Lorenzo Salvetti

Intervista a Lorenzo Salvetti che, dopo la vittoria ad Amici 25, ha pubblicato l’Ep Stupida Vita.

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A diciotto anni appena compiuti, Lorenzo Salvetti sta vivendo uno dei momenti più intensi e significativi del suo percorso artistico. Dopo la vittoria ad Amici 25, il giovane cantautore veronese ha pubblicato Stupida vita, il suo primo EP: un lavoro che mette insieme scrittura personale, ricerca sonora e una forte identità interpretativa.

Sei brani diversi tra loro, ma legati da un filo emotivo comune, in cui convivono leggerezza e inquietudine, immagini quotidiane e riflessioni profonde. Lorenzo racconta la musica con una sensibilità rara, ma anche con una consapevolezza sorprendente per la sua età. Nelle sue parole emergono il peso dello studio, l’importanza del teatro, il rapporto con la scrittura e un legame fortissimo con Verona, città che torna spesso nei suoi testi come scenario emotivo oltre che geografico. In questa intervista si racconta senza filtri: dal lavoro in studio alla voglia di live, dalla voce alla composizione, fino al rapporto con il pubblico che oggi lo sta accompagnando in questo primo vero inizio.

Intervista a Lorenzo Salvetti, dopo la vittoria ad Amici 25, ecco l’Ep “Stupida Vita”

Partiamo da Stupida vita: che cosa rappresenta questo EP nel tuo percorso artistico?

Rappresenta un piccolo inizio, un esordio vero e proprio. Lo vivo come il primo capitolo di un percorso che sicuramente continuerà a trasformarsi, a definirsi meglio nel tempo attraverso la ricerca, l’ascolto e la sperimentazione. È un progetto a cui tengo tantissimo e di cui sono molto orgoglioso, perché racconta una fase precisa del mio percorso. Non è un punto d’arrivo, ma una fotografia di dove sono oggi artisticamente. È il modo più sincero che avevo per presentarmi.

L’EP è molto vario dal punto di vista sonoro e vocale. Come avete scelto le tracce e quanto sei stato coinvolto nella costruzione del progetto?

Sono stato molto coinvolto, ed è una cosa per me fondamentale. Ho seguito da vicino le scelte artistiche e mi ha fatto piacere poter partecipare in maniera concreta alla costruzione dell’EP. I brani sono nati in momenti diversi, in periodi diversi, e proprio per questo portano dentro sfumature differenti. Mi piaceva l’idea che il progetto mostrasse tante facce di me, anche perché essendo il primo EP volevo mettere subito tante cose sul tavolo. Come a dire: questa è la mia scrittura, ma questi sono anche i diversi modi in cui posso interpretarla. Ci sono sonorità più intime, altre più spinte, pezzi più melodici e altri più immediati. Mi sembrava bello partire così, lasciando intravedere diverse direzioni possibili. Poi col tempo magari si arriverà a un’identità ancora più definita, ma questa varietà oggi mi rappresenta.

Dal punto di vista vocale colpisce molto la tua capacità di mantenere una voce riconoscibile pur cambiando approccio da un brano all’altro. Come ci hai lavorato?

È stato un lavoro importante. All’inizio tendevo a commettere un errore: adattavo troppo la mia voce alla produzione. Se il pezzo cambiava, cambiavo anch’io vocalmente per inseguirlo. Poi ho capito che la cosa più forte era mantenere la mia voce, il mio colore, anche su produzioni molto diverse. Se la voce resta fedele a sé stessa, anche quando il contesto sonoro cambia, si crea qualcosa di molto interessante. Da lì ho iniziato a lavorare in modo diverso. Ho mantenuto il mio approccio naturale e l’ho lasciato dialogare con produzioni differenti. Questo mix, secondo me, rende il risultato più autentico. In più ci sono brani che richiedono registri diversi e range vocali ampi, e avendo studiato canto mi faceva piacere poterlo mostrare anche nell’EP.

Il teatro quanto ha inciso sul tuo modo di cantare e interpretare?

Tantissimo. Il teatro per me è stato fondamentale e continua a esserlo. Mi ha insegnato una cosa importantissima: sentire davvero tutto quello che sto dicendo. Non solo cantarlo, ma viverlo mentre lo sto cantando. Quando interpreti davvero una parola, cambia tutto: cambia l’intenzione, cambia il respiro, cambia persino il modo in cui la voce esce. Cambia l’emissione, cambia il corpo. Il teatro ti obbliga a essere presente emotivamente in ogni frase. E questo nel canto ha un impatto enorme. Io ho bisogno di credere in quello che sto dicendo quando canto, di sentirlo addosso. Il teatro mi ha aiutato tantissimo a sviluppare questa consapevolezza.

Che significato ha per te il titolo Stupida vita?

È un titolo a cui sono molto legato. Nasce dall’omonimo brano dell’EP, scritto in un periodo bello della mia vita, in cui avevo voglia di raccontare qualcosa di aperto, leggero, arioso. Dentro quella canzone c’è una specie di invito a respirare e a non appesantire tutto continuamente. Io sono una persona molto riflessiva, mi faccio tante paranoie, penso tanto alle cose. Ogni tanto però sento il bisogno di fermarmi e ricordarmi che la vita va anche vissuta così com’è, senza cercare per forza di controllare tutto. “Stupida vita” è quasi un promemoria personale. Un modo per dirmi: rallenta, vivi, non prendere tutto sempre troppo sul serio. Non significa superficialità, ma concedersi ogni tanto un po’ di leggerezza.

Nei tuoi testi c’è una scrittura molto visiva, fatta di immagini forti e immediate. Quanto è importante per te scrivere in questo modo?

È importantissimo. Mi viene naturale scrivere per immagini. Mi riesce più spontaneo rispetto all’uso della metafora più costruita o concettuale. Le immagini mi arrivano dritte, sono immediate. Ti colpiscono subito. Mi piace quando una frase ti resta addosso perché vedi qualcosa mentre la ascolti. È una scrittura che sento molto mia. Sicuramente è legata anche al mio modo di osservare quello che mi circonda. Io guardo molto i luoghi, i colori, le scene quotidiane. Mi restano impressi. E poi cerco di portarli dentro le canzoni.

Anche Verona torna spesso nella tua scrittura. Che rapporto hai con la tua città?

Molto forte. Verona entra spesso nelle mie canzoni perché fa parte del mio immaginario. Da quando ho iniziato a viverla davvero — quando ho cominciato a uscire di più, stare fuori la sera, viverla anche di notte — ho iniziato a guardarla in modo diverso. Mi colpiscono molto i suoi colori, gli angoli, le atmosfere. Ci sono immagini di Verona che mi sono rimaste dentro e che poi sono finite naturalmente nei brani. Per me è un luogo molto emotivo oltre che fisico. E poi sì, secondo me Verona artisticamente ha tanto da dire. C’è molta musica, magari non sempre visibile, ma c’è davvero tanto fermento.

Ti senti più artista da studio o da palco?

È una bella domanda perché dentro di me convivono entrambe le cose. Amo profondamente stare in studio. Mi piace tantissimo. Quando entro in studio mi sembra davvero di entrare in un altro mondo. C’è un’altra atmosfera, un altro tempo, un altro modo di stare. Mi ci perdo completamente. Però allo stesso tempo non vedo l’ora di suonare dal vivo. Anche se il live mi mette davanti alle mie insicurezze — perché sono molto preciso, molto esigente con me stesso e se qualcosa non va me ne accorgo subito — ho una grandissima voglia di portare questa musica sul palco. Quindi direi che oggi amo tantissimo lo studio, ma sento sempre di più anche il richiamo del live.

Le esperienze nei talent ti hanno esposto tantissimo al pubblico. C’è qualcosa di te che senti di non aver ancora mostrato?

In realtà no. Penso di aver mostrato davvero molto di me. Forse addirittura più di quanto immaginassi. Quelle esperienze mi hanno messo davanti a me stesso in modo molto forte e credo che in alcuni momenti mi abbiano fatto scoprire aspetti di me che ancora non conoscevo del tutto. Quindi no, sento di essermi raccontato tanto. E forse proprio per questo oggi riesco anche a scrivere con una consapevolezza diversa.

Come convivono la tua sensibilità artistica e la grinta necessaria per stare su un palco o affrontare questo mestiere?

In modo molto naturale, anche se non so spiegare esattamente come. Credo di aprire dei cassetti diversi dentro di me. Ci sono brani che richiedono una certa energia, una certa forza, e altri che invece chiedono fragilità, introspezione, silenzio. Quando entro in una canzone apro quel cassetto lì. Cambio spazio mentale. Mi ci immergo. A volte succede subito, altre volte ci metto un po’ di più a entrarci davvero, ma quando succede riesco a viverlo completamente.

Di cosa vai più orgoglioso oggi, musicalmente?

Del fatto di saper suonare. Probabilmente è la cosa di cui vado più fiero. Ringrazio davvero il me di quando avevo otto o nove anni e ho detto che volevo imparare il pianoforte. Perché oggi mi porto dietro qualcosa che è diventato parte di me. È una lingua che ho interiorizzato. È dentro il mio modo di scrivere, di pensare, di comporre. E sento che è una parte molto importante della mia identità artistica. Vorrei portarla sempre di più dentro quello che farò.

Oggi ti senti più cantautore o più musicista?

Oggi direi cantautore. Ma dipende molto dai periodi. Ci sono momenti in cui scrivo tantissimo e le parole arrivano prima di tutto. Altri in cui invece mi siedo al piano, nascono accordi, armonie, giri musicali e parto da lì. Vado molto a fasi. Però in questo momento sento di essere soprattutto un cantautore.

Che impatto ha avuto incontrare il pubblico durante gli instore?

Bellissimo. Mi ha colpito tantissimo. Sto ricevendo feedback davvero molto forti e anche molto diversi tra loro. È un pubblico variegato e questa è una cosa che mi rende felice. Mi porto dietro momenti che non dimenticherò facilmente. Un ragazzo è venuto a farmi firmare un libro di pianoforte che ho studiato anch’io e mi ha detto che ha iniziato a suonare grazie a me. È stato davvero emozionante. Oppure ricevere i complimenti da persone di età diverse, vedere persone così differenti ritrovarsi nella mia musica… sono cose che mi fanno capire quanto le canzoni possano arrivare davvero lontano. E mi rendono orgoglioso. Mi fanno venire ancora più voglia di continuare.

Qui il calendario dell’instore tour.

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