Dolcenera My Love

Intervista a Dolcenera che, dopo la partecipazione al San Marino Song Contest con My Love, torna con il brano Epopea, aspettando il nuovo album di inediti.

C’è un filo rosso che attraversa la musica di Dolcenera oggi più che mai: il bisogno di autenticità. Un’urgenza artistica e umana che si riflette nel nuovo percorso inaugurato dai singoli My Love ed Epopea, due brani diversi nel suono ma profondamente legati dallo stesso sguardo critico sul presente. Da una parte il ritorno a un rock viscerale e istintivo che denuncia l’alienazione contemporanea e il rapporto filtrato con la realtà; dall’altra una tensione dance notturna e sensuale che racconta il bisogno di contatto reale in un mondo dominato dai social e dalle connessioni virtuali.

In questa lunga conversazione Dolcenera si racconta senza filtri, intrecciando musica, società, identità artistica e visione del futuro. Parla del significato di My Love come gesto di libertà personale, del rapporto tra creatività e contemporaneità, della necessità di restare fedeli al proprio pensiero artistico anche quando il mercato impone velocità e presenza costante. Ma riflette anche sul valore sociale della musica, sul Concertone del Primo Maggio, sul peso della critica e su quello che sta immaginando per il suo dodicesimo album.

Ne emerge il ritratto di un’artista in continua evoluzione, capace di attraversare pop, rock, elettronica e cantautorato mantenendo sempre intatta la propria identità. Una musicista che osserva il mondo, ne intercetta le contraddizioni e le trasforma in linguaggio sonoro. Con una convinzione precisa: la musica non serve solo a intrattenere, ma può ancora far pensare, creare connessioni e accompagnare un cambiamento possibile.

Intervista a Dolcenera

“My Love” segna il tuo ritorno a un suono rock moderno e anticipa il nuovo album. Che cosa rappresenta per te questo nuovo inizio?

My Love rappresenta un nuovo inizio molto forte, ma anche profondamente coerente con il mio percorso. Lo sento come un atto di libertà. Forse l’ennesimo, ma sicuramente uno dei più consapevoli. Per me significa tornare a esprimere una parte molto istintiva e diretta di quello che sono, senza compromessi.

È una canzone molto concettuale, ma nasce da una pulsione estremamente concreta: la necessità di manifestare la mia personalità in questo momento storico. Avevo bisogno di raccontare il presente con un linguaggio musicale urgente, fisico, quasi viscerale. Il rock mi ha permesso di farlo nel modo più naturale possibile.

In “My Love” racconti una società sempre più schermata, dove tutto sembra diventare performance. Quanto questa riflessione nasce dall’osservazione del presente?

Nasce totalmente da lì. Oggi viviamo attraverso uno schermo. Guardiamo il mondo attraverso uno schermo, raccontiamo ciò che facciamo attraverso uno schermo e spesso sentiamo il bisogno di mostrare qualcosa per dimostrare di esistere.

Siamo entrati in una dinamica in cui tutto rischia di diventare spettacolo: la comunicazione, la politica, l’informazione, persino il dolore. È come se fossimo dentro una rappresentazione continua. Ognuno mette in scena il proprio piccolo show, nel tentativo di attirare attenzione, approvazione, consenso.

Il rischio è che l’apparire diventi più importante dell’essere. E questo inevitabilmente impoverisce il pensiero, i rapporti umani, persino il tempo che dedichiamo alla riflessione.

Secondo te oggi per un artista essere presenti conta più che creare davvero musica?

Credo che oggi esistano delle regole non scritte a cui tutti, più o meno, ci adeguiamo. Per esempio l’idea che bisogna esserci sempre, pubblicare continuamente, rilasciare un singolo dopo l’altro per non sparire.

Ma questo ritmo costante a volte porta a una domanda fondamentale: quanto spazio resta alla qualità? Quanto spazio resta al pensiero?

Io penso che la velocità di oggi rischi spesso di togliere profondità. Ci porta a reagire invece che riflettere. A produrre invece che costruire. E la musica, invece, ha bisogno di sedimentazione.

Hai definito “My Love” un invito a ritrovare autenticità e umanità. Quando dici “io dico no, io non ci sto”, è un gesto di ribellione o di speranza?

Direi entrambe le cose, ma nasce soprattutto dalla speranza.

Io continuo ad avere fiducia nell’evoluzione umana. Credo nella possibilità che la memoria storica ci renda migliori. Credo che possiamo ancora correggerci, scegliere una direzione diversa, cambiare il modo in cui stiamo al mondo.

Se non avessi questa speranza, probabilmente non farei più musica. Per me la musica ha senso solo se riesce a contenere un messaggio che possa essere propositivo. Non mi interessa la musica fine a se stessa. Mi interessa una musica che aiuti a guardarsi dentro, a farsi domande, a migliorarsi.

Nel tuo percorso hai attraversato pop, rock, cantautorato ed elettronica. In quale genere ti riconosci di più?

In realtà non mi sono mai riconosciuta in un solo genere.

Ho sempre cercato di osservare la società e capire che cosa stesse accadendo. Ogni linguaggio musicale racconta un’epoca. E io ho sempre avuto curiosità verso questo.

Quando cambia la società cambia anche il suono. Cambiano i desideri, i bisogni, il modo di raccontarsi. E la musica intercetta tutto questo prima di tanti altri linguaggi.

Più che appartenere a un genere, io provo a dialogare con il tempo in cui vivo.

Sei stata tra le prime artiste italiane a sperimentare un incontro tra pop, pianoforte e sonorità vicine alla trap e all’elettronica. Da dove nasce questa ricerca?

Nasce dall’ascolto del presente.

Quando la trap ha cominciato a imporsi io mi sono chiesta cosa raccontasse davvero. Che tipo di visione del mondo contenesse. Quale disagio esprimesse.

Dietro ogni suono c’è sempre un fenomeno sociale. Dietro ogni linguaggio musicale c’è una generazione che prova a raccontarsi.

Io non ho mai inseguito una moda. Ho cercato di capire cosa quella moda stesse dicendo sull’essere umano. Ed è lì che mi interessava entrare.

Che rapporto hai con il giudizio della critica e con i premi ricevuti in carriera?

Li accolgo con gratitudine, ma con equilibrio.

Penso che il primo vero critico di un artista debba essere l’artista stesso. Devi essere tu a sapere se hai dato tutto. Devi essere tu a sentire se il tuo pensiero artistico è stato sincero.

Quando senti di aver detto davvero qualcosa di autentico, il giudizio esterno conta fino a un certo punto. Quando invece senti di non aver espresso fino in fondo quello che volevi, allora il giudizio pesa di più.

Ma la verità è che il rapporto più difficile resta sempre quello con se stessi.

Che significato ha avuto per te salire sul palco del Concertone del Primo Maggio?

Molto forte. Per me il Primo Maggio conserva ancora un valore simbolico importantissimo. È una data che parla di dignità, lavoro, diritti, equilibrio sociale.

In quel contesto portare My Love e Ci vediamo a casa aveva un significato preciso. My Love racconta il presente e la società di oggi. Ci vediamo a casa affronta un tema concreto e fondamentale come quello dell’abitare, della casa come spazio di stabilità e di equilibrio personale.

Sono due canzoni diverse, ma entrambe parlano del nostro modo di stare al mondo.

Cosa puoi anticipare del tuo nuovo album in arrivo?

Spero che dentro questo disco si sentano alcune cose in maniera molto chiara. Il desiderio di unione. Il bisogno di autenticità. Una forte tensione verso qualcosa di universale. La voglia di bene. La voglia di pace. Ma anche il desiderio di mantenere uno sguardo critico sulla realtà.

È un disco che nasce dalla volontà di osservare il mondo con lucidità ma senza cinismo. Con spirito critico, sì, ma anche con una fiducia profonda nel fatto che si possa ancora costruire qualcosa insieme.

Guardandoti oggi, in cosa senti di essere cambiata rispetto agli inizi?

All’inizio della mia carriera ero ancora più idealista di oggi. Adesso forse sono più consapevole della fragilità umana. Ho imparato che siamo esseri fragili, pieni di contraddizioni. Cerchiamo certezze, cerchiamo protezione, cerchiamo modi per stare al mondo senza soffrire troppo.A volte ci apriamo completamente. A volte ci chiudiamo. A volte restiamo nel mezzo.

Credo di aver attraversato tutte queste possibilità. E forse oggi la differenza sta proprio qui: nel fatto che riconosco tutte queste sfumature con maggiore lucidità.

Resto profondamente legata ai miei ideali, ma li guardo con una consapevolezza diversa. Più complessa, più umana. E forse anche più vera.

Intervista di Emmanuel Santoro ed Elisa Allieri

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