Enrico Nigiotti

Intervista a Enrico Nigiotti che, dopo l’esperienza al Festival di Sanremo 2026, torna a raccontarsi con il nuovo album “Maledetti innamorati

Il cantautore livornese presenta un nuovo capitolo della propria musica, segnato da una maggiore consapevolezza personale e artistica, ma anche da una rinnovata libertà creativa.

Il nuovo progetto discografico, Maledetti innamorati, nasce infatti da una fase di crescita importante nella vita di Nigiotti: l’esperienza della paternità, il passare del tempo e le inevitabili cadute che accompagnano ogni percorso umano diventano materia viva per le sue canzoni.

Tra riflessioni sulla scrittura, il valore delle immagini nei testi, il rapporto con i produttori e il significato delle nuove canzoni, Nigiotti ripercorre le tappe di un disco che parla di amore, viaggi interiori, errori e ripartenze. Un album dedicato, come suggerisce il titolo, a chi continua a credere nei sogni e nella vita anche quando la strada si fa in salita.

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Intervista a Enrico Nigiotti, il nuovo album “Maledetti innamorati”

Come hai vissuto l’esperienza a Sanremo e che bilancio tracci della tua partecipazione?
Sono molto contento di come è andata. Quando ho scelto la canzone da portare al Festival sapevo benissimo che non sarebbe stata la scelta più “facile” o più immediata dell’album. Era probabilmente il brano più particolare del disco, ma proprio per questo sentivo che rappresentava davvero il mio modo di scrivere. Qualcuno ha definito questa scelta coraggiosa. In realtà per me non è stata una scelta strategica, ma semplicemente coerente con la mia identità artistica. Non volevo andare a Sanremo per partecipare a una specie di campionato musicale, cercando di capire quale canzone fosse più competitiva. Il mio obiettivo era fare esattamente il contrario: portare una canzone che mi rappresentasse totalmente, quasi come una dichiarazione di stile. In un certo senso è stato anche un modo per “brandizzare” la mia scrittura: presentarmi prima di tutto come autore, come cantautore che racconta la vita con il proprio linguaggio.

Il nuovo album “Maledetti innamorati” sembra raccontare una fase più consapevole della tua vita. È davvero così?
Sì, credo che questo disco rappresenti proprio un nuovo passo nel mio percorso. Io immagino la mia musica come un grande condominio che sto costruendo piano piano, stanza dopo stanza. Questo album è semplicemente una nuova stanza di quella casa. È sicuramente un lavoro più maturo rispetto ai precedenti. Con il tempo ho sentito il bisogno di parlare delle stesse cose di sempre — amore, sogni, vita — ma con parole diverse. Tutti i cantautori, alla fine, raccontano temi simili. La differenza sta nello sguardo con cui li osservi. Nel mio caso credo che la paternità abbia cambiato molto il mio modo di vedere il mondo. Essere diventato padre mi ha dato una prospettiva nuova, mi ha insegnato altre parole per descrivere le stesse emozioni. Allo stesso tempo la vita, crescendo, ti lascia addosso molte cose: sorrisi bellissimi ma anche delusioni. Tutto questo ti rende più resistente, ti fa sviluppare una pelle più dura. Però ti insegna anche a riconoscere subito il sapore delle cose e, allo stesso tempo, a scoprirne di nuovi.

Il titolo “Maledetti innamorati” è molto evocativo. Cosa significa davvero?
La parola “maledetti” può sembrare negativa, ma in realtà non lo è affatto. È un termine che uso anche con un certo spirito toscano: ha quasi una funzione rafforzativa.
I “maledetti innamorati” sono le persone che continuano a credere nella vita, nei sogni e nell’amore nonostante tutto. Sono quelli che non smettono di provarci, anche quando cadono. In fondo avrei potuto chiamare il disco “Maledetti sognatori”, ma “innamorati” mi sembrava più potente. Perché non siamo innamorati solo delle persone: siamo innamorati della vita, dei progetti, delle possibilità.
E soprattutto delle cadute. Guardando i miei figli ho capito una cosa molto semplice: per imparare a camminare prima bisogna cadere. È inevitabile. La vita funziona nello stesso modo.

Nelle tue canzoni utilizzi spesso immagini molto concrete: mare, strade, temporali. Quanto è importante questo stile nella tua scrittura?
Per me è fondamentale. Io ho sempre scritto in questo modo, usando immagini molto concrete per raccontare emozioni magari più grandi o più complesse. È il mio modo naturale di esprimermi. Anche quando parlo nella vita di tutti i giorni cerco sempre di spiegare un concetto attraverso immagini semplici. Col tempo ho capito che questa è una mia cifra stilistica. E sapere che anche artisti più giovani apprezzano il mio modo di scrivere mi ha dato molta forza.

Non voglio che le metafore siano solo un esercizio tecnico. Non mi interessa dimostrare quanto siano sofisticate. Devono servire a creare un’emozione immediata, qualcosa in cui le persone possano riconoscersi. Scrivere una canzone per me nasce sempre da un’urgenza emotiva. È come dire: “Questa cosa la sto sentendo io, ma la senti anche tu?”. Se la risposta è sì, allora la canzone ha funzionato.

Anche musicalmente il disco sembra molto coeso. Che rapporto hai con i produttori con cui hai lavorato?
È stato un lavoro molto naturale. Con Juli, Celo ed Enrico Brun si è creato un clima bellissimo. Con Brun ormai lavoriamo insieme da tantissimo tempo. È quasi parte della mia storia musicale. Con Juli invece collaboriamo da circa quattro anni: è nato tutto perché lui mi scrisse dicendo che era completamente preso da una mia canzone. Quello che conta davvero è che prima di essere collaboratori siamo diventati amici. Io sono una persona molto empatica: se trovo davanti qualcuno con cui mi trovo bene, l’amicizia nasce subito. E fare musica con persone a cui vuoi bene cambia completamente l’atmosfera. Non è solo “a che ora ci vediamo in studio”, ma anche “come stai?”.

Nel disco parli spesso dell’amore come qualcosa di difficile da spiegare. Ti sorprende ancora?
Sì, assolutamente. L’amore è una cosa che non riesci mai a spiegare davvero. In più c’è una cosa curiosa: molte delle cose che scrivo nelle canzoni probabilmente non riuscirei a dirle a voce. Sono una persona abbastanza timida. Le canzoni funzionano un po’ come un cuscino per la timidezza. Ti permettono di dire cose che altrimenti non riusciresti a pronunciare. E penso che questo succeda a tante persone: è molto più facile dedicare una canzone a qualcuno che dirgli quelle stesse parole guardandolo negli occhi.

Hai detto che i momenti più intensi della musica sono due: quando finisci una canzone e quando la canti dal vivo. Perché?
Perché sono i momenti più veri. Quando finisci di scrivere una canzone è come se avessi finalmente tirato fuori qualcosa che avevi dentro. È una liberazione. E quando la canti in concerto succede qualcosa di altrettanto forte: quelle emozioni diventano condivise. Non sono più solo tue. Lo studio di registrazione è bellissimo, ma è un lavoro più tecnico. Invece scrivere una canzone o cantarla davanti al pubblico sono momenti quasi fisici, visceralmente intensi.

Nel brano “Buon cammino” il viaggio diventa una metafora della vita. Da dove nasce questa idea?
È una canzone che ho scritto dopo un viaggio in Africa con la mia famiglia. Viaggiare con due figli piccoli non è semplicissimo: devi partire con mille valigie, pannolini, organizzazioni varie. Però allo stesso tempo è un’esperienza incredibile. Il viaggio ti resetta completamente. Ti permette di uscire dalla routine e di vivere davvero il tempo con le persone che ami. In quei momenti non esiste il lavoro, non esistono gli impegni. Esiste solo il presente. E poi viaggiare significa anche scoprire altre culture, altri modi di vivere. È qualcosa che ho iniziato ad apprezzare di più con il tempo. Da giovane ero molto più sedentario.

Livorno è spesso presente nelle tue canzoni. Quanto è importante oggi per te?
Livorno è casa. È il posto dove torno sempre. Il mare, il porto, quell’atmosfera un po’ ruvida ma autentica fanno parte del mio immaginario. Quando guardo il mare davanti al porto di Livorno mi vengono in mente proprio le anime dei “maledetti innamorati”: persone che magari vengono date per spacciate, ma che non mollano mai. È una città di sognatori testardi.

“Mentre l’amore scompare” è una delle canzoni più intense del disco. Cosa racconta?
È probabilmente il brano più triste dell’album. Parla di quei momenti in cui una storia sta finendo ma non vuoi ammetterlo. Continui a provarci, continui a restare lì anche se dentro sai che forse non c’è più nulla da salvare. A volte succede che per paura di dirsi addio si preferisca rimanere intrappolati in una relazione fatta di litigi, accuse, rabbia. Ma la verità è che il tempo non aspetta nessuno. Va avanti comunque, anche quando tu non sei pronto. E questa è la cosa più dura: quando una storia finisce, può succedere che tu sia ancora innamorato. Il tempo però non si ferma ad aspettarti.

Gli instore ti daranno la possibilità di incontrare il pubblico dopo tanto tempo. Cosa ti aspetti?
Guarda, in realtà è un grosso punto di domanda. Non lo so ancora con certezza. Nella mia carriera ho fatto pochissimi instore, forse uno solo, ma tantissimi anni fa. Se si fosse trattato di concerti sarei stato più tranquillo, perché è una dimensione che conosco bene. Così invece, andare senza sapere quanta gente ci sarà o chi ci sarà, è qualcosa di particolarmente emozionante. Diciamo che si parte da oggi e poi vediamo come andrà.

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