Tupac, Keffe D condannato a Las Vegas ad almeno 40 anni di carcere per l’omicidio del rapper. Decisive le dichiarazioni e il libro Compton Street Legend.
A trent’anni dall’omicidio di Tupac Shakur, uno dei casi giudiziari più controversi della storia dell’hip hop arriva a una svolta. Il 13 ottobre, un tribunale di Las Vegas ha condannato Duane “Keffe D” Davis a una pena compresa tra 40 anni di carcere e l’ergastolo per il suo coinvolgimento nell’uccisione del rapper. L’uomo, oggi 63enne, dovrà scontare almeno 40 anni, al netto dei due già trascorsi in detenzione, prima di poter chiedere la libertà condizionale.
La decisione arriva dopo che, ad agosto, una giuria lo aveva riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado. Secondo l’accusa, Davis avrebbe avuto un ruolo determinante nell’organizzazione dell’agguato, anche se il processo non ha stabilito con certezza chi abbia materialmente sparato.
L’omicidio di Tupac Shakur: la ricostruzione
Tupac fu raggiunto da quattro colpi d’arma da fuoco il 7 settembre 1996 a Las Vegas, mentre viaggiava su una BMW guidata da Marion “Suge” Knight, cofondatore della Death Row Records. Una Cadillac bianca si affiancò all’auto e i suoi occupanti aprirono il fuoco. Il rapper morì in ospedale sei giorni dopo, mentre Knight riportò una ferita alla testa.
Secondo la ricostruzione della procura, l’agguato sarebbe stato una vendetta per una rissa avvenuta poche ore prima in un casinò, che aveva coinvolto Tupac e Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis e membro di una gang rivale. Anderson, indicato come possibile esecutore materiale, fu ucciso nel 1998 senza essere processato per il caso.
Compton Street Legend: le ammissioni di Keffe D
A pesare sulla condanna sono state soprattutto le dichiarazioni rese dallo stesso Davis. Nel 2008 aveva parlato con gli investigatori e, successivamente, aveva raccontato pubblicamente la propria versione dei fatti, anche nel libro autobiografico Compton Street Legend, pubblicato nel 2019.
Davis aveva affermato di trovarsi nella Cadillac da cui partirono gli spari e di aver consegnato una pistola a una persona seduta sui sedili posteriori. La difesa ha sostenuto che si trattasse di esagerazioni o invenzioni finalizzate a ottenere notorietà e vendere copie del libro, evidenziando inoltre l’assenza di prove fisiche capaci di collegarlo direttamente alla sparatoria.
La giuria non ha accolto questa linea difensiva. La condanna rappresenta un passaggio fondamentale in una vicenda rimasta irrisolta per decenni, ma non chiarisce definitivamente chi abbia premuto il grilletto. L’omicidio di Tupac continua così a essere uno dei capitoli più discussi della storia del rap, tra rivalità, violenza e testimonianze controverse.

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