Intervista a eroCaddeo, secondo classificato a X Factor 2025, che ha pubblicato l’album scrivimi quando arrivi (punto).
Autentico, diretto e profondamente legato alla sua visione artistica, eroCaddeo è una delle voci più interessanti del panorama emergente. Nella sua musica convivono introspezione, sperimentazione e un forte bisogno di verità. In questa intervista l’artista si racconta senza filtri, ripercorrendo il suo percorso umano e creativo, tra sfide, consapevolezze e nuove direzioni. Dalle origini del suo progetto musicale fino alle influenze che ne definiscono il suono, emerge un’identità in continua evoluzione. Un dialogo sincero che va oltre le etichette e mette al centro l’espressione personale. Un’occasione per conoscere da vicino l’universo di eroCaddeo e ciò che lo muove davvero.
Questa la tracklist del progetto.
- intro
- parlo ancora di te
- metti che domani te ne vai
- cani
- luglio
- cinque minuti
- punto
- punto outro
- gravità zero
- odio il caffè
- luglio (acustica)
- no potho reposare
Intervista a eroCaddeo
eroCaddeo, sei nel pieno della presentazione del tuo nuovo disco in giro per l’Italia: come stanno andando questi incontri e che tipo di riscontro stai ricevendo dal pubblico?
Sta andando molto bene, ci stiamo divertendo tanto. Sto conoscendo un pubblico in parte nuovo: alcuni c’erano già prima di X Factor, altri sono arrivati dopo. È un mix molto bello. Mi sembrano persone con cui si può creare un rapporto vero, quasi amicale. Non li vedo come “pubblico” nel senso classico del termine, ma come ragazzi e ragazze della mia età con cui si sta costruendo qualcosa di autentico.
Il disco ha una dimensione molto quotidiana, intima, quasi fragile. Cosa rappresenta questo album nel tuo percorso artistico dopo un’esperienza forte come X Factor?
Dal punto di vista artistico rappresenta una conferma. In un certo senso stiamo presentando una sorta di “deluxe” del progetto uscito ad aprile 2024. Significa continuare su quella strada, ribadire chi siamo e cosa vogliamo raccontare.
È anche un passaggio importante dal punto di vista personale: c’è crescita, ma anche la volontà di non snaturare ciò che è stato fatto. A volte confermarsi può far paura, ma vedo che le persone rispondono bene, e questo rende tutto molto più naturale.
Hai definito l’album come “un diario emotivo scritto a bassa voce”. Quanto è stato importante, nella scrittura, togliere invece che aggiungere?
Per me togliere è stato fondamentale negli ultimi anni. L’ho fatto per esigenza e anche per costrizione. Quando sono andato via da casa, da Cagliari, ho dovuto togliere per forza: gli amici, la famiglia, le abitudini.
Quando togli, emergono emozioni nuove o sensazioni che magari conoscevi già ma non avevi mai davvero ascoltato. Nel mio caso questo ha portato anche a scrivere canzoni più malinconiche. Togliere ha fatto spazio.
Nei brani c’è spesso un “tempo sospeso”, quello che arriva dopo una rottura. Perché ti interessava raccontare quel momento e non la fine in sé?
Perché stavo vivendo esattamente quel momento. Per superare qualcosa ho bisogno prima di capirla. Se non la comprendo, non riesco ad andare avanti.
Raccontare quel tempo sospeso è stato come scattare una fotografia precisa di ciò che stavo vivendo, senza filtri.
Nel disco il “dimenticare” non sembra mai una scelta. È una presa di coscienza personale o anche generazionale?
Per me dimenticare è impossibile, e forse nemmeno giusto. Se dimentichi, dimentichi anche gli errori, e senza errori non c’è crescita.
Bisogna andare avanti, certo, ma senza cancellare. Non è semplice, e nel disco si sente che spesso non ci si riesce del tutto. Però ogni giorno ci si prova. È un compromesso continuo tra andare avanti e non dimenticare.
Dal punto di vista testuale utilizzi parole e immagini non sempre comuni nel pop contemporaneo. Quanto conta per te l’autenticità del linguaggio?
È fondamentale. Non so quando ho capito che la scrittura per immagini fosse una mia caratteristica, forse me ne sto rendendo conto adesso. Succede e basta.
Raccontare la quotidianità è rischioso perché è qualcosa che vediamo tutti. Cadere nel banale è facilissimo. Io ho bisogno di raccontarla in modo originale ma autentico, perché poi la faccia ce la metto io. Essere semplici non significa indossare una maschera.
Dai testi emerge una generazione che vive più di dubbi che di certezze. Ti senti un portavoce o un testimone?
Mi sento un testimone. Non voglio essere un portavoce, perché significa assumersi responsabilità enormi.
Sono un ragazzo che, per inseguire i propri sogni, deve lasciare qualcosa indietro, rischiare, fare scelte difficili. Forse il messaggio è che si può fare, anche con paura.
Parli spesso del timore di crescere, di sbagliare direzione, di non sentirsi mai abbastanza. La scrittura è un meccanismo di difesa o un modo per esporti ancora di più?
È entrambe le cose, ma soprattutto un modo per espormi. Scrivere mi aiuta a normalizzare e a esorcizzare le paure.
In brani come “metti che domani te ne vai” parlo apertamente del passaggio dall’adolescenza al mondo del lavoro, del crescere. È una fase che ti mette davanti a ostacoli che non avevi previsto.
A volte mi viene voglia di tornare più piccolo, e nelle mie giornate mi concedo di fare il bambino. È importante tenere vivo il bambino che abbiamo dentro.
L’amore nel disco è fragile ma anche assoluto, quasi sacro. Che idea di amore racconti?
Per me l’amore è centrale. Non solo quello sentimentale, ma l’amore in tutte le sue forme: famiglia, amicizie, persone che mi circondano.
Fa parte del mio quotidiano, mi riempie, e ho bisogno di parlarne. Quando ami soffri, ma il dolore fa parte dell’amore stesso.
La Sardegna e Cagliari tornano spesso nei tuoi testi. Che ruolo hanno oggi nella tua scrittura?
Un ruolo enorme. Nell’ultima traccia del disco, “No Potho Reposare”, ho voluto rendere omaggio alla cultura sarda. È un brano simbolo, un inno.
L’ho inserito per gratitudine verso il supporto ricevuto dalla Sardegna e perché è una canzone bellissima che fuori dall’isola molti non conoscono. In quel caso sì, ho voluto essere portavoce della mia terra.
La distanza dalla Sardegna ha cambiato il tuo modo di sentire e scrivere?
Assolutamente sì. La nostalgia e la distanza mi hanno fatto scoprire emozioni che non pensavo di provare. Le ho sentite proprio nel momento in cui sono andato via, ed è stato inevitabile raccontarle.
No Potho Reposare è stata interpretata da molti artisti. Ti sei ispirato a qualche versione in particolare?
La versione di Andrea Parodi è la più importante. Il suo modo di cantare, molto delicato, soprattutto nelle strofe, è stato un riferimento.
Ovviamente non posso paragonarmi a lui, per me è quasi una figura sacra, ma il suo approccio è stato sicuramente un’ispirazione.
Hai già fatto alcuni concerti prima dell’uscita del disco. Che riscontro hai avuto dai primi live?
I primi live in Sardegna sono stati una scelta naturale. Sono stati bellissimi, c’era molta più gente di quanto mi aspettassi.
Dopo X Factor ero rimasto due mesi chiuso nel loft, quindi non avevo idea di cosa aspettarmi. Cantare No Potho Reposare in Sardegna è stato emozionante: appena parte il primo accordo, la cantiamo tutti.
Tornando a X Factor: quanto è importante non snaturarsi? Qual è il segreto?
Il segreto è sapere cosa vuoi fare. Io sono entrato a X Factor con un progetto chiaro, che era questo, con pregi e difetti.
Era una vetrina, un trampolino di lancio, e ha funzionato. Se è piaciuto, non c’è motivo di cambiare. Io oggi sono questo e voglio esserlo sempre: sul palco, davanti a una telecamera, nella vita di tutti i giorni. Sto bene così.
Qui il calendario del tour e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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