Con “Maree“, il suo terzo album da solista, Samuel firma una delle prove più mature e coerenti della sua carriera personale, riconciliando due anime che per anni hanno convissuto in lui come forze in apparente opposizione: la dimensione del cantautore e quella del producer elettronico, figlio della club culture. Il disco, nato da un rinnovato desiderio di riscoperta identitaria, arriva dopo anni di esplorazioni sonore (da Il Codice della Bellezza a Brigatabianca) e si presenta oggi come un ponte tra passato e futuro, tra battito e riflessione, tra corpo e parola.
Nel corso di un incontro stampa di presentazione, Samuel ha chiarito fin da subito il significato profondo di questo progetto: “È un punto d’arrivo ma anche di ritorno”. Dopo l’esperienza solista più orientata verso il pop, le collaborazioni con Canova, Jovanotti e la partecipazione a Sanremo, l’artista si è ritrovato, durante la pandemia, chiuso da solo in studio. Tre mesi di isolamento, un tempo di ascolto interiore e ridefinizione. Lì ha capito che mancava qualcosa: “Sento che non mi basta. Voglio ancora qualcos’altro”, dice. Quel qualcosa era il suono della console, quella da cui tutto era cominciato, e che negli ultimi due anni ha riscoperto con energia in una serie di DJ set.
Maree nasce così, da una spinta interiore irrefrenabile, dalla voglia di tornare a “rimettere mano ai piatti”, e da una domanda centrale: come si può conciliare la forza del beat con la profondità delle parole? Samuel prova a rispondere a modo suo: producendo un disco tutto in battuta, ritmicamente coeso, pensato per far muovere ma anche per far riflettere. Ogni brano si muove su una cassa dritta che vibra sotto tracce dove le liriche non sono un orpello, ma parte integrante del flusso emotivo.
Gran parte del disco è stato scritto e concepito a Venezia, dove Samuel ha trascorso diverse primavere ed estati negli ultimi cinque anni. Un luogo unico, che – come racconta – “ti dà un’emotività che solo poche città al mondo sanno dare”. In questo senso, Maree è anche un disco immerso in una sensibilità malinconica, spesso veicolata più dall’armonia che dal testo, ma sempre bilanciata dal ritmo, elemento fondante del lavoro: “Il ritmo è più importante dell’armonia, è più importante delle liriche – anche se le liriche dicono cose importanti”, spiega.
È interessante il paragone che Samuel propone con la musica Amapiano, genere sudafricano che unisce malinconia e percussioni calde: anche Maree è costruito così, con suoni legnosi e groove avvolgenti che smorzano la mestizia della tonalità minore e spingono il corpo verso il movimento. È un approccio originale, che lo differenzia dal resto del pop elettronico italiano e lo colloca in un territorio tutto suo: quello della techno cantautorale.

Da sempre abituato a trattare la voce come strumento, Samuel ha lavorato sull’integrazione della linea vocale con l’impianto ritmico: “Nella dance la voce può essere un fastidio se non è gestita con equilibrio. Bisogna lavorare perché entri nel ritmo come un altro strumento”. Esperienza affinata in anni di sperimentazione con i Subsonica, oggi tradotta in una scrittura che sa farsi fluida, essenziale ma mai superficiale.
Ne sono prova i brani più liricamente densi dell’album, come “Sogno Padano” e “Tamburo”. Il primo affronta in maniera diretta la crisi del capitalismo contemporaneo, il vuoto umano lasciato dal culto del possesso: “Un mondo costruito sul capitale, sulla ricchezza, ma con una mancanza emotiva devastante”, dice Samuel. Una riflessione amara ma necessaria, che affonda le radici in osservazioni reali, quasi documentaristiche, su una società che ha perso il senso profondo del vivere.
Il secondo, invece, è un brano personale, che riflette sul rapporto genitori-figli, sul distacco e sul lascito affettivo: “Il ritmo è la cosa che più mi ha lasciato, che mi ha insegnato a vibrare”. Tamburo è dunque una metafora del legame, un’ode al battito primordiale che accompagna la crescita e che – nel suo caso – è diventato anche mestiere e missione artistica.
Accanto al disco, Samuel guarda anche alla trasformazione del clubbing. “I grandi club sono morti”, afferma senza mezzi termini, ma aggiunge: “Nascono tante piccole realtà che hanno bisogno di essere vissute”. In questo scenario, Maree diventa quasi un manifesto di resistenza culturale, un invito a ritrovare la forza aggregante della musica elettronica, anche in spazi più intimi e alternativi.
Come dice lo stesso Samuel: “Le persone hanno sempre avuto bisogno di ballare, in tutte le culture. Questa cosa non finirà mai.” E se i luoghi cambiano, lo spirito resta. Maree si fa portatore di questo spirito, trasformandolo in esperienza d’ascolto: un flusso continuo, emotivo e ballabile, che cerca di tenere insieme l’anima con i piedi.
Altro momento chiave dell’album è Corrente Elettrica, brano che celebra la stagione pionieristica della club culture italiana. Una stagione fatta di esplorazioni, di primi contatti, di energie inespresse che prendevano forma attraverso la musica e la notte. Un’ode a ciò che è stato, ma anche un tributo a quella tensione creativa originaria che oggi – grazie a Maree – ritorna nella forma di una maturità consapevole, quasi meditativa.
Con Maree, Samuel ci consegna un disco profondo e dinamico, che vibra di energia e coscienza. È un album che riconosce la malinconia ma la trasforma in movimento, che parte dalla consolle ma non rinuncia al senso, che rifiuta le etichette per trovare il suo spazio naturale: quello dove si può ballare e pensare, dove il beat incontra la poesia. Un punto di approdo, forse, ma soprattutto un nuovo inizio.
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Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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