La nostra intervista a Federico Zampaglione, deus ex machina dei Tiromancino, in occasione dell’uscita del singolo “Puntofermo“ e alla vigilia dell’uscita nelle sale italiane del nuovo film “The Well“.
La canzone è firmata dall’artista romano insieme a Vincenzo Colella, Leonardo Zaccaria e Michele Canova Iorfida, che ne ha curato anche la produzione, ed è accompagnata da un video ufficiale diretto dallo stesso Zampaglione.
Si tratta di un nuovo tassello discografico che arriva a un anno di distanza da “Due rose”, brano accompagnato dalla voce di Enula, e a due anni dall’uscita dell’ultimo album “Ho cambiato tante case”, da cui sono stati estratti i singoli “Finché ti va”, “Cerotti”, “Er musicista” con Franco126, “Domenica” e “L’odore del mare” con Carmen Consoli.
Intervista a Federico Zampaglione
Partiamo dal significato che attribuisci al titolo di questo brano, visto e considerato che in un’epoca veloce e vorace come questa, trovare un punto fermo può essere considerato fondamentale…
«Sì ed è molto difficile, intanto perché ci sono tantissime cose che ci girano intorno, che ti distruggono e ti confondono. Non è semplice scegliere e non è semplice appassionarsi, lo vedo anche con mia figlia, cioè i ragazzi molto giovani sono predati un miliardo di informazioni, ma il rischio è che poi non riescano a identificare bene quelli che saranno i loro veri interessi. Diciamo che in giro c’è un po’ di tutto, ma si fa fatica a riconoscere la strada, per questo il punto fermo è in mezzo a questa tempesta attraversata da centomila correnti. La sfida è stata riuscire a proporre questo concetto abbastanza corposo con una musica anche leggera, con una musica che un po’ ti cullasse».
Infatti, il bello delle tue produzioni è che tu ti dividi un po’ tra uno chansonnier d’altri tempi e un hitmaker, o almeno questa è l’impressione che mi hai sempre dato. Ma come ti approcci alla composizione di una canzone come questa?
«”Puntofermo” è stata creata insieme a Vincenzo Colella, Leonardo Zaccaria e Michele Canova Iorfida, lo stesso gruppo di lavoro con cui avevo realizzato il precedente singolo “Due rose”, pubblicato lo scorso anno. Mi trovo molto bene con loro, perché due di loro sono giovanissimi e hanno degli spunti molto freschi, poi c’è Canova che considero un po’ come il guru del suono, lui è un maestro nel riuscire a unire sonorità più elettroniche a quelle più suonate. Che dire, un bel team con il quale siamo già al secondo singolo insieme e finora siamo riusciti bene a conciliare quelle che possono essere le caratteristiche di una hit con dei contenuti anche da canzone d’autore. È una sfida che ho intrapreso da tempo, quella di riuscire a unire due anime così diverse».
Nei tuoi lavori hai sempre affrontato il linguaggio e la politica dei sentimenti, anche in questo nuovo brano rifletti sulla complessità dei rapporti tra gli esseri umani, ma attraverso il videoclip sei riuscito a restituirne una chiave di lettura nuova, sottolineando attraverso quelle immagini come in un rapporto con un animale domestico tutto si riveli semplice e disinteressato, no?
«Esatto, perché poi alla fine i rapporti tra le persone sono sempre più complessi, perché ci sono obiettivi diversi, visioni diverse, culture diverse, anche interessi spesso diversi, per cui le cose cambiano rapidamente e si ha difficoltà a connettersi. La connessione che riesci a creare con un animale domestico, invece, è qualcosa che va al di là di tutto. Per esempio, un cane può amare in maniera incondizionata, qualsiasi cosa tu faccia e qualsiasi risultato tu abbia nella vita, non è interessato a nulla che non sia un rapporto estremamente puro. Per questo motivo, quando si è trattato di trovare un’idea adatta per il video e che racchiudesse al suo interno il concetto di punto fermo, mi sono messo a riflettere su questo tipo di relazione. Ho avuto tanti cani nella mia vita e conosco bene quel rapporto di simbiosi che si crea, così l’ho voluto raccontare».

A tre anni di distanza da “Morrison”, uscirà nelle sale cinematografiche italiane la prossima estate “The Well”, la tua quinta fatica da regista, pellicola che sta girando tra i vari festival e rassegne cinematografiche internazionali. Sei soddisfatto dell’accoglienza che sta ricevendo?
«In realtà “The Well” ha cominciato un percorso di manifestazioni internazionali nel mese di ottobre, partendo dal Sitges Film Festival che è il festival spagnolo da cui sono state lanciate pellicole importantissime come “Le Iene” di Tarantino oppure “Hostel” di Eli Roth. Da lì è cominciato tutto il giro di rassegne a livello mondiale, al punto che il film è stato praticamente venduto dappertutto Così uscirà in tutto il mondo, in Italia arriverà nelle sale in estate. È un film che consiglio di vedere a chi ama l’horror ed è abituato a immagini cruente e d’impatto. “The Well” è gotico, un film molto crudo, molto violento ed è proprio horror nel vero senso della parola. Quindi lo sconsiglio a chi non ama questo tipo di cinema».
Mi ha molto colpito una tua dichiarazione esternata sui social qualche settimana fa, di stretta attualità, anche se purtroppo questo fenomeno è prassi già da tempo. Mi riferisco ad artisti giovani che magari non possiedono tutti questi punti fermi a cui fai riferimento nella canzone, e si ritrovano stritolati dall’industria discografica e da un sistema che hai definito per giusta causa “folle”. Tu riesci sempre a trovare le parole giuste, senza puntare il dito e senza risultare diciamo polemico fine a te stesso. È anche difficile parlare di soluzioni concrete, ma da dove bisognerebbe cominciare?
«Bisogna partire dall’idea che per qualsiasi mestiere si arriva a certi risultati solo gradualmente, altrimenti il rischio di bruciarti è dietro l’angolo. Ti faccio un esempio: se prendo un ragazzino dalla squadra primavera e lo faccio giocare in una finale di Champions League, è ovvio che la pressione mentale lo porterà a compromette la sua prestazione. Bisogna tornare a fare in modo che le cose arrivino al momento giusto e che i ragazzi siano preparati per gestire quel tipo di situazione. Nell’industria discografica oggi si cerca il colpaccio e questo è il problema, perchè non si punta più alla durata di una carriera, ma si punta alla stagione, possibilmente fenomenale. Non è un mestiere per fenomeni questo, anzi, è un mestiere molto difficile, molto duro, al punto che anche chi lo fa da anni certe volte si sveglia con la testa tra le mani, perché non hai nessuna garanzia. Tutto dipende da quello che esce, con un pezzo tu puoi cambiare la tua vita… sia nel bene che nel male. Per questo bisogna impegnarsi, la musica non è un gioco e sarebbe bello tornare a vedere persone che riescono a costruirsi una carriera».
Per concludere, in un’epoca molto individualista, mi colpisce questa tua volontà di continuare a coniugare il progetto Tiromancino al plurale, mantenendo questo alone più da collettivo musicale che da cantautore puro. Questo lo si può interpretare anche come un segnale per il momento storico in cui viviamo, condivisione versus individualità.. no?
«Questo perché non riesco ad avere la mentalità puramente da cantautore. Cioè il cantautore si concentra fondamentalmente sulla canzone partendo dal testo, per cui la parte sonora diventa quasi un accompagnamento. Io non ho mai ragionato così, mi piace lavorare un po’ più da band, puntando molto sul sound. Mi sono sempre piaciuti gli album che possiedono anche una struttura di sperimentazione musicale, di ricerca delle sonorità. Questo mio approccio non è mai cambiato, continuo ad aver voglia di collaborare con altri autori e musicisti che rendono mantenendo il progetto in un ambito da collettivo. La musica è anche condivisione, personalmente ho imparato tantissimo dagli altri e col passare del tempo mi piace sempre meno lavorare da solo, perché quando scrivo con qualcun altro mi rendo conto che rendo di più e le cose che vengono fuori sono più interessanti».
Videointervista a Federico Zampaglione
Nato a Milano nel 1986, è un giornalista attivo in ambito musicale. Attraverso il suo impegno professionale, tra interviste e recensioni, pone sempre al centro della sua narrazione la passione per la buona musica, per la scrittura e per l’arte di raccontare. È autore del libro “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (edito D’idee), impreziosito dalla prefazione di Amadeus. Insieme a Marco Rettani ha scritto “Canzoni nel cassetto”, pubblicato da Volo Libero e vincitore del Premio letterario Gianni Ravera 2023.
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