contrasto?
C’è una doppia faccia della medaglia, un po’ come nella canzone precedente, dove parlavo di odio, rabbia e amore. Qui parlo dell’inseguire sempre qualcosa, dell’essere continuamente in movimento, ma in una maniera che non è necessariamente produttiva. Quando si fanno tante cose si rischia di perdere anche il fulcro di se stessi. Tante volte mi è capitato di arrivare alla fine della giornata dopo aver fatto miliardi di cose e pensare: “Adesso sembra quasi che non abbia concluso nulla di importante”.
Secondo me, invece, fare le cose con più lentezza, vivendo quello che si sta facendo e restando nel presente, permette di raggiungere risultati più duraturi e importanti. Questo vale nella musica e in tutte le cose che facciamo. La lentezza non è inattività, ma significa vivere il momento che si sta attraversando.
Nel brano c’è anche quella voce interiore che ci spinge continuamente a correre, produrre e raggiungere nuovi obiettivi. Quanto è importante imparare ad ascoltare anche l’altra voce?
Assolutamente sì. Il punto di partenza di tutto, secondo me, è capire la nostra storia, capire da dove veniamo per capire dove stiamo andando. È importante che dentro di noi ci sia quella voce che ci spinge a costruire e a realizzare, ma è altrettanto importante dare valore a quello che facciamo, al nostro tempo e capire quando è il momento di allentare, di prendersi dei momenti per se stessi. Anche semplicemente imparare a respirare durante le giornate frenetiche. È qualcosa che sottovalutiamo perché il respiro ci viene naturale, ma quante volte ci soffermiamo davvero a dare importanza a quella cosa che ci dà la vita e ci permette di fare tutto? Sono sicura che imparare a farlo sulla mia pelle mi permetta poi di lavorare anche meglio. Sono piccoli trucchi che oggi chiamiamo mindfulness, ma in realtà sono studi e regole antichissime che permettono all’uomo di vivere bene. Il benessere dovrebbe essere la prima cosa a guidarci, la priorità assoluta nella nostra società, e invece viene sottovalutato sempre di più.
Ancora una volta scegli il dialetto rossanese. Che cosa riesci a dire attraverso questa lingua che non riusciresti a esprimere con la stessa autenticità in italiano?
Le parolacce! (ride, ndr). In generale, però, le parolacce sono quelle cose che si dicono quando si è immersi in un’emozione particolare, in questo caso la rabbia. Il dialetto, e in generale la propria lingua d’origine, aiuta a esprimere certe emozioni. Non è tanto il significato della parola, quanto il modo in cui la si dice, l’energia che si sprigiona, la vibrazione e l’emozione che porta con sé. Tutti quei momenti troppo “up” o troppo “down” della propria vita, se provassimo a esprimerli nel nostro dialetto, secondo me ci aiuterebbero a superarli meglio. Non c’è necessariamente una parola specifica: sono i momenti in sé che vanno vissuti e raccontati nella propria lingua. È un patrimonio che poi possiamo riportare nella vita quotidiana, anche perché non tutti i giovani oggi hanno la fortuna di poterlo fare.
Nella tua musica il dialetto non è mai un semplice elemento folkloristico. Come si trasforma in un punto di forza anche all’interno di una produzione elettronica?
Credo che faccia parte dell’autenticità della persona. Siamo cresciuti, magari avendo la fortuna di avere nonni, parenti o genitori che parlavano in dialetto. Fa parte del nostro linguaggio più atavico. La musica deve trasmettere verità da tutti i punti di vista e utilizzare il dialetto, secondo me, ha proprio un senso strutturale: ti dà la possibilità di dire delle cose e di essere autentico di fronte al pubblico. Non è una necessità assoluta, ma credo che sia un segno di identità forte, sia artistica sia sociale.
Oggi siamo sempre più connessi e tendiamo a sentirci cittadini del mondo. Quanto è importante, invece, tornare alle proprie origini?
È importante rivendicare le proprie origini, perché si tende veramente al piattume e a essere quasi tutti cittadini del mondo. È vero, siamo tutti cittadini del mondo perché ormai tutto ci connette, però è bello ritornare anche al proprio territorio e portare con sé la propria identità.
In questo progetto è importante anche il lavoro con Gerolamo Sacco. Come avete trovato l’alchimia che ha portato a un sound così riconoscibile?
Noi siamo partiti, più che dal sound, dalla mia storia. Volevamo raccontare quello che è stato il mio percorso musicale, partire dalle origini per cercare poi di unire la parte tradizionale a quella contemporanea. Ci siamo fermati tanto a parlare della mia storia e, piano piano, siamo arrivati prima a “Terra Rossa” e poi ad altre canzoni che ascolterete nel tempo. È un lavoro di alchimia, un lavoro vero, come si faceva una volta in studio. Non è che ti appioppo una canzone o una base perché oggi va di moda quella cosa. Costruiamo tutto come se fosse veramente un unico puzzle.
Io magari mi occupo del testo e tu, in base al testo, fai nascere delle suggestioni legate a quello che sto raccontando. Poi uniamo tutto. È bello perché è veramente un lavoro di alchimia. Non è facile, perché sarebbe molto più semplice rispettare le regole del mercato, dove è già tutto preimpostato. Però a noi non piace rispettare le regole. Preferiamo andare avanti in un altro modo.
Nel tuo percorso ci sono state collaborazioni importanti e palchi prestigiosi, dal Concertone del Primo Maggio ad Area Sanremo. Oggi, dopo diversi anni di carriera, qual è l’aspetto della tua musica che ti rende più orgogliosa?
Credo che ci sia stata un’evoluzione nella scrittura, che è diventata un po’ più matura. Però, in realtà, non sento di poter dire: “Sono orgogliosa di quello che faccio”. Mi sento semplicemente a mio agio in quello che faccio. Credo di aver fatto veramente poco rispetto a quello che si potrebbe fare. Spero quindi di avere sempre più occasioni per poter portare non me stessa, ma la mia musica. Sono grata alle esperienze fatte in passato perché mi hanno insegnato tanto. Stare a contatto con persone che fanno questo lavoro da tanti anni e che hanno avuto tanto successo, per me, è scuola. Spero di poter continuare a fare scuola in questa vita e nel mio lavoro. Quindi sono orgogliosa? Non lo so. Penso di non potermi dimenticare veramente, perché credo di aver fatto ancora davvero poco.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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