Barbato

Già disponibile in tutti i digital store, “Superstiti” è l’album d’esordio di Barbato: un ritratto sincero e lieve delle nostre fragilità, articolato come 9 lettere aperte indirizzate a chi ci ama, a chi ci ha amato e a quella parte di noi che non esponiamo mai.

Sentimenti che mutano come stagioni, una Napoli soleggiata che ferisce come il sole d’estate, idee così strette che ci fanno inciampare e anni di pietra che lasciano lividi. “Superstiti” è un album decisamente malinconico, tra le dolorose mancanze e i ciottoli di consapevolezza che si depositano in fondo al cuore. Ma al suo interno c’è anche una scintilla di implacabile speranza, che si fa largo tra le preoccupazioni, aggirando la disillusione e sgretolando le nostre convinzioni più granitiche.

In un’epoca di precarietà – sentimentale e sociale – vorremmo dare una misura a tutto, per contenere e contenerci, per controllare tutto quello che può ferirci e per pensare che possa esistere una precisa dose d’amore capace di guarirci. Ma è solo nell’abbandono che possiamo trovare il senso profondo della nostra esistenza, lasciando che il nostro capitale umano emerga in tutta la sua forza. Superstiti” è dunque la necessità di capire chi siamo, al di là di tutto. È la volontà di non ignorare i nostri abissi, ma di accettarli e integrarli in un presente dove c’è spazio per tutto: per le nostre luci e per le nostre ombre. 

Barbato parla di “Superstiti”

“Superstiti è un disco che prova ad immergersi nella contemporaneità e a superare i dualismi che la caratterizzano. È un viaggio al termine della notte, laddove esiste uno spiraglio di luce che vuole diventare giorno.

In un momento storico in cui non ci sono mezze misure, in cui o sei bianco o sei nero, o sei pro o sei contro, ho voluto porre l’attenzione sulle sfumature che caratterizzano l’essere umano, che vive di contrasti unici e non generalizzabili. Ho voluto parlare della difficoltà nelle relazioni e della necessità di evitare la superficialità. Se tutto si muove sul pelo dell’acqua, provare a immergersi nel profondo, per toccare con mano la complessità del presente, non è un esercizio retorico: è una presa di posizione.

Da questo itinerario dell’uomo nasce l’auspicio del cambiamento. Quando di fronte a te riconosci l’altro e non la categoria dell’altro, allora il primo passo è compiuto”.

Barbato