Al Salone del Libro di Torino, nell’incontro “Le storie, la Storia, Dall’io al noi”, si sono confrontati due protagonisti di mondi diversi ma uniti dal potere del racconto: Luciano Ligabue, rocker e narratore instancabile, e Matteo Zuppi, cardinale e presidente della CEI. A condurre l’incontro il giornalista Gigio Rancilio, partendo da una riflessione chiave: «Per stare nella Storia, quella con la S maiuscola, bisogna ascoltare tante storie».
Il rocker di Correggio ha raccontato l’origine del suo ultimo libro, Una storia (Mondadori, qui il link per l’acquisto), nato in piena pandemia: «Quando non puoi pensare al futuro e il presente è sospeso, ti resta solo il passato. È lì che ho cercato chiarezza. Raccontarsi è stato uno svelamento».
Una confessione profonda, accompagnata da un’ammissione personale: «Io sono timido. Salire su un palco non è semplice. Per anni ho fatto altro, poi il lavoro è diventato cantare. Ma non è un lavoro: è un bisogno, un’urgenza di dire qualcosa».
Per Ligabue, la musica è un mezzo di condivisione autentica: «Le canzoni vanno dove vogliono, emozionano chi vogliono. Io ho deciso di raccontare tutto di me, senza filtri. Il pubblico merita questa apertura, e io ho fatto un patto con chi mi ascolta». Un patto che si rinnova ogni volta, persino quando qualcuno si tatua una sua frase: «Lì capisci che devi fare sul serio. Le tue parole accompagnano la vita degli altri».
Luciano Ligabue non nasconde l’orgoglio per il percorso intrapreso: 26 album, 7 libri, 3 film e 900 concerti, e una convinzione granitica: «La società ti dice sempre cosa ti manca. Io invece ho avuto la spudoratezza di dire che questa vita è unica e irripetibile. Non la cambierei con nessun’altra».
Nel dialogo con Zuppi, Ligabue cita anche Delitto e castigo di Dostoevskij, il libro che più l’ha segnato: «Perché sul senso di colpa sono espertissimo», scherza.
Il dialogo si è arricchito grazie alla presenza del cardinale Matteo Zuppi, che ha sottolineato l’importanza del raccontare come atto di dono: «Le storie ci aiutano a vivere, a capire ciò che spesso non si sa dire».
Riflettendo sul titolo di una canzone di Ligabue – Metti in circolo l’amore – Zuppi ha aggiunto: «Solo mettendo in circolo si relativizza l’io. La vera felicità è donare. Il possesso ci allontana dagli altri, mentre l’amore condiviso ci completa».
Il cardinale ha raccontato anche episodi personali, come le visite alle borgate romane negli anni Sessanta: «Era il Terzo Mondo sotto casa. Lì ho capito cos’è davvero la vita».
A chi gli ha chiesto se sarebbe stato pronto a diventare Papa, ha risposto con ironia: «Avrei fatto come Moretti in Habemus Papam: mi sarei affacciato al balcone e poi avrei chiuso dicendo “non ce la faccio”».
Ligabue durante l’incontro di Torino ha ricordato anche Il mio nome è mai più, brano pacifista scritto con Pelù e Jovanotti nel 1999, riflettendo sulla difficoltà odierna delle canzoni di lasciare il segno: «Oggi i brani durano poco, c’è tanta produzione e competizione. Temo che si sia perso il bisogno di dire qualcosa, di lasciare una traccia».
Citando i suoi riferimenti – Guccini e De André – ha ribadito: «Loro scrivevano canzoni perché avevano qualcosa da dire, non solo per cantare».

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