La recensione di “Quando meno me lo aspetto“, il quattordicesimo album in studio dei Tiromancino, pubblicato il 6 febbraio 2026.
Un insieme di canzoni accumulate negli anni e diventate, a sorpresa, un album, non a caso intitolato “Quando meno me lo aspetto“: è il quattordicesimo disco in studio dei Tiromancino, arrivato in maniera del tutto inaspettata. Federico Zampaglione aveva, infatti, più volte dichiarato di non voler pubblicare più album per dedicarsi quasi interamente ai concerti, all’uscita di singoli estemporanei e alla sua attività da regista e, solo nel momento in cui è entrato in studio per delle session con Leo Pari e Simone Guzzino, è nata l’idea di raccogliere tutto il materiale in un unico progetto nato, quindi, da un’assoluta spontaneità che si riflette sia nelle tematiche che nelle sonorità.
“Quando meno me lo aspetto” è un album profondamente libero, variegato nei generi e ricchissimo nei contenuti tra canzoni autobiografiche, temi esistenziali e sguardi alla società. La freschezza di “Scomparire nel blues” è subito una dichiarazione d’intenti, con l’idea di rifugiarsi in quel genere che ha rappresentato il primo amore musicale per Zampaglione vista come un modo per allontanarsi dalle pressioni di una società e di un mercato musicale che costruisce ogni giorno “un’altra nuova star che vuoi bruciare“. Una traccia che trova un filo diretto con la successiva “Sto da Dio“, in cui il potente arrangiamento a metà tra blues e rock accompagna un testo altrettanto potente che mostra come obiettivo quello di riuscire a trovare un proprio equilibrio in una società che ci vuole costantemente “sotto i riflettori” e in un mondo ricco di problematiche, tra inquinamento (“Mi sciacquerò dal viso tutto il nero dello smog“), cretini che dicono “puttanate ad un talk-show“, l’Italia che si prepara a “un nuovo flop” e le guerre “tra i coglioni“.
Se, in questo caso, lo sguardo è in gran parte rivolto verso l’esterno, nella title-track il punto di vista si fa, invece, spiccatamente interiore. L’ambientazione notturna e silenziosa in una Roma girata a piedi diventa la giusta occasione per riflettere sulla propria vita e sulla ricerca della propria vera essenza (“E intanto io cerco un po’ d’affetto, lo cerco dentro un vicolo o in un letto, magari quando meno me lo aspetto ritrovo pure me“). “Quando meno me lo aspetto” è proprio la canzone a cui Zampaglione avrebbe pensato in caso di un ritorno a Sanremo su cui aveva fatto inizialmente delle riflessioni per poi accantonare l’idea a causa della troppa ansia che gli arreca il palco dell’Ariston e sarebbe stata, effettivamente, la scelta più ideale per le immagini fortemente evocative che donano al brano delle atmosfere cinematografiche in linea con alcuni tra i pezzi più importanti del repertorio dell’artista.
La battistiana e già nota “Mi rituffo nella notte” e il suo testo ironico e leggero fotografano la versatilità di un progetto particolarmente ricco, confermata anche dalla successiva “Una vita“, scritta insieme al padre Domenico, con la spensieratezza delle tinte reggae dell’arrangiamento a sostenere il bilancio di vita di un uomo adulto che, tra i tanti ricordi che hanno attraversato il suo cammino (“Rivedo tutta la mia vita, come sono arrivato fino a qui, per quali inferni e paradisi, con quali amici anche se il tempo ci ha fatto allontanare e ci ha divisi“), riesce sempre a rigenerare il suo cuore e a riscoprirsi capace di trovare ogni volta una nuova emozione (“Batti e ribatti cuore, non conta il peso che ti porti“). Una di queste emozioni è quella cantata in “Gennaio 2016“, il delicato singolo attualmente in radio che è un sentitissimo omaggio del cantautore ai primi dieci anni passati insieme alla moglie, l’attrice Giglia Marra, con cui ha prima attraversato il buio di un periodo difficile per poi trovare definitivamente la propria rinascita.
Le canzoni strettamente personali si alternano con quelle dalle tematiche più esistenziali e, così, la spruzzata di elettronica de “Gli alieni siamo noi“, che porta anch’essa la firma del padre dell’artista, ha come tema centrale una riflessione sull’uomo di oggi e sul suo essere troppo condizionato da una tecnologia che ha come conseguenza l’esistenza di un mondo freddo, plastificato e con una scarsa importanza data ai sentimenti. E l’interrogativo che ci si pone è proprio questo: riusciremo a ritrovare l’interesse per le cose più semplici e autentiche della vita, come “un cielo che si arrossa dietro un velo di nuvole che avvolgono anche me“?
Ciò che circonda il quotidiano dell’artista torna nelle tinte country di “Tizzo“, omaggio all’amico Emiliano Marsili, campione di pugilato il cui modello di vita vuole essere un esempio per l’ascoltatore. È, infatti, un invito a dare la propria anima per raggiungere i propri obiettivi proprio come lui, cercando di sorridere “anche quando mi vedevo andare giù“. La successiva e toccante “Il cielo“, già lanciata come singolo nel 2024, racconta, invece, un momento particolarmente difficile per il cantautore, ritrovatosi a lottare per la vita sul letto di un ospedale a causa di alcune complicazioni dopo un intervento di routine. È una canzone che commuove perché ascoltarla significa accogliere la fragilità di un uomo, fare i conti con il suo dolore più intimo e con le sue emozioni che risultano apparentemente all’opposto ma che, in realtà, sono esattamente complementari: l’angoscia e il coraggio, la tenerezza e la tenacia, il rammarico e la fiducia.
Parliamo, quindi, di un album cupo su più punti con, però, alcuni momenti più spensierati che spezzano il ritmo con grande efficacia. È il caso di “Nuvole“, unico duetto contenuto nel disco con la sempre elegante e raffinata Simona Molinari, particolarmente a suo agio in questa irresistibile bossa sostenuta dalla dolcezza di una chitarrina da falò estivo e da un testo con al centro una favola romantica vissuta in totale benessere che ricordano la leggerezza dei suoi primi successi come “La felicità“. Con “Un amore così“, canzone di chiusura del disco, si torna invece su toni più sospesi con una chitarra acustica e un arrangiamento volutamente scarno ad accompagnare un flusso di pensieri tra sé e sé con uno sguardo proiettato al futuro (“Se guardi avanti non ti puoi sbagliare, basta decidere cosa fare“).
“Quando meno me lo aspetto” è, quindi, un album particolarmente ispirato proprio per questa grande varietà di argomenti e suoni che lo rendono, a mani basse, uno dei dischi più interessanti degli ultimi anni. Federico Zampaglione si conferma autore sempre voglioso di trovare nuovi stimoli infilando una serie di canzoni all’altezza di una carriera ultra-trentennale che ha segnato alcuni tra i momenti più importanti del repertorio musicale italiano in un progetto artigianale nel senso più buono del termine, perché dall’ascolto traspare tutto il divertimento delle ore ed ore passate in studio a suonare, a cercare il vestito più giusto per ogni pezzo, a dare il giusto risalto alle chitarre, forse mai state così protagoniste in un album dei Tiromancino.
Un progetto artigianale non solo nella sua realizzazione finale ma anche per come è stato pensato, senza programmi, senza obiettivi, senza una direzione precisa ma solo con la voglia di registrare delle canzoni con degli amici. È la passione l’unica spinta che l’ha mosso e, quindi, in un mercato musicale in cui deve essere tutto architettato alla perfezione e studiato a tavolino, “Quando meno me lo aspetto” ci restituisce la bellezza della spontaneità più totale.

Classe ’92, ho iniziato a scrivere di musica nel 2020 aprendo un mio blog con cui ho catturato le primissime attenzioni di artisti e addetti ai lavori, in particolare di Kekko Silvestre dei Modà, la persona che, più di tutti, mi ha spinto a credere in questa strada. Dal 2022 ho, quindi, iniziato a collaborare con due siti di informazione musicale focalizzandomi su recensioni, approfondimenti e analisi del settore
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