Kid Yugi parla di Sanremo, del successo di Anche gli eroi muoiono e della società contemporanea: «L’eroe è l’uomo comune».
Il rapper pugliese Kid Yugi riflette sul significato del successo, sulla libertà artistica e sulle aspettative imposte dalla società. In un’intervista ad Andrea Spinelli, pubblicata da Il Mattino il 13 ottobre 2026, l’artista spiega perché non si riconosce nell’idea di partecipare al Festival di Sanremo e rivendica il diritto di seguire una strada personale, senza dover diventare più prevedibile o facilmente classificabile. Al centro del suo pensiero anche Anche gli eroi muoiono, il progetto che mette in discussione il mito dell’eroe e invita a guardare con maggiore attenzione alle contraddizioni del presente.
Kid Yugi, Sanremo e la libertà di essere se stessi
Kid Yugi, nome d’arte di Francesco Stasi, non sembra avere intenzione di inseguire Sanremo a tutti i costi. Il rapper di Massafra, protagonista di una rapida ascesa nella scena italiana, considera il Festival un’esperienza rispettabile, ma non necessariamente adatta al proprio percorso artistico.
«Semplicemente, quella sfilata di canzoni non mi appartiene», afferma nell’intervista di Andrea Spinelli per Il Mattino. Una posizione che non nasce da una mancanza di considerazione per la manifestazione o per gli artisti che vi partecipano, ma dalla volontà di preservare la propria identità musicale.
Il problema, secondo Kid Yugi, non è la possibilità di scrivere una canzone d’amore. Anzi, ammette che potrebbe anche realizzarne una bella. Il dubbio riguarda piuttosto la capacità di riconoscersi pienamente in un brano pensato per un contesto che potrebbe richiedere di ridurre alcune sfumature della propria musica.
«Per affrontare un palco del genere dovrei probabilmente comprimere una parte della mia musica, lasciare fuori delle cose, rendermi più decifrabile, più presentabile, più compatibile con un’idea precisa di artista», spiega. E poi chiarisce la propria posizione con una frase che sintetizza la sua idea di indipendenza: «Io, in questo momento, sto meglio senza essere compatibile».
Anche gli eroi muoiono e il valore dell’uomo comune
Il nuovo progetto Anche gli eroi muoiono, riproposto anche in una versione deluxe intitolata post mortem, si inserisce in un percorso artistico che ha consolidato la posizione del rapper nel panorama italiano. Il precedente album, I nomi del diavolo, ha raggiunto risultati importanti, con 250.000 copie e cinque certificazioni di platino secondo quanto riportato nell’intervista.
Ma al di là dei numeri, è soprattutto il significato del titolo a offrire una chiave di lettura del suo immaginario. Per Kid Yugi, infatti, l’eroe non è necessariamente una figura eccezionale, capace di superare ogni ostacolo o di trasformare ogni caduta in una vittoria.
«Oggi, per me, l’eroe è esattamente il contrario di quello che ci hanno insegnato: è l’uomo comune», racconta. È la persona che non deve dimostrare continuamente il proprio valore, che non è obbligata a diventare la versione migliore di sé e che può anche fallire senza dover necessariamente trovare una lezione positiva in ogni esperienza.
Una riflessione che si collega alla critica nei confronti di una società sempre più orientata alla prestazione, al confronto e alla ricerca costante di risultati. Anche il successo, in questa prospettiva, rischia di trasformarsi in un’ulteriore aspettativa da soddisfare.
La società post-futurista e il rumore delle informazioni
Nel dialogo con Andrea Spinelli, Kid Yugi affronta anche il rapporto tra creatività, tecnologia e sovrabbondanza di stimoli. Il rapper descrive il presente come un’epoca «post-futurista», nella quale l’essere umano è immerso in un flusso continuo di immagini, suoni, informazioni e parole.
Se i futuristi cercavano di trasformare artisticamente il rumore delle macchine, lui prova a fare il percorso inverso: «Imbrigliare il rumore che l’uomo è riuscito a produrre attraverso la macchina».
Il problema, secondo l’artista, è riuscire a distinguere ciò che nasce davvero dalla propria sensibilità da quello che viene semplicemente assorbito dall’ambiente circostante. In un mondo nel quale sembra che tutto sia già stato detto, e spesso anche meglio, trovare una voce personale diventa una sfida sempre più complessa.
«La difficoltà, oggi, non è tanto creare, quanto riuscire a distinguere ciò che viene davvero da noi da ciò che abbiamo semplicemente assorbito», osserva. Una considerazione che riguarda direttamente anche la musica, chiamata a confrontarsi con una quantità enorme di contenuti e modelli da assimilare, riprodurre o rifiutare.
Contro la retorica del miglioramento personale
La riflessione di Kid Yugi si sposta poi sulla pressione esercitata dall’idea di dover lavorare costantemente su se stessi, coltivare il proprio talento e raggiungere un potenziale sempre più elevato. Un messaggio che, pur presentandosi come positivo, può finire per trasformarsi in un ulteriore motivo di insoddisfazione.
Il rapper mette in discussione la convinzione secondo cui la felicità dipenda esclusivamente dall’impegno individuale e dalla capacità di migliorarsi. In una società già segnata da aspettative, prestazioni e confronti continui, anche il fallimento sembra dover essere necessariamente trasformato in un’opportunità.
Kid Yugi non pretende di offrire ricette per vivere meglio né di indicare una strada valida per tutti. La sua risposta è piuttosto un invito a liberarsi dal bisogno di aderire a modelli prestabiliti e a rivendicare la possibilità di scegliere autonomamente il proprio percorso.
Il suo rifiuto di considerare Sanremo come una tappa obbligatoria della carriera si inserisce proprio in questa visione: non una chiusura nei confronti del Festival, ma la volontà di non partecipare soltanto perché ci si aspetta che un artista di successo debba farlo.
La conclusione del suo ragionamento è semplice e, proprio per questo, significativa: «Forse, la cosa più rivoluzionaria che possiamo concederci è molto più semplice: fare quello che ci pare».
Un’affermazione che riassume il pensiero di Kid Yugi: difendere la propria identità, accettare anche le imperfezioni e non trasformare ogni scelta artistica o personale in una prova da superare. Perché, nella sua idea di musica e di società, essere liberi significa anche non dover dimostrare continuamente di essere migliori.

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