“POTREBBE NON AVERE PESO” è il nuovo ep dei SANTI FRANCESI pubblicato su etichetta Numero Uno/Sony Music Italy.
Oltre al singolo “Ho paura di tutto“, già disponibile sulle piattaforme digitali e in radio, il nuovo lavoro di studio dei SANTI FRANCESI raccoglie altri cinque brani che sono una fotografia autentica, senza ritocchi, di Mario Francese e Alessandro De Santis, oggi.
Sei canzoni dall’impronta rock anni 2000, frutto di un esperimento di semplificazione e immediatezza che tiene conto solo di una loro urgenza espressiva. Le canzoni parlano di verità intime ed esprimono, forte, il desiderio di essere suonate su un palco.
Questa la tracklist di “POTREBBE NON AVERE PESO”:
- Ho paura di tutto
- Cose da piangere
- Parole e Crociate
- Quiete
- Gatti
- Potrebbe non avere peso
Intervista ai Santi Francesi
Siete tornati con un nuovo EP intitolato “Potrebbe non avere peso”, un lavoro davvero intrigante. Cosa rappresenta nel vostro percorso artistico?
Beh, è sicuramente un momento importante per noi, un altro punto di svolta nel nostro percorso. Questo EP è un’istantanea molto autentica, forse ancora più di qualsiasi cosa abbiamo fatto in passato. Rappresenta ciò che amiamo davvero a livello musicale e tematico. Non abbiamo pensato di creare qualcosa di “virale” o commerciale, ma piuttosto di ascoltare davvero noi stessi. Volevamo essere sinceri, soprattutto verso noi stessi, e offrire al nostro pubblico qualcosa di nuovo e autentico, anche in vista del tour che sta per partire. In fondo, è anche un progetto in cui ci siamo molto divertiti.
Si sente molta autenticità, infatti. Ho notato un uso più marcato delle percussioni, quasi un richiamo agli anni ’80. Come siete arrivati a questa scelta sonora?
Abbiamo scelto di registrare in modo molto spontaneo, richiamando proprio la produzione di quegli anni. Ci siamo chiusi in una casa con il nostro amico e produttore Daniel, abbiamo montato i microfoni e iniziato a registrare senza troppe sovrastrutture. Abbiamo lasciato spazio all’improvvisazione e alla spontaneità. In realtà, il risultato ha un’atmosfera sia anni ‘80 che anni ‘70, perché c’è una sonorità cruda, quasi “sporca”, e soprattutto “suonata” in senso fisico, che richiama anche quel tipo di registrazione.
Questo approccio porta sicuramente autenticità. Parlando dei testi, sembra che ci sia un filo conduttore di precarietà, che ho trovato molto interessante. È corretto?
Sì, hai colto un elemento chiave! La precarietà è un sentimento che emerge in molti dei pezzi, anche se non c’è una vera connessione tematica tra tutti i brani. Alcuni sono brani d’amore molto romantici, altri sono più introspettivi, ma sì, anche nelle canzoni d’amore c’è un senso di insicurezza, di fragilità. In fondo, è normale sentirsi così a 26 anni. Abbiamo tante domande, tanti dubbi, ed è naturale che tutto ciò si rifletta nella nostra musica.
Anche a livello di produzione, sembra che ci sia stata una volontà di tornare all’essenziale. Come mai avete scelto di registrare in modo così “vecchio stile”?
Questo approccio è stato ispirato anche dall’esigenza di prendersi un tempo più disteso per lavorare alla musica, come si faceva una volta. Abbiamo voluto distaccarci dalla frenesia dell’industria musicale di oggi, dove ogni settimana escono tantissimi singoli. Non volevamo che la nostra musica venisse consumata troppo in fretta. Per questo ci siamo presi il tempo per ascoltare davvero, per lasciarci andare e sperimentare. E forse, proprio perché non ci siamo soffermati troppo sulla forma, abbiamo ottenuto qualcosa di ancora più autentico e vero.
Avete detto di non esservi preoccupati troppo della perfezione e di aver accettato anche qualche “imperfezione”. Questo ha contribuito a rendere il suono più vero?
Sì, esattamente. Abbiamo cercato di ridurre il più possibile la post-produzione e di lasciare che il suono fosse naturale. In effetti, può ricordare i nostri lavori di sette anni fa, che erano altrettanto “sporchi” e grezzi. Siamo tornati a suonare in modo più diretto, senza sovrastrutture digitali, lasciando che ogni errore, ogni suono fuori posto contribuisca all’atmosfera generale dell’EP. Le canzoni in questo EP non sono perfette, e va bene così, perché riflettono una realtà autentica.
Sul vostro profilo social avete scritto che queste canzoni sono come montagne russe, a livello emotivo, tecnico e musicale. Cosa significa per voi?
È esattamente così! Non riusciamo a fare una canzone intera senza inserire variazioni, cambi di ritmo o progressioni diverse. Ogni pezzo ha dei cambiamenti continui, e questo si collega anche alla nostra passione per il bridge, una parte fondamentale nelle canzoni anni ’80 e 2000 che ultimamente sembra quasi sparita. Ogni bridge cambia il mood della canzone, la rende imprevedibile. Noi amiamo questi giochi musicali, anche se alla fine sono semplicemente espressioni del nostro gusto personale e di come ci divertiamo a creare.
Questa passione per la musica è davvero contagiosa! Ma ciò che mi colpisce di voi è anche il fatto che non vi prendete troppo sul serio. Nel vostro profilo Instagram scrivete “siamo solo persone, sono solo canzoni”. Come mai questo approccio?
Per noi è fondamentale ricordare sempre che siamo esseri umani prima di essere artisti. Il mondo oggi è invaso dai social e dalla visibilità costante, e questo può portare le persone a sopravvalutarsi. Noi invece ci teniamo a restare con i piedi per terra. Siamo coscienti che le canzoni possono migliorare momenti della vita, ma è anche importante dare loro il giusto peso: non stiamo salvando vite, stiamo solo cercando di comunicare qualcosa di bello e significativo.
Parliamo del singolo di lancio, “Ho paura di tutto”, che è un pezzo molto diretto e toccante. Come mai avete scelto proprio questa canzone?
Santi Francesi: Abbiamo scelto “Ho paura di tutto” per la sua immediatezza. Tra i brani dell’EP, è quello più diretto e semplice, sia a livello di struttura che di temi. Ha una cassa dritta, un ritornello forte, e parla in modo schietto di paura. È una canzone che tratta delle nostre insicurezze, ma c’è anche un messaggio di accettazione. Nel bridge, per esempio, arriva il messaggio che “meno male che ho paura di tutto”, che è un invito a vedere la paura come un elemento umano e positivo. Alla fine, è quello che ci spinge a reagire.
In tutto questo percorso musicale, c’è un aspetto del vostro lavoro che vi rende particolarmente orgogliosi?
Più che un aspetto, direi che è proprio questo EP che ci rende davvero orgogliosi. Per la prima volta, sentiamo di aver realizzato qualcosa che ci rappresenta al cento per cento. Non è una questione di perfezione o di estetica, ma di processo creativo. Ci siamo buttati in questo progetto senza troppi filtri, e il risultato è una cosa molto nostra, in cui ci riconosciamo totalmente. Anche se qualcuno lo potrebbe trovare imperfetto, per noi è il lavoro più autentico che abbiamo fatto.
Infine, so che partirete presto in tour. Come pensate di integrare i nuovi brani nella scaletta con quelli dei dischi precedenti?
È una bella sfida, ma ne siamo entusiasti! Queste canzoni hanno una sonorità più cruda e diretta, ma alla fine, ci siamo noi dietro ogni pezzo, quindi c’è una continuità naturale. Siamo certi che i nuovi pezzi si fonderanno bene con quelli più vecchi, perché abbiamo mantenuto la stessa passione e spontaneità. Sarà un viaggio emozionante, e non vediamo l’ora di condividere tutto con il nostro pubblico.
Qui il calendario del tour dei Santi Francesi e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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