Mauro Pagani presenta “Tutto è già qui”, il nuovo album di inediti in uscita il 16 ottobre per BMG. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Mauro Pagani, 23 anni dopo “Domani”, torna con un nuovo album di inediti, con un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Il progetto arriva in un momento simbolico; il musicista, compositore, polistrumentista e produttore si prepara, infatti, a festeggiare l’ottantesimo compleanno. Un traguardo che non coincide con un bilancio, ma con una nuova occasione per esplorare il presente, interrogarsi sul futuro e continuare a lasciarsi sorprendere dalle varie sfaccettature della musica.
«Sono passati solo 23 anni. Perché ci devo pensare bene alle cose, mettiamola così», scherza Pagani durante la presentazione del disco, spiegando come, nel frattempo, il suo percorso non si sia certo fermato. Colonne sonore, produzioni e numerose collaborazioni hanno riempito il tempo trascorso dall’ultimo album di inediti. «Sono sempre stato un ingordo», racconta, riconoscendo con ironia la propria disponibilità a lasciarsi conquistare da nuove esperienze artistiche.

“Tutto è già qui”, un diario intimo tra passato e futuro
Il nuovo album nasce da materiali accumulati negli anni, appunti e registrazioni che Pagani ha deciso di riprendere in mano e organizzare. Un lavoro di selezione che ha permesso di riconoscere le canzoni capaci di raccontare meglio il suo presente. «Un paio d’anni fa ho cominciato a ordinare il materiale che conoscevo già. Ogni tanto ascoltavo e dicevo: questo va bene. C’erano dei pezzi che brillavano di luce propria, secondo me, quindi sceglierli non è stato difficile».
La registrazione, per Pagani, rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere l’identità di un brano. Un provino ben realizzato restituisce immediatamente un’atmosfera, una direzione emotiva che può risultare più eloquente di molti ragionamenti successivi. Da qui la decisione di recuperare le idee custodite nel tempo e trasformarle in un progetto organico.
Tutto è già qui è, nelle intenzioni del suo autore, un lavoro personale, ma non ripiegato sulla nostalgia. È il racconto di un musicista in movimento, che osserva ciò che ha vissuto senza rinunciare a interrogarsi su quello che ancora potrebbe accadere.
«Questo è un disco di uno che è sempre in viaggio, che a volte è un po’ confuso», spiega Pagani, collegando il progetto anche al percorso raccontato nel documentario Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, diretto da Cristiana Mainardi e nato a partire dalla sua autobiografia Nove vite e 10 blues. «È come se fosse un documento di viaggio».
Il titolo, inoltre, contiene un messaggio che va oltre il semplice invito a guardare il bicchiere mezzo pieno. Durante l’incontro con la stampa, Pagani mette in relazione Tutto è già qui con una domanda implicita, quella suggerita dall’idea che possa mancare sempre qualcosa. «Tutto è già qui è il contrario di “Tutto mi manca”. È una sorta di dichiarazione d’intenti, un invito a guardarsi in giro». Una prospettiva che non cancella le contraddizioni del presente, ma invita a non smettere di cercare. Anche quando il panorama sembra scoraggiante, sostiene il musicista, esistono idee, persone e possibilità che meritano di essere scoperte.
La cura del suono e il ruolo del produttore
La ricerca sonora è uno degli elementi centrali del disco. La scelta dei musicisti, l’attenzione agli arrangiamenti e la valorizzazione degli strumenti confermano una visione della produzione che Pagani ha sviluppato in decenni di lavoro, tanto nei propri progetti quanto al fianco di altri artisti.
«La cura dei suoni e la scelta dei musicisti sono una delle cose di cui vado orgoglioso nel mio cammino di produttore», afferma. Per Pagani, produrre non significa imporre una propria identità musicale all’artista, ma riconoscere le caratteristiche che lo rendono unico e aiutarlo a esprimerle nel modo più efficace possibile.
«Penso che il lavoro del produttore sia quello di aiutare un artista ad amplificare i propri pregi e a difendersi dai propri difetti». Un equilibrio delicato, che richiede capacità di ascolto e consapevolezza. Il rischio, altrimenti, è quello di indirizzare un musicista verso una strada che non gli appartiene, inseguendo modelli estranei alla sua sensibilità.
«Difendere un musicista è il nostro lavoro principale. Se cominciamo a cercare di costruire dei cloni di noi stessi, siamo un disastro, non un produttore», osserva.
Anche la scelta dei collaboratori risponde a questa filosofia. Tra le presenze del disco c’è Daniela Pes, artista che Pagani aveva iniziato a seguire con curiosità dopo aver ascoltato il suo lavoro. Il coinvolgimento è nato da un confronto diretto con il materiale musicale: una volta completate le basi, il compositore l’ha invitata in studio per ascoltare i brani e scegliere quello che sentiva più vicino alla propria sensibilità.
Un incontro tra generazioni che rispecchia la volontà di Pagani di non considerare l’esperienza come un punto d’arrivo, ma come uno strumento per continuare a esplorare territori nuovi. Nel disco convivono infatti atmosfere differenti, passaggi orientati alla contemporaneità e un episodio hard rock che richiama il suo amore per il progressive.
«Sono stato un amante del prog per troppo tempo per dimenticarmene», racconta. La varietà, però, non deve trasformarsi in un esercizio di potenza fine a se stesso: «L’importante è trovare la dimensione giusta ed essere garbati anche quando si fa musica. Non è necessario far diventare la gente sorda».

Il presente, l’intelligenza artificiale e la speranza nei giovani
Se la musica rappresenta una forma di esplorazione, il presente è per Pagani un territorio complesso, nel quale convivono preoccupazione e fiducia. Il brano NME, letto come enemy, diventa lo spunto per riflettere sulle tensioni contemporanee e su una società in cui il confronto sembra spesso trasformarsi in ostilità.
«Se mi guardo in giro in questo periodo, c’è poco da essere ottimisti», ammette. La sua analisi è critica, ma non si esaurisce nel pessimismo. A offrirgli una prospettiva diversa sono soprattutto le nuove generazioni, che percepisce talvolta disorientate, ma animate dal desiderio di trovare una propria voce.
«Sono molto più ottimista se guardo ai giovani. Forse un po’ sperduti, un po’ distratti, che fanno fatica a trovare la loro strada. Però sento delle cose belle, sento molta volontà di gridare: “Ci siamo, ci siamo, siamo qui”».
Il discorso si allarga alla qualità della comunicazione, alla sovrapproduzione musicale e all’intelligenza artificiale, temi che interrogano direttamente il futuro dell’industria e il modo in cui si ascolta. Di fronte alla quantità crescente di brani pubblicati ogni giorno, Pagani si domanda come sia possibile distinguere ciò che merita davvero attenzione.
«Qual è il segreto? Essere sicuri che da qualche parte nel mondo, in questo momento, adesso, stamattina, c’è qualcuno che sta scrivendo un pezzo meraviglioso. E questa è la cosa che ci salva». Per il musicista, il problema non è la tecnologia in sé, né la convinzione che il passato fosse necessariamente migliore. Anche negli anni Sessanta, ricorda, accanto agli artisti destinati a lasciare un segno uscivano moltissime canzoni dimenticabili. La differenza sta nella disponibilità a cercare, ad andare oltre ciò che viene proposto più facilmente e a sviluppare un ascolto autentico.
«Non dobbiamo sentirci sconfitti dalla bassa qualità di una parte della comunicazione», sottolinea. L’intelligenza e la creatività continuano a esistere, anche se a volte richiedono maggiore impegno per essere individuate. «Nel mondo c’è più intelligenza di quello che sembra».
Pagani si definisce, nonostante tutto, un inguaribile ottimista. E affida proprio ai giovani la speranza di contrastare la superficialità e la stupidità del presente: «Spero che i giovani ci sorprendano, saranno loro a salvarci dalla stupidità».
PFM e la voglia di nuove sfide
La carriera di Mauro Pagani è stata caratterizzata dalla capacità di attraversare generi e linguaggi senza rinunciare alla sperimentazione.
Parlando della possibilità di ritrovare un giorno l’anima progressive della PFM, Pagani non nasconde il desiderio di riascoltare quella particolare magia. «Se dovessi pensare di fare di nuovo qualcosa con la PFM, in un mondo ipotetico che ben difficilmente prenderà forma, mi piacerebbe risentire l’anima prog».
Il musicista riconosce che la formazione attuale è molto diversa da quella con cui ha condiviso una stagione straordinaria, ma non chiude completamente la porta a eventuali sorprese. «Non mi nego nessuna possibilità».
Il riferimento al passato non è mai una giustificazione per smettere di sperimentare. È lo stesso approccio che ha guidato Pagani nella sua lunga attività di produttore e arrangiatore, ma anche nella realizzazione di progetti collettivi come Domani, il brano pubblicato nel 2009 per sostenere le popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo, interpretato da una squadra di 56 artisti.
Ricordando quella giornata di lavoro, Pagani sottolinea soprattutto la disponibilità e il rispetto dimostrati dai partecipanti. «In tre giorni di lavoro abbiamo scelto il pezzo, arrangiato la base, registrato la voce di 56 artisti e anche mixato». Un risultato reso possibile da un atteggiamento condiviso e dalla volontà di mettere la musica al servizio di un obiettivo comune.

Gli 80 anni e il desiderio di continuare a sorprendersi
Guardando ai prossimi anni, Pagani non sembra intenzionato a fermarsi. Tra i desideri che ancora vorrebbe realizzare cita la possibilità di produrre un disco con Peter Gabriel e di lavorare con Paul McCartney. Progetti ambiziosi, raccontati con la leggerezza di chi considera la curiosità una risorsa più importante di qualsiasi traguardo anagrafico.
«Ci sono un sacco di cose che mi piacerebbe fare. Non riesco neanche a fare l’elenco, da quante sono», confessa. «Spero che la sorte mi stupisca, spero che arrivi qualcuno a cui non avevo pensato e che mi faccia dire: “Cazzo, è vero, perché non gliel’ho chiesto prima?”».
Tra gli impegni in corso c’è anche il lavoro su una colonna sonora, un ambito nel quale Pagani ha costruito una parte importante della propria esperienza. La musica per immagini gli permette di esplorare un rapporto diverso con la composizione, senza rinunciare alla libertà creativa.
«Voglio molto bene ai cantanti, però, ogni tanto, scrivere solo musica appare liberatorio», racconta sorridendo.
A ottant’anni, la lezione più importante che riconosce alla musica non riguarda il successo, la tecnica o la capacità di attraversare epoche differenti. È piuttosto la possibilità di mantenere viva la meraviglia, continuando ad ascoltare con attenzione e a riconoscere quando qualcosa di nuovo sta accadendo.
«La cosa più importante, per me, è la capacità di farsi sorprendere, di farsi stupire. Accorgersi che sta succedendo qualcosa».
È una dichiarazione che riassume anche lo spirito di Tutto è già qui: un disco che non pretende di offrire risposte definitive, ma restituisce il ritratto di un artista ancora disposto a mettersi in discussione. Un lavoro nel quale trovano spazio le conquiste e le sconfitte, le strade percorse e quelle che potrebbero ancora aprirsi.
«È un disco che mi rappresenta. Ci sono le mie vittorie, le mie sconfitte, le strade che ho fatto, quelle che intendo fare, se la sorte me la farà fare».
E alla fine, dopo aver attraversato il pessimismo sul presente, le riflessioni sulla tecnologia, il ricordo delle grandi collaborazioni e il desiderio di nuove avventure, Mauro Pagani torna al messaggio racchiuso nel titolo del suo nuovo album: non smettere di cercare, perché la bellezza può trovarsi anche dove non ci si aspetta.
«Spero vi piaccia, a me piace molto», conclude. Poi aggiunge, tornando all’idea che attraversa l’intero progetto: «Tutto è già qui, basta “ascoltare”».

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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