Intervista a Giuseppe Anastasi, che il 20 marzo ha pubblicato Canzoni senza click, il suo terzo album di inediti.
A dieci anni dal suo esordio discografico e con la consapevolezza di chi ha attraversato la musica da autore prima ancora che da interprete, Giuseppe Anastasi torna con Canzoni senza click, un album che è insieme dichiarazione d’intenti e atto di libertà. Un disco fuori dalle logiche del mercato contemporaneo, senza metronomo e senza compromessi, dove la forma lascia spazio alla sostanza e all’urgenza espressiva.
Registrato in modo essenziale, quasi domestico, il progetto nasce da chitarra e voce e si sviluppa in un clima di condivisione tra pochi collaboratori fidati, restituendo un suono vivo, imperfetto e profondamente umano. Ma è soprattutto nei testi che Anastasi riafferma la sua identità: uno sguardo lucido e spesso disincantato sulla realtà, capace di alternare critica sociale, ironia e momenti di intensa introspezione.
Tra immagini potenti, metafore legate al mare e riflessioni sul presente, Canzoni senza click si muove in equilibrio tra rabbia e speranza, senza rinunciare a interrogarsi sul ruolo della musica oggi. Un disco che non cerca risposte facili, ma invita ad ascoltare, riflettere e – forse – sentirsi un po’ meno soli.
Questa la tracklist.
- Alzati
- Non mi dire mai la verità
- Navigo a vista
- Neruda
- Figlia degli dei
- Zanzare
- La ballata del sorce
- Giulietta e Romeo 2.0
- Titoli di coda
Intervista a Giuseppe Anastasi, il nuovo album “Canzoni senza click”
“Canzoni senza click” arriva in un momento importante della tua carriera: che significato ha per te questo disco?
È un disco che rappresenta molto più di un semplice nuovo capitolo: è quasi una fotografia del tempo che passa. È il mio terzo album, il primo l’ho pubblicato a quarant’anni e questo arriva a cinquanta, quindi porta con sé inevitabilmente un bilancio umano e artistico. Ci sono dentro tante parole, tanta musica, ma soprattutto tanta libertà.
Mi sono concesso di uscire completamente dalle logiche attuali: brani lunghi, anche di sei minuti, senza preoccuparmi della forma radiofonica o delle playlist. È un disco che non chiede permesso, che non cerca compromessi. E proprio per questo mi ci sento profondamente legato: è uno dei lavori più sinceri che abbia mai fatto.
Il titolo “Canzoni senza click” è molto evocativo: quanto è importante questa scelta sonora e produttiva?
È fondamentale. “Senza click” significa senza metronomo, quindi senza quella griglia rigida che oggi domina moltissima produzione musicale. Tutto è nato in maniera molto semplice: chitarra e voce, registrate quasi in modo istintivo, come se fossi in casa. Poi, insieme a Valerio Marchetti e Stefano Pettirossi, abbiamo costruito gli arrangiamenti sopra queste basi vive, imperfette, ma autentiche. Eravamo solo in tre, amici prima ancora che collaboratori: questo ha creato un clima quasi domestico, intimo. Le piccole imperfezioni non sono errori, sono respiro umano. Io spero che chi ascolta percepisca questa libertà, questa verità non filtrata.
Nei tuoi testi convivono intimità e critica sociale: come riesci a tenere insieme questi due piani?
In realtà non è qualcosa di studiato. Quando scrivo, non mi pongo il problema di bilanciare. Però credo che oggi un cantautore non possa limitarsi alle sole canzoni d’amore. Viviamo in un’epoca complessa, e ignorarla sarebbe quasi una forma di omissione. Io cerco di allargare lo sguardo: partire da me, ma arrivare anche a quello che vedo fuori. C’è bisogno di dire le cose, anche quando sono scomode. Non vorrei mai essere uno di quelli che restano in silenzio davanti a tutto. La musica, storicamente, è sempre stata anche denuncia.

In brani come “Zanzare” e “La ballata del sorce” emerge una visione molto critica della società: è più rabbia o disillusione?
Direi entrambe, ma con sfumature diverse. “Zanzare” nasce da una rabbia vera: quella sensazione di impotenza quando vedi che chi dovrebbe reagire non lo fa più. Io stesso oggi ho una vita stabile, ma da giovane scendevo in piazza, partecipavo, sentivo il bisogno di espormi. Oggi vedo meno mobilitazione, e questo mi colpisce. “La ballata del sorcio”, invece, pur partendo da un’immagine dura, lascia spazio alla speranza: quel topino che disegna in mezzo al degrado rappresenta le nuove generazioni. È lì che io continuo a credere.
Che ruolo ha oggi la musica come strumento culturale e sociale?
Per me è centrale, soprattutto nella canzone d’autore. Non si può separare completamente la musica dalla realtà. Pensa a eventi come Woodstock: non erano solo concerti, erano momenti storici, politici, culturali. La musica ha sempre raccontato il mondo e, in qualche modo, ha cercato di cambiarlo. Poi certo, esistono anche le canzoni d’amore, ed è giusto così. Ma quando scrivo per me, sento la responsabilità – e anche il bisogno – di dire qualcosa che vada oltre.
Il mare è un’immagine ricorrente nel disco: che significato assume?
Il mare è una metafora della vita. Non puoi controllarlo: ci sono giorni di calma e giorni di tempesta. Pensare di poter governare tutto è un’illusione. La vita funziona allo stesso modo: devi accettare quello che arriva, imparare a stare a galla, andare avanti. Alla fine, sulla barca ci sei tu: puoi avere aiuti, certo, ma la responsabilità del viaggio è tua.
“Navigo a vista” è uno dei brani più intensi: da dove nasce?
Nasce dopo i fatti di Cutro. Mi sono immaginato di essere una barca, una barca che si chiama “speranza”. Ho cercato di mettermi nei panni di chi parte, lasciando tutto, affrontando il mare senza sapere cosa succederà. È un gesto di coraggio enorme. Non so se io ne sarei capace. Questa canzone è dedicata a loro: a chi parte con la speranza di una vita migliore. È uno dei brani a cui tengo di più.
Il tuo modo di raccontare l’amore è diverso da quello più classico: perché?
Perché l’amore è un mistero, qualcosa che cambia continuamente. Io ci credo molto, ma credo ancora di più nel “ti voglio bene”. “Ti amo” può essere legato a un momento, a una fase. “Ti voglio bene” è più profondo, più duraturo: significa volere il bene dell’altro, a prescindere. È un concetto che mi affascina molto, anche culturalmente. È una forma d’amore meno dichiarativa ma più concreta.
“Giulietta e Romeo 2.0” è invece un brano ironico: cosa racconta?
È una satira sulle relazioni moderne. Ho preso spunto da una coppia di amici: a distanza funzionavano benissimo, ma quando hanno iniziato a convivere è finita dopo pochi mesi. Oggi spesso manca la capacità di costruire qualcosa nel tempo. Ho preso il simbolo massimo dell’amore – Romeo e Giulietta – e l’ho portato nella contemporaneità, dove tutto è più fragile, più veloce, più instabile.
Che aspettative hai per questo disco?
Nessuna aspettativa in senso competitivo. Io sono felice di averlo fatto uscire. Ogni opera ha una sua vita e trova il suo pubblico. Può arrivare a tante persone o a poche, ma se lascia qualcosa – anche solo uno spunto di riflessione – allora ha già fatto il suo lavoro.
E dal vivo cosa dobbiamo aspettarci?
Ci saranno dei concerti, anche se per ora pochi, perché sto lavorando anche a un libro che uscirà a breve. Però porterò il disco in giro nelle principali città: Roma, Milano, Palermo, Firenze. Il live resta fondamentale: è lì che queste canzoni prendono davvero vita.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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