Piero Cassano

Intervista a Piero Cassano, una delle icone della musica italiana, più volte vincitore del Festival di Sanremo: nel 1978 e nel 2022 con i Matia Bazar, nel 1986 come autore e produttore di Eros Ramazzotti e nel 2005 tra i Giovani come produttore di Laura Bono.

Intervista a Piero Cassano

Piero, tornare a Sanremo significa tornare a casa.
In un certo senso sì. Sanremo non è solo un luogo geografico, è uno stato d’animo. Ogni volta che torno qui sento un’energia particolare, come se le pareti del teatro custodissero le voci, le emozioni, le paure e le speranze di tutti gli artisti che sono passati da quel palco. Per me è ancora più intenso, perché qui ho vissuto “diverse vite artistiche”. Ho calcato quel palco con i Matia Bazar, ci sono salito da solista, ci sono arrivato come autore. È un percorso circolare, quasi simbolico. Sanremo ti mette davanti a te stesso: ti chiede chi sei, cosa vuoi dire, perché lo fai. E ogni volta la risposta è diversa.

Partiamo proprio dai Matia Bazar. Cosa ha rappresentato per te quella prima fase?
I Matia Bazar sono stati una scuola, una famiglia, un laboratorio creativo permanente. Quando sei in un gruppo impari a mediare, ad ascoltare, a trovare un equilibrio tra le personalità. E credimi, non è semplice. Spesso si è parlato della mia uscita come di una questione economica, ma non era così. Era una divergenza di visione: “un modo diverso di concepire la musica e il proprio percorso”. Crescendo, ognuno sente l’esigenza di esprimere parti di sé che magari in un collettivo trovano meno spazio. Eppure, guardando indietro, posso dire serenamente che “abbiamo avuto ragione entrambi”. Loro hanno continuato a fare grandi cose, io ho intrapreso un’altra strada che mi ha portato soddisfazioni immense come autore e produttore. Non c’è mai stata una guerra, ma un’evoluzione.

Vittorie e sconfitte. Quali sono i ricordi più forti dei tuoi Festival di Sanremo?
Il Festival è indimenticabile in qualsiasi forma lo vivi. A me è successo di vincere e di perdere. Ho collezionato tre vittorie sanremesi: due come artista e una come autore-produttore. Le vittorie da protagonista sul palco sono arrivate con i Matia Bazar, con “E dirsi ciao” e “Messaggio d’amore”. Poi c’è stato anche un terzo posto importantissimo nel 2001 con “Questa nostra grande storia d’amore”, sempre con i Matia. Ogni canzone rappresentava un momento preciso della nostra storia artistica. La terza vittoria, come autore e produttore, è stata con Eros Ramazzotti e “Adesso tu”. Quella è stata una soddisfazione enorme, perché dietro c’era un lavoro intenso, profondo, costruito giorno dopo giorno. In totale ho partecipato a 21 Festival di Sanremo: vincerne tre, tutto sommato, significa che qualcosa di buono l’ho combinato.

Che ricordo hai dei tuoi Festival degli anni 2000?
In quegli anni arrivarono brani come “Messaggio d’amore”, che vinse Sanremo, “Questa nostra grande storia d’amore”, “Brivido caldo”. Era un periodo di grande creatività.

Quanto è diverso salire su quel palco da solista?
È completamente diverso. Quando sei in gruppo condividi il peso e la gioia. Da solista sei nudo. Non hai protezioni. Il pubblico guarda solo te. Ogni esitazione, ogni respiro è tuo. È una prova di verità. Con il brano “Non arrenderti mai” ho portato sul palco un messaggio che non era solo una canzone, ma una dichiarazione di intenti. Quel titolo è diventato il mio credo. “Non mi sono mai arreso, nemmeno davanti alle difficoltà più grandi.” Anzi, spesso le difficoltà mi hanno dato una forza in più.

Poi hai lavorato molto dietro le quinte. Ti senti più a tuo agio in quel ruolo?
Mi sento completo. Fare l’autore e il produttore significa entrare nel mondo di un altro artista e aiutarlo a trovare la sua voce. In questo periodo sto lavorando con una cantautrice calabrese, Cecilia Larosa, che mi ha colpito profondamente. Scrive, compone, canta con un’intonazione naturale incredibile. E lo dico senza giri di parole: oggi viviamo un’epoca in cui “l’autotune è diventato quasi un sostegno per chi non ha voce”. Non è uno strumento da demonizzare, ma non può sostituire l’anima. Cecilia ha qualcosa di raro: autenticità. Non punta sull’immagine provocatoria, non cerca scorciatoie. È una “cantautrice vera”, parola che sembra quasi fuori moda. Eppure è quella la figura che ha costruito la grande musica italiana.

Hai lavorato con Matteo Macchioni. Che valore ha per te il suo percorso?
Matteo è un esempio di talento disciplinato. È un tenore lirico internazionale, canta nei teatri più importanti del mondo, ma coltiva anche il crossover. Ha la capacità di portare le grandi melodie a un pubblico più ampio senza tradirne l’essenza. Nei suoi concerti interpreta brani dei Queen in tonalità originale. Non è solo una dimostrazione tecnica, è un atto di rispetto verso l’autore. La musica, per me, è prima di tutto rispetto.

Nel 2005 hai lavorato con Laura Bono, che vinse tra i Giovani con “Non credo nei miracoli”. Che ricordo hai di quell’esperienza?
Bellissimo. Laura Bono vinse in un’edizione piena di talenti fortissimi. Eppure bastò la forza della canzone. Questo mi ha sempre confermato una cosa: alla fine, se la canzone è vera, arriva. Laura è una cantautrice autentica. Oggi sembra quasi che la parola “cantautore” sia diventata difficile da spendere, ma io continuo a crederci. Una canzone deve nascere dalla vita reale. Dalle emozioni quotidiane. “Esci di casa arrabbiato, incontri qualcuno che ti sorride e la giornata cambia.” Ecco, la musica deve fare questo: trasformare.

Al Festival da qualche anno c’è una serata cover. Negli anni Duemila i Matia Bazar hanno realizzato due album di cover molto apprezzati. Come nacque quell’idea?
Fu un omaggio sincero ai “complessi” che avevano fatto grande la musica italiana. L’idea nacque anche grazie a Giancarlo Golzi, con cui ho condiviso una seconda vita artistica intensa.

C’è un ricordo particolare legato a “Sei tu”? E’ l’ultimo brano portato dai Matia Bazar a Sanremo.
Sì, e mi emoziona ancora. Ci diresse il maestro Peppe, una persona straordinaria. Voglio ricordarlo con gratitudine. La musica non è solo tecnica, è relazione. È sguardo. È fiducia. E poi ricordo una serata cover con un gigante come Al Jarreau. Mi scrisse una cartolina con parole che non dimenticherò mai: “Tu canti col cuore.” Non parlò quasi di musica, ma di vita. E forse è questo il segreto: la musica è vita che prende forma sonora.

Come vedi oggi il Festival di Sanremo rispetto ai tuoi esordi?
È cambiato tantissimo, ma resta un punto di riferimento. Oggi c’è più velocità, più esposizione mediatica, più pressione social. Ai miei tempi la pressione era diversa, più concentrata sul palco e meno sul contorno. Però una cosa non cambia: quando si accendono le luci e parte l’orchestra, sei solo con la tua verità. E lì non puoi mentire.

Hai ricevuto il Premio Dietro le Quinte. Che significato ha per te?
I premi sono carezze. Non definiscono il valore di un artista, ma sono segnali di riconoscenza. Io salgo su quel palco con una parola sola: “grazie”. Grazie alla musica, che mi ha dato tutto. Grazie alle persone incontrate lungo il cammino. Grazie a chi ha creduto in me quando magari il vento era contrario. Perché alla fine il senso di tutto è questo: continuare a credere, non arrendersi mai, cantare col cuore. Se riesci a fare questo, indipendentemente dai numeri o dalle classifiche, hai già vinto.

Se dovessi riassumere in una frase il tuo rapporto con Sanremo, quale sarebbe?
Direi che Sanremo è stato il grande teatro della mia vita artistica. Mi ha dato gioie immense, mi ha messo alla prova, mi ha fatto crescere. Mi ha insegnato che si può vincere e si può perdere, ma l’importante è restare fedeli alla propria musica. E soprattutto mi ha insegnato a dire grazie. Perché dietro ogni vittoria c’è una squadra, dietro ogni applauso c’è un lavoro condiviso, e dietro ogni canzone c’è un pezzo di vita vera.

Pensi spesso ai Matia che non ci sono più?
Nel mio cuore ci sono i miei compagni di viaggio storici: Carlo Marrale, Aldo Stellita, Giancarlo Golzi, Mauro Sabbione. Non ci sono più, ma io li sento sempre vicini. Mi piace pensare che “stiano suonando da qualche parte” e che un giorno, quando sarà il momento, faremo un gruppo nuovo.

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