fluente femmina

fluente ha pubblicato il suo primo EP “Femmina”, la mappa con cui esplorare il mondo musicale della cantautrice.

Il titolo dell’ep e le canzoni sono scritte tutte in minuscolo -come il suo nome-  e tutte attaccate, perché serve concentrare le lettere per descrivere i sentimenti, serve pronunciare le frasi più difficili quasi sottovoce, delicatamente. Presto tornerà a suonare dal vivo, dopo il concerto per Comete durante la Milano Music Week e lo showcase live in apertura dell’artista urban spagnola Santa Salut, all’Estragon di Bologna.
Mantenendo un legame forte con il proprio punto d’origine -la Basilicata- fluente viaggia, si muove verso nuovi spazi, esplora, scopre nuove sensazioni, che si affiancano a quelle rimaste intatte. Quando tutto intorno a lei cambia, il legame con il punto da cui è partita rimane saldo. “Femmina è un racconto che arriva da lontano e non smette di esistere. Nessun cordone ombelicale si taglia” dichiara fluente.

L’artista racconta in maniera ermetica, senza la necessità di spiegare, come fanno i gesti o i silenzi. “Femmina non è una risposta, è il modo in cui poggi i piedi a terra quando la strada smette di essere dritta. Non chiarisce come sono, determina il mio modo di stare“.

Ogni canzone è stata accompagnata da una ricerca artistica relativa all’immagine. La direzione è di fluente, che intreccia il linguaggio visivo e quello verbale, in una ricerca estetica molto precisa, la sua. La fotografia come spazio in cui descrivere, ma anche vivere e cambiare. “Sono stata ritratta, fin da piccola, insieme a mia sorella e mio fratello. Mio padre aveva questa passione. All’inizio, vivevo tutto questo con fatica e pudore, poi ne ho compreso la forza narrativa“. Prima della canzone, arriva l’immagine, la copertina di ogni progetto è per fluente un’anticipazione del testo. Accompagna l’ascolto, lo prepara. 

L’ep apre con “femmina”, che dà il nome al progetto, e prosegue con “chemomento”, un brano dal sapore aspro, amaro e tagliente. In una rapidità emotiva mutevole, la canzone è una richiesta che fluente fa a se stessa. 

“marco” è una ballad glaciale, spoglia e violenta. E’ una fotografia che descrive le distanze, fisiche ed emotive, di una relazione. Un amore fraterno, che vive di ricordi e di differenze, descritte nei giorni e nei sogni. “E conti quante volte sono arrivata laggiù e se avevo il coraggio era solo un sogno che ho fatto“. Uno scenario così freddo, statico, da diventare luogo di conforto e di riposo per chi ci è dentro.

“digiorno” è una dichiarazione semplice, pulita e radicale, un gesto piccolo e senza metafore. fluente si abbandona ad un giro di chitarra elettrica essenziale, classico, che si immerge lentamente in un tessuto elettronico, in un vortice di sintetizzatori caldi e circolari.
animalixsempre” ha un titolo che ha uno scopo evocativo, richiama la parte più primordiale, istintiva e libera dell’essere umano ma, l’aggiunta di “sempre” ci trascina in una dimensione che non si perde, che fa parte di noi in modo permanente. Si porta dietro un’energia viscerale e contrastante: amore e dolore, desiderio e distruzione, contatto e distanza. Il divorarsi a vicenda, incapaci di staccarci da qualcosa che fa davvero male. Il titolo non è una dichiarazione esplicita che ci invita ad essere “selvaggi”, ma “condannati a sentire tutto”.

TRACKLIST 

  • 1.femmina
  • 2.chemomento
  • 3.marco
  • 4.digiorno
  • 5.animalixsempre
  • 6.A&B

Intervista a fluente

Cosa rappresenta “femmina” nel tuo percorso artistico?
“Femmina” mi ha alleggerita. Dentro ci vedo tutti i miei timori più grandi. Io e Luca curiamo questo progetto e questi brani da tempo, alcuni anche da quattro anni. Vederli insieme, ora, prendere un’unica forma, mi restituisce un po’ di pace. Non c’è strategia in “femmina” — e forse questo si percepisce.

Hai scelto il minuscolo e le parole tutte attaccate, come il tuo nome fluente: è una forma di pudore, di concentrazione, o di resistenza al rumore?
La scelta delle minuscole è nata per caso. I primi provini avevano titoli in francese, tutti in minuscolo, tutti attaccati. Poi il minuscolo è rimasto. Forse per non dare troppo nell’occhio. Sono molto introversa, non amo stare al centro dell’attenzione. È un paradosso, o forse è il motivo per cui faccio quello che faccio. Non lo so.

Dici che “femmina non è una risposta”. A cosa senti di non voler rispondere con questo disco?
“Femmina” non risponde a tutte le domande che mi faccio quando scrivo. Lascia uscire aneddoti estremamente personali, senza la pretesa di analizzarli fino a capirne il perché. Non cerca conferme, non nasce per rispondere a richieste o aspettative. Esiste solo per un bisogno mio, personale.

Questo EP sembra una mappa più che una dichiarazione: ti senti ancora in viaggio o questo lavoro segna un primo approdo?
Sinceramente non lo so, forse nessuna delle due cose.

Quanto è stato importante mantenere un legame con la Basilicata mentre ti muovevi verso altri luoghi, musicali e fisici?
Il mio punto di riferimento è casa mia. Tornarci periodicamente mi permette di capire dove sono, come cambio nel tempo e come reagisco a ciò che mi accade. La Basilicata è senza dubbio un mio punto debole: influenza profondamente il mio modo di essere, di percepire e di esprimermi. È una parte fondamentale della mia identità creativa.

Nei tuoi testi c’è molta fiducia nel silenzio e nei gesti: quanto ti interessa lasciare zone d’ombra all’ascoltatore?
Credo che questo mio lato emerga in modo in parte inconsapevole. Lo ricollego alla “noia costruttiva” che mi è stata imposta e a un “silenzio riflessivo” che penso di portarmi dietro dall’infanzia. Se riesco a lasciare delle zone d’ombra a chi ascolta, ne sono felice.

Spesso racconti senza spiegare, in modo quasi ermetico: senti che la chiarezza emotiva non passi necessariamente dalle parole?
Racconto senza spiegare perché non ho bisogno di ripetere ciò che conosco solo per renderlo chiaro agli altri.

Hai detto che per te l’immagine arriva prima della canzone. Che tipo di relazione c’è tra la copertina e il testo di femmina?
La copertina di “Femmina” nasce dall’occhio di Joele Cripezzi, che lavora solo in analogico. Abbiamo percorso questo progetto insieme, scambiandoci idee, ma alla fine sono stati i sentimenti a prevalere. L’immagine è esplicativa: ritrovarsi nello stesso luogo in cui si è cresciuti e riconoscersi vedendosi da fuori. Eppure, ai miei occhi, scorre tutt’altro, cose che vanno più in profondità.

La fotografia è uno spazio in cui descrivere ma anche cambiare: senti che questo EP ti ha trasformata mentre lo facevi?
Trasformata no. Ha sicuramente contribuito a un percorso di crescita.

femmina apre il disco con un’immagine fortissima, corporea e domestica: quanto è stato difficile partire da lì?
Le parole sono uscite da sole. Ho sentito il peso dell’immagine solo lavorandoci. “Femmina” non esisteva, il progetto era chiuso. Eppure, in un pomeriggio, è nata. È assurdo, perché per me “femmina” è fondamentale, come se fosse sempre stata lì.

chemomento è una richiesta che fai a te stessa: che tipo di risposta speravi di trovare scrivendola?
“chemomento” racchiude tutta la frustrazione della provincia, quel peso che ti trattiene, quella paura di mostrarti senza vergogna. Mi sono autoinvitata alla “festa del giudizio” e ho sentito ogni sguardo addosso. Ho vinto almeno la paura del presentarsi.

marco è una ballad glaciale, fatta di distanza e memoria: quanto conta il tempo nei tuoi rapporti e nelle tue canzoni?
Sono lenta, soprattutto nei rapporti, ma non è indecisione: è cura. Ogni istante che lascio dilatare è uno spazio in cui scelgo ciò che conta davvero. Le cose superflue cadono da sole, mentre quelle che meritano restano e crescono. Il tempo per me non è solo misura, è certezza.

digiorno sembra una dichiarazione senza metafore, quasi disarmata: è il brano più esposto del disco?
Credo proprio di sì. Non ha filtri, “digiorno”, quasi quanto “marco”.

animalixsempre parla di essere “condannati a sentire tutto”: è una condanna che accetti o contro cui lotti?
È una condanna che accetto solo perché ho capito che è una cosa contro cui lotto. Riesco a difendermi, a volte.

A&B chiude l’EP con un flusso quasi narrativo e politico insieme: sentivi il bisogno di far entrare il mondo esterno in modo più diretto?
“A&B” è il brano più vero dell’EP. Nasce da una conversazione reale, un momento di verità che di solito riservo al mio privato. È un po’ un fuoristrada: non ci sono altri pezzi in cui mi espongo così, soprattutto su temi politici. Mi piaceva lasciare emergere quel lato di me che di solito resta nascosto.

Nei tuoi testi il corpo è spesso fragile, esposto, ma anche resistente: che ruolo ha nella tua scrittura?
Il corpo parla quando io non so. Digrigna i denti, tende i muscoli, dice quello che le parole trattengono. Le cose che mi mettono all’angolo mi chiudono, ma il corpo sa e lentamente insegna come aprirsi, come comunicare.

L’amore che racconti non è mai pacificato: pensi che il conflitto sia inevitabile quando si è davvero presenti?
L’amore che racconto non è mai pacifico. Non ho mai avuto rapporti del tutto sereni. Ma il conflitto, quando ha senso, diventa utile: può costruire, insegnare, far crescere. È una cosa che sto imparando a riconoscere.

Molte canzoni parlano di solitudine anche dentro la relazione: è uno spazio che temi o che conosci bene?
È uno spazio che temo perché è uno spazio che conosco bene.

E ora?
E ora… ora non lo so.

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