DIMARTINO 2026

Intervista ad Antonio Dimartino che, a sette anni da Afrodite, torna con l’album L’improbabile piena dell’Oreto.

Si tratta di un lavoro che segna il ritorno alla dimensione solista dopo gli anni condivisi con Colapesce. Ma più che un semplice nuovo album, il disco si presenta come un organismo unico, attraversato dalla stessa corrente emotiva e sonora dall’inizio alla fine. Il protagonista invisibile dell’opera è il fiume Oreto, simbolo di trasformazione, memoria e perdita dell’innocenza: un corso d’acqua che nasce puro e si contamina attraversando la città, diventando metafora dell’essere umano nel rapporto con il tempo, con la società e con le proprie paure.

Nell’intervista Dimartino racconta la nascita di un progetto profondamente letterario e cinematografico, influenzato dal Realismo Magico, dalle leggende popolari siciliane e da una precisa esigenza artistica: spogliare la musica dal superfluo per tornare all’essenza della canzone. Ne emerge un disco folk contemporaneo, costruito attorno alla chitarra acustica, a cori femminili, a pause e silenzi che diventano parte integrante del racconto. Anche la struttura stessa dell’album segue il movimento dell’acqua: le canzoni si susseguono senza soluzione di continuità, come se tutto facesse parte di un unico respiro.

Tra adolescenza e maturità, paura e desiderio di riconciliazione, Dimartino trasforma Palermo in un paesaggio interiore e il fiume Oreto in una grande allegoria emotiva. Di seguito l’intervista rielaborata e approfondita.

Intervista a Demartino, il nuovo album “L’improbabile piena dell’Oreto”

Dopo sette anni da “Afrodite”, perché hai sentito la necessità di tornare con un album solista?

Per me questo disco è legato a filo diretto con ‘Afrodite’. È come se avessi ripreso la mia voce dopo averla condivisa per anni con Colapesce. Quell’esperienza mi ha arricchito enormemente, sia artisticamente che umanamente, ma noi siamo sempre rimasti due cantautori solisti. Il nostro progetto comune non aveva scadenze né obblighi: a un certo punto era naturale che ciascuno tornasse a seguire il proprio percorso. Il disco non rappresenti una rottura, ma piuttosto una prosecuzione naturale del mio percorso artistico. L’esperienza con Colapesce ha ampliato la mia scrittura e il mio linguaggio musicale, ma “L’improbabile piena dell’Oreto” nasce dall’esigenza di tornare a una voce più intima e personale.

Il disco è pensato come un flusso continuo. Quanto era importante questa idea?

Era fondamentale. Mi interessava che il disco scorresse come un fiume, senza interruzioni. Ogni canzone nasce dalla precedente e accompagna la successiva. L’idea dell’acqua che attraversa tutto il progetto era centrale sia musicalmente che narrativamente. L’Oreto, il fiume che attraversa Palermo, diventa il cuore simbolico dell’album. Ne parlo come di una presenza reale ma anche profondamente metaforica. L’Oreto nasce puro e si sporca entrando in contatto con la città. Mi sembrava un parallelismo perfetto con l’essere umano: nasciamo puri e poi veniamo trasformati dal contatto con il mondo. Questa immagine attraversa tutto il disco: il fiume custodisce memoria, paura, desideri e rabbia. È un luogo fisico ma anche mentale, in cui convivono bellezza e degrado, innocenza e disillusione.

Hai scelto arrangiamenti essenziali e una forte sottrazione sonora. È stata anche una presa di posizione?

Sì. Oggi ho la sensazione che la musica possa essere prodotta quasi automaticamente, da algoritmi o intelligenze artificiali. Questa cosa mi spaventa molto. Forse questo disco nasce anche come reazione a quell’idea. Volevo un disco costruito quasi soltanto sulla chitarra acustica. Attorno ci sono cori femminili, archi, pochissima elettronica. Non volevo basso, batteria e chitarra nel senso classico. Mi interessava lavorare sull’essenziale. I silenzi, le pause e i vuoti diventano parte integrante della scrittura musicale. Il risultato è un disco che rifiuta l’eccesso produttivo contemporaneo e recupera una dimensione più fragile, umana e organica.

Nei testi convivono realtà e dimensione mitologica. Quanto conta il Realismo Magico nel disco?

Moltissimo. È una delle correnti letterarie che amo di più. Mi affascina l’idea che nel quotidiano possa accadere qualcosa di inspiegabile o miracoloso. Volevo raccontare il quotidiano rendendolo però qualcosa di straordinario. Anche il titolo ‘L’improbabile piena dell’Oreto’ nasce da quell’immaginario: sembra quasi il titolo di un romanzo sudamericano.

Nel disco compare anche “u sugghiu”, creatura leggendaria raccontata da tuo nonno. Che significato ha?

Era una creatura leggendaria di cui mi parlava mio nonno: corpo di lucertola e testa quasi umana. Viveva vicino ai corsi d’acqua e rappresentava il pericolo. Inserirlo nel progetto è stato quasi un gesto apotropaico. Come se affrontare il mostro significasse imparare a convivere con le proprie paure. Questo concetto emerge chiaramente anche in “Meravigliosa incoscienza”, dove due ragazzi vanno alla ricerca del mostro non per distruggerlo, ma per riconciliarsi con lui.

Ti senti ancora legato alla “meravigliosa incoscienza” di cui parli nel disco?

Assolutamente sì. In questo album convivono i ricordi dell’adolescenza e le paure contemporanee. È proprio questo che mi lega alle canzoni. La canzone ha una qualità straordinaria: può parlare di eventi lontani e colpire comunque chi ascolta nel presente. Nel disco l’adolescenza viene raccontata come un’età fragile ma anche salvifica, fatta di errori, eccessi, amicizie e paura di restare ai margini.

In “Storia della mia rabbia” la rabbia sembra una creatura viva. Come nasce questa immagine?

L’ho immaginata come un animale che cresce insieme a noi. Un cane, qualcosa che dobbiamo imparare ad addomesticare. La rabbia, nel disco, non è solo distruzione: è una forza emotiva che va compresa e attraversata. Raccontare la storia della propria rabbia significa fare pace con il proprio lato oscuro. Non a caso il brano chiude l’album. Per me rappresenta la piena emotiva del disco. Quando il fiume straripa è come quando noi non riusciamo più a contenerci.

Anche il tour sembra seguire la stessa filosofia del disco.

Sì, perché volevo riportare la canzone al centro. Nei live non ci saranno effetti, loop station o grandi scenografie. Solo voce, chitarra e luce. Le venue scelte per il tour unplugged diventano parte integrante dell’esperienza: Mi piaceva che il pubblico, entrando in quei luoghi, fosse già predisposto a un ascolto diverso. Più intimo, più fragile, più autentico.

Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Per Dimartino, “L’improbabile piena dell’Oreto” non è soltanto un album da ascoltare, ma un ambiente emotivo da attraversare lentamente, come il corso di un fiume.

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