Dennis 2026

Intervista a Dennis che, dopo una distanza necessaria, ci racconta un nuovo inizio nel suo secondo album di inediti, “Stargirl“, disponibile da oggi per M.A.S.T./Believe. “Stargirl” è un disco di pop contemporaneo che si muove come un racconto, dove ogni passaggio cambia il modo di guardare ciò che è accaduto. Una playlist intima e profonda capace di essere allo stesso tempo personale e collettiva, che attraversa generi, immagini e stati d’animo senza restare mai ferma in un’unica direzione.
In questa intervista, Dennis ci racconta la genesi del disco, cosa rappresenta per lui e i suoi progetti futuri, con anche uno sguardo al passato.

Intervista a Dennis, il nuovo album “Stargirl”

Cosa rappresenta questo progetto per il tuo percorso?

E’ un progetto che va avanti da un po’, si è assemblato nel tempo e racconta sicuramente un cambiamento che è avvenuto in me umanamente e artisticamente in questi anni. Questo è semplicemente il momento in cui lo racconto.

Hai raccontato che “Stargirl” parte da una distanza. Perché questa distanza è stata definita necessaria?

Perché è da una distanza che parte la ricerca della meta. Quando ti trovi distante da qualcosa cerchi una nuova strada, cerchi qualcosa per cui valga la pena andare avanti e, allo stesso tempo, ti ritrovi. Quindi la distanza è stata necessaria per trovare la direzione.

In questo disco non cerchi risposte ma accetti nuovi equilibri. Quanto è importante saper accogliere il cambiamento?

È fondamentale. Avere spirito di adattamento su quello che la vita ti mette davanti è importante perché altrimenti diventi vittima della vita. Avere la capacità di adattarsi alle situazioni porta a quello che dicevamo prima, a questa possibilità di cercare una nuova strada nella distanza. Io non cerco risposte ma equilibri nel senso che questo è un viaggio che si muove attraverso tante emozioni e, attraverso queste emozioni, si crea l’equilibrio dell’anima che è “Stargirl“.

Hai scelto “Mi piaci tu” come singolo che accompagna l’uscita del progetto. Pensi sia il pezzo che lo rappresenta al meglio?

In realtà no, non è il singolo che rappresenta meglio il disco, però è stato molto importante per arrivare a “Stargirl” per il modo in cui è nato, in cui l’ho scritto e la verità che porta, perché è un flusso di coscienza scritto di getto e ha un volto chiaro. È stato un pezzo davvero importante per capire la direzione e la verità che avrebbe dovuto avere il disco che si è creato dopo la scrittura di “Mi piaci tu“.

Stargirl” è un album di pop contemporaneo, quindi c’è molta elettronica ma c’è anche un particolare focus sugli strumenti più tradizionali, penso al piano che sostiene il crescendo di “Medusa” o alla chitarra de “La ribelle“. Come nasce questo gusto per la musica suonata in un’epoca in cui di musica suonata ce n’è ben poca?

Dalla voglia di fare musica. Io sono grande fan della musica suonata e mi piacerebbe inserirla ancora di più, dando sempre più spazio agli strumenti per quanto, purtroppo, sono ancora dentro alla dinamica discografica e commerciale. Se fai oggi una intro di trenta secondi sembra che stai sbagliando tutto perché la gente la skippa dopo cinque secondi. Però, allo stesso tempo, credo ci possa essere un compromesso tra l’adattarsi sia a quello che è oggi il mondo musicale, ma anche al proprio piacere nel fare la musica. Qui in tutte le canzoni ci sono strumenti veri e strumenti elettronici e, secondo me, era questo il miglior compromesso.

Il brano che mi è piaciuto di più del disco è “Hooligans” e c’è una frase che mi ha colpito molto: “Sono 21 anni che faccio di tutto soltanto per essere diverso dagli altri“. Da dove arriva questo bisogno di distinguersi?

In realtà non te lo so dire, è una cosa che mi porto da sempre. Ho sempre sentito questa volontà addosso di volermi distinguere in qualche modo. Probabilmente dovrei valutare da cosa nasce il tutto, magari da un trauma che non ricordo, però ho sempre avuto questo bisogno di essere capito quando sto dicendo qualcosa, perché è bello sentirsi capiti.

Dal primo album pubblicato con il nome d’arte Deddy a questo in cui, invece, ti proponi con il tuo vero nome. Cos’è cambiato da Deddy a Dennis?

La distanza di cui parlavamo prima, fondamentalmente. Nel momento in cui è avvenuta questa distanza e c’è stato questo cambiamento importante in me, ho scelto di raccontarmi in toto per quello che era Dennis e Deddy sembrava quasi una maschera rispetto a quello che ero diventato dopo quello che avevo vissuto nel bene e nel male. Dennis, soprattutto grazie alle esperienze negative, aveva capito una serie di cose che voleva raccontare di sé artisticamente e Deddy aveva vissuto le esperienze professionali per poter affrontare la musica in un determinato modo e si sono incontrati, ma alla fine era Dennis che parlava quindi Deddy sembrava davvero una maschera e mi sembrava giusto iniziare questo percorso con il mio nome.

Nei crediti del disco c’è il nome di Luigi Strangis che firma con te due brani, la title-track “Stargirl” e “Irene“, e che come te ha vissuto l’esperienza di Amici. Com’è nato il vostro incontro?

Ci siamo conosciuti dopo che lui ha finito il programma, siamo diventati grandi amici e abbiamo passato tanti momenti insieme. Lui è venuto a casa mia, gli ho fatto sentire le canzoni che stavo scrivendo, lo ritengo un grande artista e, nel momento in cui una persona che rispetto mi dà un consiglio che anche secondo me potrebbe migliorare la canzone, sono felicissimo di collaborare.

Rifaresti oggi l’esperienza del talent e, in caso, lasceresti tutto com’è stato o cambieresti qualcosa?

Lascerei tutto come è stato, sono davvero fiero di quello che sono diventato. Amici lo rifarei assolutamente anche se, probabilmente, se lo rifacessi oggi, lo affronterei in maniera diversa e uscirei in maniera diversa. Però sì, sono fiero di quello che sono, quindi grazie Amici e grazie Maria.

Nel tuo curriculum ci sono già dischi di platino, dischi d’oro e anche un Premio Lunezia per la Generazione Z. Che obiettivi hai oggi con la tua musica?

Suonare. Non ho obiettivi di risultati di questo tipo. Voglio solo avere anche solo dieci persone a città che vengono e cantano le canzoni scritte per questo album.

A proposito del Premio Lunezia, quanto è importante per te la componente autorale in una canzone?

E’ fondamentale, parte da lì la mia passione. Io ho iniziato prima a scrivere che a fare musica. Prima scrivevo poesie, dai dodici fino ai quindici anni, poi ho iniziato a fare musica perché ho conosciuto un ragazzo che faceva rap, avevo capito che i miei testi potevano essere musica e mi sono lanciato in questo mondo. Però la componente autorale è la cosa più importante nella musica. A meno che non stai ascoltando una canzone in una lingua che non conosci e allora lì diventa fondamentale la componente melodica ma, nel momento in cui capisci quello che stai ascoltando, penso sia molto importante quello che senti.

Ci saranno occasioni per presentare il tuo progetto anche dal vivo e, in caso, come vivi l’incontro con il tuo pubblico?

Sì, sicuramente ci saranno delle occasioni che però stiamo ancora chiudendo, quindi non ti so dare date ufficiali se non il 15 di maggio a Milano. Io ho sempre vissuto molto bene l’incontro con il mio pubblico, ad esempio di recente ho partecipato al Venart a Roma, un evento organizzato da Fabius De Vivo in cui ci sono vari artisti che portano la loro arte sul palco in un ambiente molto intimo, sono andato lì a presentare “Mi piaci tu” e qualche altra canzone di questo nuovo album ed è stato veramente stupendo vedere il pubblico così tanto cresciuto, perché poi le facce le riconosci, sono le stesse che vedevo durante la promozione del mio primo album e sono cresciute insieme a me, quindi già questo è bellissimo. Poi magari, appena finisci di cantare, ti raccontano anche che quello che hai scritto tu l’hanno vissuto anche loro e io mi emoziono, perché penso siano queste le cose per cui faccio musica.

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