BURATTI CHIARA 4 Donne - foto Giulio Morra 3

Intervista a Chiara Buratti, che venerdì 7 marzo, alla vigilia della Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, sarà sul palco del Teatro Ariston di Sanremo con il monologo QUATTRO DONNE“. 

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Intervista a Chiara Buratti

  • “Quattro Donne” nasce da un’ispirazione importante, la canzone “Four Women” di Nina Simone. Come hai lavorato per trasformare quell’idea musicale in un monologo teatrale?

La canzone “Four Women” di Nina Simone è stata l’input che poi ha acceso in me l’idea di scrivere quattro affreschi di queste mie quattro donne. La struttura del mio spettacolo è la stessa della canzone di Nina Simone, tratta di tre donne purtroppo rinchiuse nei classici ruoli in cui venivano immaginate le donne afroamericane, quindi una serva, una donna che ha subito violenza sessuale da parte di un bianco e una prostituta. E poi c’è una quarta donna invece che esce dal coro, una donna afroamericana che vuole gridare il suo dolore e vuole cambiare le cose, vuole essere ascoltata. Le tre donne del mio spettacolo sono ben consapevoli di chi sono e di dove vogliono andare. Sono donne che seguono i loro obiettivi, la loro vocazione e la loro urgenza senza distrazioni e con grande tenacia. Inoltre, c’è questa quarta donna che esce dal coro, un po’ fuori dalle righe. È una donna molto giovane che in realtà non è riuscita a ottenere nella vita tutto quello che avrebbe voluto, però nella sua semplicità e nella sua umiltà è riuscita ad uscire dal coro. La struttura della canzone dello spettacolo è molto simile, anche se ovviamente i ritratti delle donne sono diversi. C’è anche da chiedersi se veramente noi donne siamo così diverse no? Penso che ognuna di noi, a seconda dell’ambiente in cui è cresciuta, abbia dato più valore a certe parti del suo carattere e ha nascosto altre parti, anche se in realtà noi in qualche modo possiamo essere tante cose. Possiamo essere vulnerabili, sognatrici, folli, creative, razionali, ma anche visionarie: tutto sta nel posto in cui si cresce e se si ha la possibilità di far esplodere quello che si sente dentro.

  • Il 7 marzo porterai lo spettacolo al Teatro Ariston di Sanremo, un palco iconico. Cosa significa per te esibirti lì con un lavoro così potente e simbolico?

Calcare un palco come questo, che negli anni ha ospitato artisti straordinari come Madonna, è un grande onore. Devo ammettere che spesso non se ne parla, ma una delle donne italiane più rock che noi abbiamo avuto è stata Nilla Pizzi, proprio perché ha avuto un modo di pensare veramente avanti e completamente libero. Ci tengo a dire che lei è stata un esempio per me per tante cose nel modo di vivere e per il messaggio che portava di donna libera e indipendente. 

È un grande onore per me esibirmi al Teatro Ariston, perché comunque la voce da questo palco risuona sicuramente di più. È ovvio che per un artista basta avere un pubblico che può essere in una strada o in un club, l’importante è riuscire a comunicare. Certo, farlo da un teatro così importante, così iconico, 

ha un significato forte, anche se penso che comunque il messaggio che voglio dare con questo spettacolo può essere diverso per ogni persona, perché ogni persona ha un vissuto diverso e dei sogni diversi. Spero che ognuno si possa portare a casa quello di cui ha bisogno in quel momento.

  • Le protagoniste sono quattro donne molto diverse tra loro, da Pannonica de Koenigswarter a una misteriosa portiera di un motel. Come le hai scelte e cosa le accomuna?

Il colpo di fulmine è arrivato con Maryam Mirzakhani, una scienziata che è nata il mio stesso anno. Ho parlato di lei anche in un programma di scienza che è andato su Rai Cultura e su Rai Tre. Questa donna aveva un approccio completamente diverso alla scienza rispetto alle altre scienziate perché aveva un approccio quasi artistico nei suoi studi. Questa donna mi ha folgorato, non riuscivo più a fare a meno di lei, continuavo a sfogliare pagine in cui lei parlava di questo suo approccio. Mi ha colpito così tanto che ho approfondito molto la sua storia. È una donna che non ha mai sentito il pregiudizio su di sé né in quanto donna né in quanto donna iraniana.

Le donne che ho scelto poi successivamente sono tutte donne in qualche modo “rock”, cioè che hanno portato avanti i loro obiettivi e i loro sogni, ripulendoli da tutto ciò che è il pregiudizio negativo, con ambizioni molto precise. Allo stesso modo anche un’altra donna, una tennista, raccontava che lei si sentiva una donna molto libera. Si sentiva talmente libera che si presentava alle partite di tennis con il suo brandy, che beveva tra un cambio di campo e l’altro. È sempre stata incurante del pensiero dei benpensanti. 

L’ultima donna in realtà è un po’ diversa dalle altre, ma avevo necessità di inserire anche una figura che non avesse per forza avuto un oggettivo riconoscimento sociale, ma che fosse una donna semplice, umile, ma anche ingenua. In questo modo si dà una visione tridimensionale della donna che, secondo me, rende l’ascolto più interessante. La quarta donna mi piace proprio per questo suo essere un po’ fuori e dentro il mondo nella sua nella sua umiltà e ingenuità Come dicevano sia un grande poeta come Pascoli, sia un grande attore e regista come Carmelo Bene, è importantissimo riuscire sempre a meravigliarsi delle cose delle persone che si incontrano.

  • Il pubblico gioca un ruolo attivo, decidendo quale donna far tornare sulla Terra. Che tipo di reazioni hai ricevuto finora da chi assiste allo spettacolo?

Il pubblico al termine dello spettacolo deve fare una scelta e ogni donna rappresenta un mondo, ma soprattutto un pensiero, una necessità, un modo di vivere e di relazionarsi con gli altri. Spesso la gente mi ringrazia perché dice che, grazie al mio spettacolo, ha sviluppato nuovi spunti di riflessione. In questo modo si crea un bello scambio con il pubblico. Devo dire che c’è una donna che il pubblico non ha quasi mai scelto, che è quella che ha lasciato i suoi figli per seguire il suo sogno musicale. Questa cosa ha messo in crisi molte persone, in molti infatti la avrebbero votata, ma il fatto che ha lasciato i suoi figli per seguirei suoi sogni ha fatto cambiare idea a molti. Ogni donna, infatti, viene raccontata nella più completa verità, la storia non è romanzata. È giusto che la scelta prenda in considerazione tutti gli aspetti, sia quello che tocca di più, sia quello che tocca di meno.

Ho notato che gli uomini votano sempre donne diverse, valutano più le donne con un carattere forte. Le donne invece scelgono quelle più accoglienti e dolci. Sono molto curiosa di sapere come voterà un pubblico così variegato come quello sanremese.

  • Tra riflessione, commozione e ironia, il monologo tocca corde profonde. Qual è il messaggio più forte che vuoi lasciare agli spettatori?

Alle donne vorrei far capire di essere consapevoli della propria forza, di tirarla fuori e di non essere condizionate dal pregiudizio, dal volere degli altri o da quello che si è sempre fatto, perché a volte si può anche essere pionieri di una strada nuova. Queste donne che racconto sono involontariamente state delle pioniere di nuove strade. Agli uomini invece vorrei far capire di non aver paura di avere accanto delle donne forti, creative visionari, perché questa cosa non prevede che gli uomini vengano oscurati, ma si possono invece unire forze e idee per creare nuove strade bellissime.

  • Lo spettacolo è scritto da te e Giannino Balbis. Com’è nato il vostro sodalizio artistico e come avete sviluppato la drammaturgia?

Giannino Balbis è un professore che ho conosciuto grazie ad un altro spettacolo che ho portato in scena con Alessandro Collina e Marco Vezzoso che sono due musicisti jazz liguri. Sono rimasta impressionata da questo modo molto lucido e poetico allo stesso tempo di scrivere e gli ho quindi proposto questa mia idea folle. La follia sta proprio nella struttura dello spettacolo che prevede poi un’interazione col pubblico e una votazione strana con un finale a sorpresa di cui Giannino è rimasto piacevolmente coinvolto. Io gli ho mandato una bozza delle mie quattro donne e lui ha aggiunto la sua pennellata poetica. 

  • Un elemento particolare di Quattro Donne è l’uso del suono e dell’olfatto, con sonorizzazioni dal vivo e profumi creati appositamente. Come questi elementi arricchiscono la messa in scena?

Ogni donna è tante cose. Ogni donna si esprime attraverso i sensi. Essendo lo spettacolo praticamente un monologo e non avendo una grande scenografia, ho pensato che a creare modo le scene fosse un bravissimo fonico, Antonio Gatti, fonico del Teatro Regio di Torino, che ha creato di ogni donna una sorta di “scenofonia”. Infatti, il contesto in cui ogni donna vive e racconta la sua vita viene vissuto proprio attraverso il suono. Un suono quindi che dà un contesto di tempo e di luogo, che è live e improvvisato a seconda dello spazio e del tempo di cui si sta parlando. Questo fa sì che ancora di più questo spettacolo sia unico e ogni volta diverso. Allo stesso tempo ogni donna è anche un profumo del carattere che ha. Hilde Soliani, artista del gusto e dell’olfatto, ha realizzato quattro profumi ad hoc, ispirati alle personalità delle quattro donne. 

Ci tengo anche a sottolineare che ho collaborato benissimo con una squadra di donne: Hilde Solani che ha creato i profumi e la mia costumista Alessandra Maregatti a cui voglio dare un plauso perché ha creato quattro immagini estetiche di donne completamente diverse, a seconda della propria personalità e del periodo in cui sono vissute. Inoltre, voglio ringraziare la mia produttrice Roberta Bellesini, moglie di Giorgio Faletti, altra donna molto sensibile. Da non dimenticare il grandissimo fonico Antonio Gatti e Tommaso Rotella che ha firmato anche la regia.

  • Sul palco sei affiancata da Tommaso Massimo Rotella, che interpreta l’angelo-messaggero e firma la regia. Che dinamiche si creano tra voi due in scena?

Tra le quattro donne e l’angelo messaggero in realtà nessuna vera dinamica. Questo angelo ha portato per qualche istante queste donne sulla Terra affinché loro possano raccontare la loro storia. Anche quest’angelo è un personaggio particolare un po’ pasticcione, un po’ poetico, ma anche legato al mondo femminile. Lui sogna di essere un uomo a tutti gli effetti a cui piacerebbe poter avere un figlio. In qualche modo sogna di poter inciampare proprio come gli uomini. È un angelo che, a causa di un incidente che gli capita all’inizio dello spettacolo, è costretto a rimanere sulla terra. Ma questa cosa gli piace, gli piace e sogna di poter vivere questa nuova dimensione più terrena. Come dicevo non si crea una vera e propria dinamica, ma c’è questo filo rosso che lega questo personaggio alle quattro donne. Lui è lì per portare queste quattro donne e loro sono lì perché le ha portate lui.

  • Tra le figure che racconti c’è Maryam Mirzakhani, brillante matematica iraniana. In un momento storico come questo, cosa significa per te dare voce a una donna come lei?

Maryam Mirzakhani è la prima donna al mondo, per di più iraniana, a vincere il Premio Nobel per la matematica a trentasei anni. È l’esempio di una donna che è riuscita a uscire da quello che era il classico pregiudizio della donna che doveva rimanere tra le mura di casa, rinchiusa dentro limiti tangibili. Maryam in alcune interviste ha detto che ha fatto parte di una generazione fortunata e ho la sensazione che le cose siano molto peggiorate rispetto a quando appunto lei ha rilasciato queste interviste. Lei racconta che ha incontrato per caso la matematica, avrebbe infatti voluto fare la scrittrice, ma nel momento in cui ha vinto le Olimpiadi della Matematica è stata riconosciuta come unica e geniale. Non si è sentita ostacolata, anzi, ha perfino raccontato che, quando poi è andata negli Stati Uniti, ha subito anche lì grandi pregiudizi legati al fatto che fosse una donna che si occupava di scienza. Questo dimostra come in ogni ambiente e in ogni stato ci siano dei pregiudizi legati alle donne. Maryam è un grande esempio di donna che è riuscita a uscire da queste barriere e penso che sia anche una grande ispirazione per le donne, una figura che le stimoli ad investire nel loro talento. Questa donna ha mostrato al mondo che non c’è nessun mestiere, nessuna professione e nessun settore che può essere prettamente maschile, come  non può essere prettamente femminile.

  • Hai una carriera che spazia dal teatro al cinema e alla televisione. Quali sono stati gli incontri artistici che più ti hanno influenzata?

L’incontro che mi ha influenzato di più nella mia carriera artistica è sicuramente stato quello con Giorgio Faletti, che ha pensato di investire su una giovane ragazza sconosciuta. Giorgio mi aveva sentito fare un monologo con protagonista una donna, che all’inizio sembra prendere una piega comica ma che poi si rivela essere una donna di grande profondità con un finale drammatico. Giorgio Faletti è rimasto colpito e ha deciso che in qualche modo io diventassi il suo alter ego femminile sul palco. Questo è stato un grande onore per me, Giorgio mi ha insegnato davvero tanto. Lui a cinquant’anni ha deciso intraprendere la strada dello scrittore, questo ci fa capire che nessuna strada è rigida e definita nella nostra vita. Bisogna avere anche il coraggio di sperimentare strade nuove. Per Giorgio non è stato facile passare dal genere comico alla scrittura noir. In realtà la sua comicità è sempre stata frutto di grande ragionamento e di grande analisi. Ogni personaggio che ha scritto è un personaggio a tutto tondo, che ha una sua storia. Lui ha sempre detto che la scrittura è stata “una semplice e naturale prolunga della sua vita da comico”. Lui mi ha insegnato che si può essere molte cose nella vita, mi ha insegnato anche a stare in mezzo alla gente e a vivere la gente. Infatti, da chi ti sta accanto si possono trarre grandi spunti per arricchire la propria vita, ma anche la creatività.

  • Dal 2015 porti in scena “L’ultimo giorno di sole”, scritto da Giorgio Faletti. C’è qualcosa che lega questo spettacolo a “Quattro Donne” nel tuo percorso artistico?

La protagonista dello spettacolo scritto da Giorgio Faletti è Linda, che in qualche maniera è stato un modo dolce di Giorgio di chiamare la protagonista, con un nome che fosse simile al mio. Io mi chiamo Chiara, quindi il senso di trasparenza e di pulizia di chi si chiama Linda è la stessa cosa. Linda fa proprio questo nello spettacolo e nella sua vicenda. Davanti ad una notizia terribile a proposito del fatto che il mondo sarebbe finito da lì a poco, mentre tutti scappano cercando un’ipotetica via di salvezza, lei rimane nel suo paese d’origine ferma ad aprire i cassetti del suo passato per cercare di trovare quel seme che la potrà poi aiutare ad affrontare meglio quello che l’aspetta, quindi la morte, il futuro e magari chissà la trasformazione della sua vita. Lei è un’altra donna decisamente “rock”, potrebbe essere un personaggio molto adatto per lo spettacolo “4 Donne”. È una donna completamente sola e indipendente, che ha lasciato il suo uomo perché ha scoperto che la tradiva. È una donna che ha deciso di camminare da sola e che in qualche modo, attraverso il canto (è uno spettacolo dove c’è molta canzone uno spettacolo di teatro canzone), cerca Dio o comunque un’entità superiore per tentare di vivere in maniera più vera e naturale ciò che l’aspetta. È quindi una donna che non cerca il consenso, ha però bisogno di fermarsi e di ripulirsi da tutto quello che è inutile e superfluo in quel momento. Racconta ciò che ha avuto davvero importanza nella sua vita, ricordando sia incontri bellissimi sia incontri disastrosi. Ciò che è importante è che ogni esperienza nella sua vita l’ha portata a essere quello che è in quel preciso momento. Nel finale, infatti, la protagonista brinda alla vita, brinda a chi le ha dato la vita, brinda anche agli uomini e alle persone che le hanno dato. Lei è arrivata a godersi la vita in tutti gli aspetti e quindi è pronta effettivamente ad affrontare questo nuovo passaggio, che in realtà è solo un passaggio in uno spazio probabilmente molto più esteso.


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