Angela Baraldi

Intervista ad Angela Baraldi che, a un anno dalla pubblicazione dell’album 3021, sbarca in radio con il nuovo singolo Cuore Elettrico ed è pronta per una nuova avventura live. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

«“Cuore elettrico” è un esperimento dadaista gotico scapigliato, una canzone scritta di getto dopo un notiziario – dichiara Angela Baraldi – Contiene un riferimento esplicito a Edgar Allan Poe, scrittore sublime, pioniere di tanti generi letterari e uomo pieno di una meravigliosa ironia che si coglie soprattutto nei suoi articoli di costume del tempo. La rima “stelle” con “frittelle” evoca un’immagine infantile che però mi ricorda le stelle di Van Gogh».

Intervista ad Angela Baraldi

Il 2026 si apre con un nuovo tour e un momento molto positivo per te. Come ti stai preparando e a che punto sono le prove?
In realtà siamo già abbastanza rodati, perché abbiamo fatto alcuni concerti prima della partenza ufficiale del tour. Questo ci ha permesso di entrare subito in una dimensione “calda”, viva. Tra pochissimo riprenderemo le prove vere e proprie, ma lo facciamo con grande entusiasmo: c’è eccitazione, voglia di tornare sul palco e di condividere di nuovo questo viaggio. I concerti sono sempre un momento di verifica ma anche di grande libertà, e sento che siamo pronti.

I tuoi live sono sempre molto particolari e ogni tour sembra avere una sua identità. Questo sarà diverso dai precedenti?
In realtà non sarà così diverso dal punto di vista concettuale, perché il cuore resta 3021. La vera differenza sta nella coesione: sul palco ci saranno gli stessi musicisti che hanno suonato nel disco e questo ha già fatto la differenza nei primi concerti. Ora c’è più sicurezza, più confidenza reciproca. È un po’ come per un atleta: ti alleni, poi arriva il momento in cui non vedi l’ora di esprimerti davvero. Siamo esattamente in quella fase.

In scaletta non può mancare Cuore elettrico, il nuovo singolo. Hai raccontato che è nato di getto dopo un notiziario. Com’è stata davvero la sua genesi?
È nata in modo molto spontaneo, quasi come una reazione di sopravvivenza. Siamo esseri umani profondamente influenzabili da ciò che ci circonda – almeno si spera – e ci sono giorni in cui senti tutta la frustrazione di non poter contrastare una realtà che ti travolge come uno tsunami. Guerre, incapacità di comunicare, conflitti: sono temi che si ripetono nella storia, ma noi viviamo sempre il nostro tempo come se fosse unico e insopportabile. Quel giorno volevo semplicemente attraversare la giornata senza intristirmi troppo. La musica, da sempre, è una compagna fedele: era una filastrocca per non buttarmi giù dalla finestra. Non pensavo nemmeno di metterla nel disco, poi le persone intorno a me mi hanno convinta.

Hai definito il brano un “esperimento dadaista gotico scapigliato”. Quanto è importante per te giocare con il linguaggio e spiazzare l’ascoltatore?
Molto. Spero sempre che chi ascolta rimanga attento ai dettagli. In Cuore elettrico c’è anche un riferimento letterario a Edgar Allan Poe, che ho letto moltissimo durante la scrittura e che considero uno degli scrittori più straordinari di sempre. È spesso confinato nel “gotico”, che è una definizione riduttiva. Era uno scrittore enorme, ironico, scomodissimo. Mi piaceva accostare questa dimensione gotica a immagini di grande leggerezza, come il “Guarda come dondolo”, che per me è una reminiscenza infantile: immagino i miei genitori ballarlo nelle balere romagnole. In fondo, gotico e leggerezza convivono anche nella mia vita e in quella della mia generazione, cresciuta in un periodo di pace e di grande fermento culturale.

La rima “stelle/frittelle” ha fatto discutere. Perché per te era così importante?
Perché doveva stridere. Ho lottato molto per quella rima: tanti amici mi dicevano che non funzionava. Ma per me era essenziale proprio perché non è una rima fine a se stessa. È un modo per non prendersi troppo sul serio, per restare leggeri, ma anche per far riflettere. Un po’ come il costume di un pagliaccio: fatto di pezzi diversi, colorati, apparentemente incoerenti, eppure potentissimi.

Nei testi cerchi l’essenziale, mentre negli arrangiamenti esplori l’infinito. Come convivono minimalismo e spazio nello stesso progetto?
Cercando di non relegare strumenti come basso, chitarra e batteria al loro uso più canonico. Sono strumenti che possono viaggiare nello spazio, possono evocarlo. Mi affascinava l’idea di guardare al futuro usando mezzi “antichi”, come fare una scalata con vecchi scarponi invece che con scarpe tecnologiche. Credo che si possa essere proiettati nel futuro anche attraverso strumenti del passato. Questa tensione mi ha sempre attratta molto.

Un anno fa dicevi di esserti presa il lusso di sorprendere, ma anche di deludere. Oggi che bilancio fai?
Spero di aver sorpreso più che deluso, anche se non sempre i detrattori si manifestano apertamente. Oggi non ho problemi a confrontarmi con chi non apprezza: un artista deve accettare di non piacere a tutti. Non lo vedo come un limite. Mi sembrava che non ci fosse molta musica costruita su questo linguaggio essenziale di basso, chitarra e batteria, ma forse sono paranoie che ci facciamo noi artisti. Il pubblico è spesso molto più pronto di quanto crediamo, anche davanti a proposte avanguardistiche. È successo tante volte nella storia dell’arte.

C’è qualcosa che hai scoperto di nuovo su 3021 portandolo dal vivo?
In realtà no, perché l’ho “spulciato” tantissimo prima che uscisse. Quello che continua a sorprendermi è la capacità del disco di comunicare alle persone. È molto denso, e dal vivo questa densità emerge ancora di più. Non è un disco da intrattenimento, ma non pretende neanche di essere sperimentale. È in una zona di comunicazione quieta, confidenziale. Ho usato una voce molto vicina all’orecchio, quasi sussurrata, perché volevo che il messaggio arrivasse come una confidenza detta a quattro occhi.

C’è anche un aspetto quasi misterioso legato allo spazio…
Sì, ed è incredibile. Abbiamo parlato di spazio per tutto il tempo in studio, per poi scoprire – quando il disco era già uscito – che a un chilometro da noi c’era un interferometro per misurare le onde gravitazionali, uno dei tre al mondo. Ho pensato che forse eravamo davvero dentro una bolla, sopra una galassia. È stato un segnale potente: esistono tanti mondi possibili.

Quanto dell’underground bolognese della tua adolescenza vive ancora oggi in 3021?
Bologna, negli anni in cui sono cresciuta, era una città attraversata da sottoculture fortissime, popolata da giovani che rifiutavano il mainstream e da anziani che avevano vissuto la guerra. C’era convivenza, curiosità, partecipazione, non giudizio. Era una ricchezza enorme. A sedici anni pensi che quel modo di vivere sia normale, poi capisci che è stato un momento irripetibile. Oggi vivo a Roma da molti anni, ma Bologna mi somiglia profondamente. Non è campanilismo: è gratitudine per essere cresciuta in un tempo e in un luogo in cui la cultura era davvero a 360 gradi.

Possiamo dire che 3021 è un disco universale?
Sì, ed è esattamente quello che speravo. Dentro c’è Bologna, certo, ma soprattutto c’è tutto quello che sono riuscita a vivere e a metabolizzare in questi anni. Se arriva come qualcosa di universale, allora il viaggio ha funzionato.

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