Deddè Ddoje Criature

Intervista a Deddè, in gara a Sanremo Giovani 2025 con il brano Ddoje Criature, eliminato durante la terza puntata.

Il titolo, in dialetto napoletano, significa “due bambini” e racconta l’amicizia tra due ragazzi cresciuti insieme tra giochi in strada, urla dalle finestre delle mamme e prime corse per le vie del quartiere.

Scritto insieme a Emmanuel Di Donna e Davide De Blasio, il brano è la fotografia di momenti semplici e legami autentici: ricordi che restano impressi nel tempo e celebrano rapporti capaci di resistere alla distanza e ai cambiamenti. Ogni verso richiama frammenti di vita quotidiana: le partite improvvisate, le serate passate a cantare e a sognare, le notti di confidenze.

Musicalmente, “Ddoje Criature” porta avanti la cifra stilistica di Deddè, unendo la modernità dell’urban-pop a un’anima profondamente radicata nella cultura napoletana. Il brano alterna momenti intimi ed esplosioni emotive, costruendo un crescendo che restituisce l’affetto e la complicità di un legame speciale.

Intervista a Deddè, in gara a Sanremo Giovani 2025

Deddè, partiamo da Sanremo Giovani: com’è andata la serata di selezione e come ti sei sentito sul palco?
È andata molto bene, nonostante l’eliminazione. Sono davvero fiero della mia performance, perché credo di essere riuscito a trasmettere le emozioni e la sensibilità alla base del brano. Ddoje Criature è un pezzo molto sentito e per me aveva un peso emotivo importante: avere la percezione di essere riuscito a comunicare tutto questo è stato un grande sollievo. Avevo già un po’ di esperienza televisiva, quindi qualche riferimento su come gestire la situazione ce l’avevo, ma l’ansia da prestazione c’è sempre. Nonostante tutto, questa volta mi sono sentito più consapevole, anche grazie al grande lavoro fatto sul brano.

Il nuovo singolo sembra segnare un’evoluzione rispetto ai tuoi lavori precedenti. Ti ci ritrovi in questa percezione?
Assolutamente sì. Penso che Ddoje Criature sia in continuità con il filone dei miei ultimi singoli, ma allo stesso tempo rappresenti un passo avanti. Gli artisti lavorano a tantissima musica, molto di più rispetto a ciò che esce, e questo pezzo riflette una crescita che non riguarda solo ciò che è già pubblico, ma anche gli inediti che sto preparando. Mi piace pensare che questo brano sia una sorta di ponte verso quello che verrà.

In particolare, colpisce la maturità del testo: immagini vivide, reali, molto dirette. È cambiato qualcosa nel tuo modo di scrivere?
Credo che la scrittura cresca insieme alla persona. Nell’ultimo anno sono cresciuto tanto, proprio come individuo, e questo si riflette inevitabilmente nella musica. Ho vissuto più cose, ho avuto più esperienze da raccontare, e questo mi ha dato nuovi strumenti per scrivere e per trasmettere quello che sento. Mi sento fiero dei progressi, anche se so che posso ancora crescere molto sotto questo punto di vista.

Dal punto di vista sonoro, continui a muoverti in un’area urbana contaminata da elementi legati alle tue radici. In Ddoje Criature si sente molta sperimentazione, anche negli strumenti utilizzati.
Amo la musica suonata e gli strumenti veri: più elementi musicali metto, più mi è facile comunicare cose nuove. Cerco sempre di portare qualcosa di diverso, di non ripetermi, di crescere anche nelle scelte sonore. La sperimentazione fa parte del mio modo di lavorare e credo sia fondamentale per continuare ad evolversi.

Il brano racconta un’amicizia, un tema semplice ma complesso allo stesso tempo. Come hai trovato l’equilibrio tra sincerità e non banalità?
Ho voluto parlare della spensieratezza dell’infanzia, di quel tipo di amicizia pura che è difficile ritrovare da adulti. Credo che questo sia un sentimento universale, e ognuno può ritrovare nella canzone un pezzo della propria storia. Io racconto le mie esperienze, ma chi ascolta può darne un’interpretazione personale, può riflettersi in ciò che dico. La semplicità, quando è autentica, permette di arrivare dritti al cuore.

C’è molta nostalgia nel pezzo, ma anche tanta luce. Lo consideri più un viaggio nel passato o una promessa verso il futuro?
Un po’ entrambe le cose. È un viaggio nel passato perché certe sensazioni dell’infanzia non tornano più: crescendo ci sono molte più responsabilità. Ma è anche una promessa per il futuro, perché ci sono legami che durano per sempre, rapporti che cambiano forma ma non sostanza. È bello raccontarli e custodirli.

La tua scrittura è semplice ma potentissima. Quanto è difficile arrivare a questo tipo di linguaggio?
Molto più difficile di quanto possa sembrare. Scrivere in modo semplice richiede grande sincerità e grande precisione. A volte provo a costruire discorsi elaborati, ma alla fine ciò che arriva davvero sono le immagini più immediate, quelle che parlano direttamente all’emotività. La semplicità è l’arma più efficace, soprattutto quando si parla di ricordi e sentimenti.

C’è un verso del brano che ritieni rappresenti al meglio il suo significato?
Sì: “Ddoje criature, ‘nu pallone e niente cchiù”. È la spensieratezza assoluta: due bambini, un pallone e la felicità completa. È l’essenza del brano.

Negli ultimi mesi come si sono evoluti i tuoi ascolti e cosa ti ha influenzato maggiormente?
Ascolto di tutto, mi piace esplorare. Ultimamente ho seguito molto la scena cantautorale italiana. Mi ha colpito tantissimo l’album di Tropico (Chambre d’Hotel) e quello di Angelina Mango, che trovo scritto in maniera impeccabile. Lei è un esempio perfetto di comunicazione semplice ma efficace. All’estero, invece, ho amato l’album di Teddy Swims. Tutti ascolti che mi hanno ispirato molto in questa fase.

L’uso della lingua napoletana è una tua cifra distintiva. Come decidi quando usarla?
È una scelta totalmente spontanea. Prima di scrivere non mi chiedo mai se sarà in italiano o in napoletano. Dipende da come sento la melodia, da come mi viene da parlare. È lo stesso che succede nella vita di tutti i giorni: a volte con gli amici mi escono parole in italiano, altre in napoletano. È naturale, e credo che sia la musica stessa a chiamare il tipo di lingua.

Pensando al futuro: se ci ritrovassimo tra un anno, quale traguardo ti piacerebbe aver raggiunto?
Il mio obiettivo è far conoscere molto di più la mia musica e riuscire a costruire un progetto più ampio, che raccolga brani e emozioni diverse. Più che un singolo traguardo, vorrei poter dire di aver fatto un percorso solido e significativo.

E qual è il tuo palco dei sogni?
Piazza del Plebiscito. È un po’ una fissazione che ho da sempre. Spero davvero un giorno di farcela.

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