Intervista a Giordana Angi che, al termine di un tour che l’ha riportata in Italia dopo 3 anni, ha pubblicato il singolo “Quando poi ci lasceremo”.
Giordana Angi è tornata con un nuovo singolo che racconta molto più di una storia d’amore: “Quando poi ci lasceremo” è una riflessione sul tempo condiviso, sulle relazioni che cambiano forma e sulla possibilità che qualcosa, anche quando sembra destinato a finire, possa in realtà trasformarsi e resistere.
Negli ultimi anni il suo percorso artistico ha attraversato evoluzioni importanti: dal successo discografico alla scrittura per altri artisti, fino alle collaborazioni internazionali e a un rapporto sempre più consapevole con la propria identità musicale.
Oggi Giordana sembra muoversi con una libertà nuova, fatta di essenzialità nella scrittura e di una forte centralità emotiva nella voce e nelle parole.
Il recente tour in Italia ha riportato l’artista a un contatto diretto e intenso con il pubblico, rafforzando un legame che resta uno degli elementi centrali del suo lavoro.
In questo nuovo capitolo, la sua musica continua a vivere di contrasti: fragilità e forza, intimità e apertura, realtà e speranza.
“Quando poi ci lasceremo” diventa così non solo un singolo, ma una dichiarazione di poetica: raccontare le relazioni senza chiuderle, lasciando spazio a ciò che può ancora evolvere.
Intervista a Giordana Angi, il nuovo singolo “Quando poi ci lasceremo”
Dopo un periodo intenso tra tour e nuove scritture, “Quando poi ci lasceremo” arriva in un momento particolare della tua carriera. Che energia ti ha portato dentro questo brano e cosa rappresenta oggi nel tuo percorso artistico?
È un periodo molto pieno, fatto di tante cose che si sono accumulate negli ultimi mesi. Ho appena concluso un tour in Italia che per me è stato fondamentale: ritrovare il mio pubblico dopo un po’ di tempo è stato come riaccendere una parte molto viva di me.
Quell’energia lì me la sono portata dentro in studio e credo si senta nel brano. “Quando poi ci lasceremo” nasce proprio da questa spinta: è una canzone che parla di relazioni lunghe, di storie che hanno attraversato tanto tempo insieme e che, anche quando cambiano forma, non vogliono per forza finire.
Non è una canzone sulla fine, ma sulla possibilità che qualcosa si trasformi senza spezzarsi.
Nella tua scrittura ritorna spesso questa tensione tra fragilità e speranza. In questo brano però sembra emergere ancora di più l’idea che anche nelle relazioni difficili possa esserci una forma di costruzione.
Mi rendo conto che spesso passa di me un’idea molto chiara: che dentro le cose ci sia sempre una possibilità di speranza.
Anche quando racconto situazioni reali, complesse, non le guardo mai come completamente chiuse o negative. Non perché le idealizzi, ma perché credo davvero che le persone possano cambiare le cose, possano costruire legami migliori.
Scrivendo cerco sempre di essere onesta, ma l’onestà per me non è mai cinica. È piuttosto un modo per dire: “questa è la realtà, ma non è finita qui”.
Dal punto di vista sonoro, il brano mantiene una forte identità emotiva ma appare anche molto equilibrato nella produzione. Come avete lavorato per trovare questa sintesi tra intensità e pulizia del suono?
Devo dire che il lavoro è stato molto bello perché io parto sempre da una pre-produzione nel mio studio, quindi sono molto istintiva e “smanettona”.
Poi entra in gioco Etta, che ha prodotto il pezzo. Lui è stato bravissimo a fare una cosa fondamentale: togliere tutto ciò che non serviva e lasciare solo quello che apparteneva davvero all’anima della canzone.Non è semplice, perché quando scrivi un brano lo ascolti mille volte e rischi di perderti dentro i dettagli. Invece lui ha avuto una visione molto chiara: mantenere la verità del pezzo e renderla ancora più nitida.
Negli ultimi lavori si percepisce una scrittura sempre più essenziale. È una scelta consapevole o un processo naturale che deriva dalla tua evoluzione come autrice?
Credo sia un po’ entrambe le cose. Non è una decisione presa a tavolino, ma sicuramente oggi sento il bisogno di andare più a fondo e togliere il superfluo.
Sto cercando di parlare non solo d’amore, ma anche di tante altre dimensioni della vita, e questo mi porta a semplificare il linguaggio senza renderlo povero.
Più scrivo, più mi accorgo che l’essenziale ha una forza enorme. E forse è anche il risultato del fatto che sto sperimentando molto, anche oltre la musica.
Hai avuto esperienze internazionali importanti e collaborazioni molto diverse tra loro. Quanto queste esperienze hanno influenzato il tuo modo di scrivere e di approcciarti alla musica oggi?
Tantissimo. Lavorare con persone diverse, in contesti diversi, ti cambia inevitabilmente.
Alcune esperienze sono state velocissime, quasi travolgenti, ma proprio per questo formative. Quando ti butti in progetti così, impari senza nemmeno rendertene conto.
Non tutto ti rappresenta al 100%, ma ogni cosa ti lascia qualcosa: capisci cosa tenere e cosa lasciare andare. E questa è una delle cose più importanti per un artista.
Anche il ritorno dal vivo in Italia dopo anni ha avuto un impatto forte sul tuo percorso. Che rapporto hai oggi con il pubblico e cosa ti ha lasciato questo contatto diretto nei teatri e nei club?
È stato molto emozionante. Il tour è stato lungo, intenso, con tanti brani e anche momenti in cui raccontavo il perché delle canzoni.
Ho sentito una connessione fortissima con il pubblico. Mi sono sentita capita, accolta, e soprattutto meno sola.
È una sensazione difficile da spiegare, ma quando sali sul palco e vedi gli occhi delle persone che ti seguono davvero, capisci che quello che fai ha un senso condiviso. Non è più solo tuo.
Guardando oggi il tuo percorso, tra scrittura, live e sperimentazione, qual è l’aspetto della tua musica che ti rende più orgogliosa?
Sicuramente il rapporto con le persone che mi seguono.
Ci sono stati momenti in cui ho sentito davvero una connessione fortissima, quasi fisica. Guardarsi negli occhi durante un concerto e percepire quella luce è qualcosa che non si dimentica.
Mi ricorda perché faccio questo lavoro. Perché alla fine la musica è questo: condivisione, presenza, autenticità.
Se pensi al futuro, dopo questo singolo e il percorso che stai costruendo, cosa ti piacerebbe esplorare artisticamente nei prossimi passi?
Non so esattamente dove mi porterà il futuro, ma so che voglio continuare a esplorare.
Sto scrivendo molto, sto sperimentando anche forme diverse di narrazione, non solo musicale.
L’idea di poter arrivare un giorno anche a scrivere altro, magari un libro o un progetto diverso, non mi spaventa. Anzi, mi stimola.
L’importante è non smettere mai di cercare.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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