Analisi dei testi di Sanremo 2026 secondo il professor Lorenzo Coveri (Accademia della Crusca): “Festival della medietà”, tanti 6 e 5, poche eccellenze. Tra i migliori Ermal Meta, “l’unico che esce dalla bolla della coppia”.
Il Festival di Sanremo 2026 parte sotto il segno della prudenza. A dirlo è il professor Lorenzo Coveri, accademico della Crusca, che sui canali social dell’istituzione sta pubblicando le sue pagelle ai testi dei Big in gara. Il giudizio? Netto: «Mai una volta che, leggendo un verso, abbia sobbalzato sulla sedia. Mai».
Secondo Coveri, intervistato dal Corriere Fiorentino, siamo davanti a «quella medietà o, se vogliamo, prudenza, tipica di Carlo Conti». Tanti 6, diversi 5 e mezzo, «nessuna eccellenza». Un Festival moderato, che «non colpisce né in bene né in male».
Testi Sanremo 2026: amori tossici e para-poesia
Il tema dominante resta l’amore: «Su 30 canzoni almeno 20 parlano di amori tormentati, finiti, dolorosi. Di amori felici ne vedo pochissimi. Più che altro tossici». Una tendenza che, secondo l’accademico, appiattisce il panorama: «È come se quello che succede fuori da Sanremo non interessasse al Festival di Sanremo».
Sul piano linguistico emergono rime semplici e inversioni classiche: «Rimane qualche traccia delle rime baciate in monosillabi me-te, e sai/e vai, e un certo lessico aulico-retorico». Ma oggi, osserva, «le rime spesso assumono un valore ironico».
E poi c’è la “para-poesia”: «Prendiamo “Male necessario” di Fedez e Marco Masini: metafore in abbondanza, alcune felici come “non ho più spazio per dipingermi d’inchiostro”, altre banali come il “silenzio che è un rumore”. Una canzone che ambisce a volare alto, ma non sempre l’effetto è felice».
I promossi: Ermal Meta “tra i migliori del lotto”
Tra poche luci, spicca Ermal Meta. «L’unico che esce dalla bolla è Ermal Meta», afferma Coveri. Il suo brano, una ninna nanna rivolta «a una bambina di Gaza, pur senza mai renderlo esplicito», è «uno dei migliori del lotto».
Apprezzamenti anche per Fulminacci: «Testo interessante con una dimensione quasi cinematografica». E per Levante, «l’unica che parla d’amore in modo non bamboccesco e celebra la felicità». Sufficienza assicurata per Arisa, grazie all’autobiografismo in prima persona.
Tra tradizione e innovazione, conclude Coveri, convivono «linguaggio (para)poetico e linguaggio parlato quotidiano». Meno inglesismi rispetto al passato, qualche francesismo di Elettra Lamborghini («Voilà, d’emblée, bagarre, chic»), ma nessuna vera scossa.
Sanremo 2026, insomma, resta «un Festival della medietà». Con poche cadute rovinose, ma anche senza versi capaci di far sobbalzare dalla sedia.

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