Intervista alla Bandakadabra, che racconta “TWO”, il nuovo contaminato album tra techno, fiati e percussioni.
Sette musicisti, fiati e percussioni per affrontare la techno senza sequenze, basi o sovrastrutture. È questa la sfida al centro di “TWO”, il nuovo album della Bandakadabra, uscito il 18 settembre.
Il disco rappresenta un nuovo capitolo nella ricerca dell’ensemble torinese attorno al linguaggio della musica elettronica e nasce dalla volontà di trasferire su disco soprattutto l’energia del loro spettacolo dal vivo. Una scelta precisa: trasformare brani nati per sintetizzatori e macchine in rework analogici, affidati esclusivamente all’interazione tra musicisti.
Da “Syren” di Anyma & Rebūke a “In Sequence” dei Kasablanca, passando per “Better Off Alone”, “Kernkraft 400”, “Breathe”, “Children” di Robert Miles e “Disco Labirinto” dei Subsonica, TWO costruisce un percorso che attraversa diverse epoche e sensibilità della musica elettronica.
Proprio “Disco Labirinto” è anche un omaggio ai Subsonica per i trent’anni della band, mentre l’intero progetto nasce da una consapevolezza maturata attraverso l’esperienza: la dimensione live è il vero punto di forza dei Bandakadabra. Una formazione che porta con sé anche la memoria delle bande tradizionali e della musica suonata per strada, trasformandola in uno spettacolo contemporaneo capace di far dialogare tradizione, elettronica e fisicità.
In questa intervista ci raccontano la genesi di TWO, il significato dei loro rework, il rapporto con il pubblico, l’importanza della banda come radice culturale e la volontà di continuare a costruire una musica che non abbia bisogno di nascondersi dietro una base.
Intervista alla Bandakadabra, il nuovo progetto “TWO”
Partiamo da “TWO”. Che cosa rappresenta questo album nel vostro percorso artistico?
È un capitolo più ampio che ci ha portato a esplorare la techno attraverso i fiati. Rispetto al lavoro precedente è un disco più consapevole, perché abbiamo scelto volutamente di non utilizzare sequenze e basi. Il suono che viene fuori è esclusivamente quello degli strumenti. Il lavoro precedente era molto più legato alla produzione e, secondo me, risultava anche più pesante. Non era veramente chiaro cosa facessimo: sembrava quasi che suonassimo sopra delle basi, e questo era abbastanza imbarazzante per noi.
Ascoltando “TWO” si ha proprio la sensazione che siate partiti dalla vostra dimensione live. È così?
Esattamente. È quasi un “live to tape”. Adesso penso che registreremo anche il nostro live in studio, con il pubblico, proprio per cercare di rendere ancora di più l’effetto di uno spettacolo dal vivo. Noi siamo abituati a suonare davanti alle persone. Quando togli il pubblico manca una dimensione che per noi è fondamentale. Anche in passato abbiamo realizzato due dischi con il pubblico in sala, perché ci piace avere questo tipo di energia.
Quando avete capito che l’incontro tra fiati, percussioni ed elettronica poteva diventare una vera identità artistica?
Secondo me lo abbiamo capito veramente quest’anno. Abbiamo capito anche dai nostri errori che poteva essere una cosa molto interessante, se fatta in un certo modo, a partire dalla scelta dei pezzi. Abbiamo costruito una scaletta con un’intenzione quasi da DJ, mettendo insieme i brani in modo che, suonandoli in quella sequenza, il nostro spettacolo funzionasse sia sul palco sia per strada.
Avete definito i brani di “TWO” dei veri e propri rework. Qual è la differenza tra reinterpretare una canzone e trasformarla in qualcosa di nuovo?
Il nostro è un rework vero e proprio perché prendiamo un pezzo che proviene totalmente da un ambiente musicale digitale e lo traduciamo in termini analogici. Rendiamo ciò che è costruito per le macchine suonato da delle persone umane.
Avete affrontato brani che per molti sono quasi intoccabili, come “Children” o “Breathe” dei Prodigy. Come si trova una chiave nuova senza snaturare l’originale?
Il lavoro è stato fatto da Giulio Piolla, che è l’arrangiatore. “Children”, tra l’altro, per un purista non si può neanche considerare propriamente un pezzo techno, però era una composizione talmente evocativa che siamo riusciti a trovare una chiave che, secondo me, funziona. Alla fine ci piaceva il pezzo. E quando ti confronti con la musica, o con qualunque cosa fai, se non hai una spinta di piacere nel farla, è difficile che l’operazione funzioni. “Children”, all’interno della sequenza di brani che avevamo scelto, ci stava molto bene.
In “TWO” convivono la memoria della dance e produzioni elettroniche più contemporanee, come “In Sequence”. Quanto vi interessava creare questo dialogo?
Ci interessava molto, ma non abbiamo fatto un discorso legato a quanto fossero lontani temporalmente i brani. Abbiamo fatto una scelta con la sensibilità di chi deve costruire uno spettacolo da DJ. Abbiamo messo insieme pezzi che stavano bene uno con l’altro, cercando una sorta di naturalezza nell’ascoltarli consecutivamente. Nel live abbiamo poi perfezionato ulteriormente questa cosa, perché secondo me abbiamo trovato una sequenza ancora più efficace di quella dell’album. Il confronto con il pubblico ti permette di correggere e aggiustare continuamente il tiro. Ci sono cose di cui non ti rendi conto quando lavori in maniera astratta, mentre dal vivo capisci immediatamente che cosa funziona e cosa invece deve essere modificato.
“Disco Labirinto” è forse il brano più particolare della tracklist. Avete mai avuto paura della reazione dei puristi dei Subsonica?
In realtà no. Abbiamo scelto di fare questo pezzo per il trentennale dei Subsonica. Sono persone che conosciamo e conosciamo anche bene. Con Samuel abbiamo suonato mille volte e con Max Casacci ho personalmente un rapporto di amicizia. Volevamo fargli una sorta di omaggio per i loro trent’anni. È stato l’unico pezzo che abbiamo quasi inserito a forza, perché aveva il significato di un regalo da parte di un gruppo a uno dei migliori gruppi italiani. Poi alla fine ha funzionato bene. Quando lo facevamo dal vivo non sentivamo nessuno lamentarsi, anzi: le persone rimanevano colpite. È stato divertente fare questa operazione con un pezzo che ho ballato quando ero piccolo, anche se in sette quarti, quindi ballarlo è piuttosto complesso!
Nella vostra musica rimane però molto forte anche la tradizione bandistica. Quanto pesa questa radice?
Molti di noi hanno iniziato a suonare nelle bande, quindi questo fa parte della nostra memoria. Io sono appassionato di bande tradizionali, sia del Sud sia del Nord Italia. Per me la banda è una cosa sacra. Questa cosa è rimasta perché l’idea di portare la musica suonando per strada è un gesto che trovo sempre poetico. Deriva proprio dall’ascolto, quando ero piccolo, delle bande di paese. L’immaginario rimane quello, la radice rimane quella. Non abbiamo mai fatto un genere diverso, però nell’idea iniziale rimane sempre l’idea della banda: suonare in giro, camminando, suonando negli ambienti.
La vostra musica ha anche una forte dimensione fisica. Quanto il pubblico riesce a percepirla?
Non so se la gente riesca a verbalizzarlo, però vedo che si diverte. Soprattutto con questo repertorio sento il pubblico molto partecipe. Vengo da un’estate che è stata ricca di soddisfazioni da questo punto di vista. Ci arrivano ancora continuamente richieste e adesso andiamo anche in Messico. Quindi vediamo che quello che stiamo facendo, e il modo in cui lo stiamo facendo, funziona. E questo non è un aspetto banale. Una risposta così forte non mi era ancora capitata.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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