Chiara Galiazzo 2026

Lo Sguardo Critico è la rubrica di iMusicFun che racconta senza sconti il sistema musicale: oggi ci occupiamo di Chiara Galiazzo che ha dichiarato di non poter partecipare ai festival estivi perché non fa parte del “circolino

Non potete fare nulla perché non faccio parte del circolino“: in questi giorni ha suscitato un grande clamore sui social questa risposta di Chiara Galiazzo, nelle Instagram Stories, alla domanda di un fan che le chiedeva cosa poter fare per vederla ospite nei festival estivi. Senza nascondersi dietro un dito, l’artista veneta ha, così, spiegato, in poche parole, quello che ormai sanno tutti ma che in pochi hanno il coraggio di dire: sì, nella musica italiana c’è un circolino e gli artisti che non vedete nei principali spazi non è perché non siano meritevoli o perché non piacciano al pubblico, ma perché non fanno parte dei giri giusti. In questo articolo de Lo Sguardo Critico, la rubrica di iMusicFun che racconta senza sconti il sistema musicale, proviamo a spiegarvi come funzionano oggi i festival musicali e perché Chiara Galiazzo ha ragione.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferarsi di festival estivi: se Mediaset ha promosso da Italia 1 a Canale 5 lo storico Battiti Live ma ha comunque acquistato il Radio Bruno Estate per l’emittente più giovane del gruppo, la Rai ha risposto organizzando, dal 2022, il Tim Summer Hits e quest’anno raddoppierà con Sanremo Estate. E la stessa cosa si è verificata con i festival organizzati dalle radio dove, ai più storici Radio Italia Live – Il Concerto, Power Hits Estate di RTL 102.5 e Party Like a Deejay di Radio Deejay, si sono aggiunti i neonati festival organizzati dalle altre radio, quindi spazio anche al 105 Summer Festival, all’RDS Summer Festival e al Kiss Kiss Way.

Un aumento di spazi che, all’inizio, è stato accolto positivamente perché è proprio questo che si chiedeva: più vetrine per la musica in tv che avrebbero potuto portare a molte più occasioni per tutti gli artisti, a un aprirsi anche a progetti legati non solo alle case discografiche più importanti, a non seppellire più le alternative prima di capire che, in realtà, ogni nuovo festival che nasce è la copia di quelli che esistono già. I cast sono fatti tutti con lo stampino, facce e canzoni sono sempre le stesse e, quindi, l’unico scopo di questo aumento di spazi sembra quello di far mangiare ancora di più chi si mangiava già tutto.

Vediamo ora una statistica necessaria a confermare questo discorso focalizzandoci sui due festival che beneficiano delle vetrine più importanti, cioè quelli che vanno in onda su Rai e Mediaset, il Tim Summer Hits e il Battiti Live. I cast di quest’anno non sono ancora stati annunciati, ma è comunque utile rivolgere uno sguardo alle ultime due estati per capire come vengono impostati i cast di questi programmi: nel 2024 erano 77 gli artisti annunciati al Battiti Live e 80 quelli presenti al Tim Summer Hits, con ben 59 nomi in comune tra i due eventi; nel 2025 sono aumentati a 85 al Battiti Live e a 91 al Tim Summer Hits, e questo aumento ha portato anche a una crescita degli artisti in comune, addirittura 67. Di fatto, quasi per l’80% dei casi l’uno è la copia dell’altro. Ancora più emblematico il discorso sugli artisti indipendenti presenti: meno del 10% sia nel 2024 che nel 2025 e in entrambi gli eventi.

Risulta, quindi, praticamente impossibile promuovere la propria musica in questi spazi per gli artisti che non fanno parte del giro delle tre major discografiche, quindi Sony, Universal e Warner, e di quello delle agenzie live più influenti, ovvero Friends & Partners, Vivo Concerti e Live Nation. Perché, ad esempio, oggi che Sal Da Vinci è sotto contratto con Warner e Vivo Concerti lo vediamo ospite in tutti gli eventi mentre nel 2024, quando era ai vertici delle classifiche ma da indipendente, nessuno ha mai pensato di invitarlo per cantare la sua “Rossetto e caffè“? Risposta scontata: perché il circolino c’è eccome.

Nel discorso delle agenzie live c’è poi un ulteriore particolare da aggiungere che riguarda Friends & Partners: l’agenzia fondata da Ferdinando Salzano controlla, da qualche anno, anche Friends Tv, società di produzione televisiva dietro ai principali eventi musicali trasmessi su Rai e Mediaset, dal già citato Tim Summer Hits al Music Awards e Una Nessuna Centomila, fino ai concerti dei Pooh, di Gigi D’Alessio, di Umberto Tozzi, de Il Volo, di Fiorella Mannoia e di Alessandra Amoroso andati recentemente in onda, e anche a diversi varietà come Stanno tutti invitati, Taratàtà, Torino is fantastic e Siamo danza. Controllando gli ospiti di questi programmi noterete che, anche qui, si ripetono molto spesso e che ruotano quasi tutti attorno al giro di Friends & Partners, a proposito di circolini e circoletti.

Questo continuo ripetersi dei soliti nomi ha ormai coinvolto anche gli eventi più insospettabili come il Concerto del Primo Maggio, un tempo grande occasione di visibilità per gli artisti di nicchia e oggi, anch’esso, quasi a completo servizio delle major che l’hanno fatto diventare una costola di Sanremo. Quest’anno ben 11 partecipanti erano già stati due mesi prima sul palco dell’Ariston e, in generale, questo sguardo più orientato verso il mainstream sta portando sul palco artisti spesso poco adatti al contesto: cosa c’entrano, ad esempio, le proposte musicali di Irama, di Rocco Hunt, di Emma, di Arisa e di Eddie Brock con l’ideale del Concerto del Primo Maggio? Omologare tutto significa, da una parte, azzerare il concetto di evento perché, se in ogni show sono presenti sempre gli stessi nomi, nulla è più un evento e, dall’altra, far perdere ad ogni cosa la propria vera anima, e il Concerto del Primo Maggio oggi l’ha persa.

Alcuni, però, provano a giustificarla questa omologazione e lo stanno facendo anche in questo ore, rispondendo al post di Chiara Galiazzo con la tesi che questi sono gli artisti che fanno risultati e che richiede il pubblico. Ma siamo veramente sicuri? Spulciando tra i profili delle radio che stanno annunciando i cast dei loro imminenti festival estivi è impossibile non notare l’insistenza su certi nomi che portano, inevitabilmente, a degli interrogativi: perché Serena Brancale, dopo un Sanremo andato molto al di sotto delle aspettative, ha comunque l’occasione di continuare a promuovere la sua musica in ogni evento? Perché la stessa cosa succede a Levante, a Mara Sattei e a Michele Bravi dopo l’ennesimo Festival che li ha visti passare pressoché inosservati? Perché Leo Gassmann può continuare a fallire occasioni che tanto un palco lo trova sempre? Perché Clara è da diverso tempo che la Warner prova a imporla a tutti i costi e lei torna sempre nonostante ogni tentativo finisca nel vuoto? Cos’hanno fatto, negli ultimi anni, più di Chiara Galiazzo i vari Benji & Fede, Baby K e Carl Brave per giustificare la loro costante presenza? I numeri dicono chiaramente che non è il pubblico a scegliere loro anziché Chiara Galiazzo, ma sono ben altri i fattori a decidere.

Tra tanti applausi che ha ricevuto Chiara in queste ore, c’è poi anche chi prova a colpirla dicendo che la sua è solo una scusa per giustificare il fatto di non essere più riuscita a realizzare una hit negli ultimi anni, sottintendendo che sia questo il motivo che non le permette di partecipare a questi eventi. Discorso che denota una certa ignoranza nell’approcciarsi al sistema musicale perché è molto evidente che, in questi anni, non sia più il pubblico a scegliere cosa deve diventare una hit e cosa no. Chiara Galiazzo ha appena pubblicato una nuova canzone, “Basta poco“, che avrebbe tutte le carte in regola per essere una hit perché molto orecchiabile, facilmente canticchiabile e anche attuale, ma se Spotify non la inserisce nelle playlist, le radio che contano non la passano e non viene nemmeno presentata nei programmi musicali, come può diventare una hit?

Il concetto di hit oggi può ritenersi superato perché è molto difficile individuare quali siano realmente le hit se il successo di un brano dipende molto di più dall’esposizione ricevuta e dal team alle spalle che dal reale gradimento di un pubblico in gran parte limitato a subire i progetti su cui ci sono i maggiori investimenti. Se “Basta poco” avesse la stessa esposizione di una canzone a caso di Annalisa, oggi avrebbe gli stessi identici numeri e quelli che oggi rimproverano a Chiara di non riuscire più a pubblicare una hit sarebbero i primi a spammarla ovunque con i vari “che queen“, “che regina del pop“, “che diva“… Perché oggi funziona così: il successo può essere tranquillamente indotto e qui diventa necessario aggiungere un ultimo, ulteriore, accento.

Spotify è da tanti anni che fa il bello e il cattivo tempo con le sue playlist editoriali: essere inseriti nelle playlist di punta, come Hot Hits Italia, Alta Rotazione e Estate 2026, oggi significa già avere a disposizione un bacino di circa 4 milioni di ascoltatori in più rispetto agli artisti che non vengono inseriti. Gran parte degli ascolti delle nuove canzoni passa proprio da queste playlist e poco importa se sono spesso ascolti passivi, esattamente come i passaggi radiofonici, essendoci negozi, piscine, stabilimenti balneari… che lasciano queste playlist in rotazione: vengono comunque inseriti nel computo delle vendite e questo contribuisce a gonfiare i risultati degli artisti del circolino.

È evidente che questo meccanismo, da una parte, penalizzi profondamente gli artisti fuori dalle playlist e, dall’altra, sia un grande vantaggio per quelli che possono godere di questa fortuna e che si trovano il successo servito quasi su un piatto d’argento. I secondi hanno, così, molta più possibilità di partecipare agli eventi che contano perché più i numeri sono alti, più l’hype cresce, più la presenza sul mercato si fa rivelante e più subentrano occasioni lavorative. Una continua concatenazione che non fa altro che dimostrare come Chiara Galiazzo abbia ragione. Nel mercato musicale italiano oggi c’è questo circolino: un gruppo chiuso su sè stesso, che si muove compatto in ogni posto e a cui vengono attribuiti speciali diritti e privilegi dai quali è rigidamente escluso chiunque non ne faccia parte.

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