Intervista a Cecilia Larosa che ci racconta “Vivi“, il suo primo album pubblicato dall’etichetta discografica Unalira e prodotto da Piero Cassano. “Vivi” è un lavoro intenso e profondamente personale che attraversa emozioni, fragilità, memoria e rinascita, raccontando la vita attraverso lo sguardo di un’artista che ha scelto di usare la musica come forma di verità e di condivisione. In questa intervista la cantautrice calabrese ci racconta la genesi del progetto, qualche dettaglio sulle canzoni e il suo modo di vedere la musica e di comunicare.
Intervista a Cecilia Larosa, l’album d’esordio “Vivi”
Cosa rappresenta per te questo progetto?
È il mio album d’esordio, quindi rappresenta per me tantissimo in quanto cantautrice. È il risultato del lavoro di tanti anni in studio insieme al mio produttore Piero Cassano con il quale stiamo condividendo questo progetto, questo percorso che ci riporta ad immergerci molto nelle melodie, nella musica, nelle vocalità a volte più ricercate e a volte molto pop. Abbiamo tutti e due una passione immensa per la musica e mi sento molto fortunata ad avere avuto l’opportunità di concretizzare il tutto in questo primo album grazie al supporto di Piero e della Unalira che è la mia etichetta discografica.
Perché, nel comunicato che è stato rilasciato, racconti “Vivi” come un diario?
Perché, fin da quando ero piccola, scrivevo della mia vita, dei miei desideri, dei miei sogni sul classico diario. E’ partito tutto così. Poi, quando ho iniziato a crescere, sentivo l’esigenza, studiando anche pianoforte, di raccontarmi attraverso la musica. Quindi dal diario sono passata alle canzoni raccontando lì quelli che erano i miei sogni e i miei desideri, oppure le cose che mi succedevano. Per cui volevo che il mio primo album fosse un po’ una raccolta di tutte quelle immagini di vita che hanno accompagnato questa scrittura. Mi sento sempre un po’ come se scrivessi un diario quando scrivo le canzoni.
Come hai già accennato, la produzione artistica del progetto è curata da Piero Cassano. Com’è nata questa collaborazione e perché è stato importante per la tua crescita?
Ho conosciuto Piero durante una masterclass, quando giravo un po’ l’Italia per approfondire i miei studi. È avvenuta un po’ per caso questa conoscenza che ci ha portati poi a capire che avevamo molte affinità dal punto di vista artistico e musicale. Mi sento fortunata che lui abbia deciso di investire su questo progetto, di sostenermi e di accompagnarmi veramente per mano. Da quando ci siamo conosciuti abbiamo avuto molte difficoltà perché avevamo questo sogno di realizzare l’album ma la distanza, il Covid e una serie di altre cose ci hanno impedito un avviamento rapido del tutto. Invece, nell’ultimo anno e mezzo, negli ultimi due anni, siamo riusciti a far partire il progetto facendo uscire i primi singoli e adesso anche “Vivi“.
La title-track dell’album è ispirata a “Seven seconds” di Youssou N’Dour e Neneh Cherry. Com’è nata l’idea di ispirarti a questo brano?
Era un periodo in cui stavo facendo sessioni di registrazione a Milano e avevo bisogno di scrivere questa canzone. Per me le canzoni sono sempre state un po’ un’auto-terapia e ci sono dei momenti particolari in cui senti proprio l’esigenza di raccontare un determinato aspetto della tua emotività e della tua vita, ma non trovi la formula giusta. Mi ricordo che, durante una pausa, in radio abbiamo sentito per caso questo pezzo straordinario e lì ho pensato di prendere gli stessi giri armonici scrivendo una melodia totalmente nuova sopra. Doveva essere solo un esperimento invece è uscito questo pezzo al quale sono molto legata. Ho voluto che anche l’arrangiatore Mario Natale mantenesse quei mondi di Youssou N’Dour sia per omaggiare questo straordinario artista che in qualche modo mi aveva dato la chiave per entrare dentro me stessa, sia perché quella ciclicità armonica, quelle tensioni che portano all’esplosione sul ritornello sono esattamente quello che può esprimere in musica il concetto di ansia che spesso ti porta a voler realizzare e soddisfare più le esigenze degli altri che le tue. La canzone parla fondamentalmente di questo. Spesso ti perdi nel voler soddisfare gli altri e non ti rendi conto che stai perdendo te stesso. Quindi riaccogli te stesso e abbracciati perché nessuno ha il potere di dirti chi sei, quanto puoi valere e soprattutto dove devi andare.
In “Duci amuri meu” canti anche in dialetto calabrese. Quanto è importante il legame con la tua terra d’origine nel tuo progetto musicale?
Tantissimo perché mi sento molto legata alle mie radici e alla mia terra. È una sorta di ricarica per me fondamentale, quando raggiungo il limite ho bisogno di andare al mare e nei miei posti di ispirazione dove sono nata e cresciuta per ritrovarmi. Quindi desideravo fortemente che ci fosse un pezzo che omaggiasse la mia terra, che riportasse alle mie radici e che desse uno sguardo anche diverso da quello solito etnico e legato magari alla Tarantella. Volevo che ci fosse la musica pop insieme alle mie radici, quindi l’italiano insieme al dialetto. La Calabria è vista sotto un altro sguardo perché è anche Magna Grecia e, così, ho voluto prendere un mito greco e rielaborarlo in chiave femminile. In questo brano mi ispiro, infatti, al mito di Orfeo e Euridice cercando di interpretare un po’ a modo mio quelle che potevano essere le emozioni di Euridice nel momento in cui Orfeo non rispetta un patto, mettiamola così in modo semplicistico.
In “Fermati un istante” rifletti sulla velocità della società contemporanea e sulla perdita di autenticità nelle relazioni. Pensi che i social abbiano contribuito a questa freddezza nei rapporti?
Sì, assolutamente. Questo è un argomento molto complicato da affrontare in pochi secondi, però mi trovo spesso a osservare quanto la società e le sue nuove regole influiscano su di me e sul mio benessere mentale. Siccome viviamo di relazioni, ma abbiamo dimenticato come si portano avanti le relazioni riducendole ad un click, volevo che ci fossero anche delle canzoni che in modo un po’ ironico sottolineassero questo aspetto. Tutte le mie canzoni riportano un po’ a questo concetto, ovvero ricordarsi che, se non ci si ferma a osservare quello che si vuole, che si è e vivere di contatto umano, tutto il resto scivola via. Nella musica mando sempre un po’ questo messaggio: ricordati che puoi scegliere di dare il meglio di te stesso senza andare verso quello che gli altri vogliono imporre; puoi scegliere anche di fermarti un attimo a capire cosa la tua vita ti sta dicendo.
In “Cambia il mondo” canti “mentre una donna copre i segni delle botte, cosa fai?“. Perché, secondo te, c’è una certa indifferenza e mancanza di empatia anche nei confronti di certe tematiche?
Credo non sia neanche più una questione di indifferenza rispetto alle tematiche. Secondo me, c’è proprio una saturazione di informazione, una mancanza di empatia dovuta proprio a questo schermo che abbiamo sempre davanti. Abbiamo imparato a filtrare le informazioni anche gravi attraverso questo schermo quasi come se fossero cose che non ci appartengono. Ci siamo proiettati in un mondo che è totalmente virtuale e che ha annullato completamente i nostri sentimenti, le nostre sensazioni, la nostra capacità anche di leggerci e riconoscerci negli altri e, secondo me, è tutto quanto molto collegato. Abbiamo talmente tanta paura di soffrire che la rifiutiamo la violenza, rifiutiamo il concetto proprio di empatia rispetto a quello che accade e, quindi, anche la scelta che dovrebbe derivare dalla consapevolezza del mondo in cui viviamo. Se tu hai presenza in te stesso e consapevolezza di quello che accade, l’empatia dovrebbe essere automaticamente un secondo step, invece non è più così. Infatti nel brano canto “scegliere l’amore fino in fondo può cambiare tutto“, ma per scegliere l’amore fino in fondo ti devi fermare e, a volte, è doloroso questo perché ti porta a guardare i limiti e le difficoltà che ci sono prima di tutto nell’amare se stessi. È da quell’amore che nasce il cambiamento, altrimenti non c’è nulla. Anche quelle canzoni che sembrano più light tipo “Indelebile“, ruotano tutte intorno a questo concetto e c’è sempre un filo molto stretto tra le canzoni.
“Vivi” è un disco molto versatile che si muove tra pop, soul, richiami alla tradizione e ballate più intime. Pensi sia importante approcciarsi a diversi generi e stili?
Sì, assolutamente. Io ho iniziato a studiare musica classica, quindi pianoforte classico, poi mi sono approcciata alla chitarra da autodidatta, ho deciso di studiare anche canto jazz, mi sto per laureare in canto pop-rock e sono cresciuta con il gospel che mi piace da morire. Non credo esista una gabbia per la musica. Anche nell’antichità la musica è sempre stata un sincretismo di idee, di persone, di culture, di religioni e, quindi, penso che lo sperimentare non debba avere dei limiti. Poi io sono molto dinamica e la mia famiglia lo sa bene visto che mio padre mi ha salvato in rubrica con il soprannome “Uragano” perché io posso cambiare da un momento all’altro e, quindi, non volevo neanche che l’album fosse troppo coerente con un’unica linea ma volevo che fosse coerente con me.
Firmi tutte le canzoni di questo album e, quindi, da cantautrice, ti chiedo come vedi questo momento per le donne che fanno musica in Italia.
Entriamo in un tema difficile che è quello della donna sempre oggettificata, vista più per l’immagine che per la capacità di dire. È una cosa talmente cristallizzata anche dentro noi donne che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Questo lo vedo come un momento in cui c’è sempre una possibilità di prendere coscienza di quello che siamo e non attraverso grandi slogan o chissà quali manifesti, ma proprio attraverso la penna che penso sia l’arma più potente da sempre. Penso anche che il fatto di avere la possibilità di connetterci così facilmente sia anche una cosa positiva se la si sa sfruttare appunto in positivo, quindi non piegandoci a determinate dinamiche comunicando con gli altri senza barriere. Sarebbe un ottimo trampolino di lancio per chi ha veramente qualcosa da dire.
Chiudiamo facendo prima un passo indietro e poi uno in avanti. Com’è nata la tua passione per la musica e cosa ti auguri ci sia nel tuo futuro musicale?
È nata fin da quando ero piccola, mi ricordo che guardavo i cartoni animati della Disney e cantavo a squarciagola, oppure ballavo sulle note della musica dance anni ’80 che mio padre metteva a tutto volume. E’ sempre stato un mio modo di comunicare. Credo che nasca proprio con te l’esigenza di dire qualcosa e di dirla in un determinato modo. Invece quello che mi auguro è di riuscire sempre a mantenere una sincerità di linguaggio che possa annullare appunto le distanze col pubblico, riuscire sempre a percepire quello che mi arriva anche durante i live che sono una cosa meravigliosa per la connessione con chi ascolta, perché poi le canzoni non sono tue. Sì, sono un tuo pezzo di vita ma quando poi escono diventano una sorta di memoria generale ed è una specie di magia che non si può spiegare. Io spero che cresca sempre di più e che possa rinforzarsi perché questa è la meraviglia della musica.

Classe ’92, ho iniziato a scrivere di musica nel 2020 aprendo un mio blog con cui ho catturato le primissime attenzioni di artisti e addetti ai lavori, in particolare di Kekko Silvestre dei Modà, la persona che, più di tutti, mi ha spinto a credere in questa strada. Dal 2022 ho, quindi, iniziato a collaborare con due siti di informazione musicale focalizzandomi su recensioni, approfondimenti e analisi del settore
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