Intervista a Immanuel Casto, che racconta “FORMATO NON RICONOSCIUTO”, tra musica, neurodivergenza, politica, autoaccettazione, tecnologia e ritorno live.
Immanuel Casto torna con FORMATO NON RICONOSCIUTO, il suo quinto album in studio, a quattro anni da Malcostume. Un disco che nasce da una presa di coscienza personale e artistica e che mette insieme dieci brani capaci di attraversare politica, identità, neurodivergenza, tecnologia, desiderio, lavoro e solitudine, mantenendo intatta quella combinazione di ironia, provocazione e osservazione del presente che da sempre caratterizza il suo percorso.
Quattro anni dopo Malcostume, Immanuel Casto torna con un album che sembra quasi voler mettere ordine nel caos, salvo poi rivendicare proprio quel caos come elemento identitario. FORMATO NON RICONOSCIUTO, disponibile dal 18 settembre per Freak&Chic, nasce infatti dalla consapevolezza di non poter essere ricondotto a una sola definizione: cantautore, autore, game designer, divulgatore, attivista e molte altre cose ancora convivono nella stessa persona. Il titolo diventa così una dichiarazione di intenti: non è il file a essere sbagliato, è il sistema che non possiede gli strumenti per leggerlo.
Nei dieci brani del disco Casto attraversa territori apparentemente lontani ma profondamente connessi. FIDEL CASTO riflette sulla comunicazione politica trasformata in slogan e sulla difficoltà della sinistra contemporanea di parlare alle persone; UNO DI NOI affronta il tema della neurodivergenza attraverso il concetto dell’autoaccettazione; RUMORE BIANCO porta invece dentro il sovraccarico sensoriale e la sofferenza psicologica, trasformandoli in una canzone pop e dance.
Accanto alla riflessione convivono l’assurdo di AMORE ALIENO, la satira di SCENDE IN PISTA IL COMMERCIALISTA, la provocazione fisica di AROUSAL, l’intelligenza artificiale di AI LOVER, la tecnocrazia e gli algoritmi, fino al rifiuto della produttività come unico metro di valore in NON PRODUCO E NON MI RIPRODUCO.
A chiudere il viaggio è la title track, una ballad più intima nella quale Casto si rivolge a chi si è sentito fuori schema, indecifrabile, impossibile da catalogare. È probabilmente il cuore dell’intero progetto: un invito ad accettare la propria complessità senza necessariamente trasformarla in un’etichetta.
Dopo anni dedicati anche al teatro e ad altre attività, Immanuel Casto torna inoltre sul palco con la band più estesa della sua carriera, promettendo uno spettacolo costruito non come semplice successione di canzoni, ma come una vera esperienza narrativa e partecipativa.
Lo abbiamo incontrato per parlare di FORMATO NON RICONOSCIUTO, della difficoltà di essere una persona impossibile da definire, di politica, neurodivergenza, autoaccettazione, sovrastimolazione sensoriale e della sfida di trasformare anche il dolore in musica pop.
Intervista a Immanuel Casto, il nuovo album “Formato non riconosciuto”
Immanuel, partiamo da FORMATO NON RICONOSCIUTO. Che cosa rappresenta questo album nel tuo percorso artistico?
È un disco che fa un po’ il punto della situazione sulla mia carriera, ma soprattutto cerca di raccontare una presa di coscienza. Negli ultimi anni ho diversificato tantissimo le mie attività. Io nasco come cantautore, e in particolare come cantautore molto goliardico, poi anche la mia scrittura si è diversificata. Successivamente ho iniziato a creare giochi da tavolo, diventando game designer, sono stato presidente di un’associazione importante, mi sono mosso molto nell’ambito della divulgazione, ho collaborato anche alla realizzazione di un importante corso di logica e mi sono speso molto nell’attivismo. Ho scritto un libro.
Perché dico tutte queste cose, oltre che per vantarmi? Perché a quel punto diventa veramente molto difficile, anche per il pubblico, identificare la professionalità della persona. Mi capita molto spesso che mi dicano: “Non ho ben capito cosa fai”. E purtroppo io sono d’accordo: ho la stessa difficoltà.
Ma il punto è che io non sono soltanto il mio lavoro. Sono tante altre cose e anche queste cose, a livello di stereotipo, non convivono molto bene tra loro. Sono quello che potremmo definire genericamente un nerd nello spettro autistico, ma contemporaneamente ho un tenore di allenamento quasi da atleta agonistico e anche il fisico che ne consegue. Questo è soltanto uno dei tanti esempi.
Non sono contraddizioni, perché queste cose possono convivere. Preferisco chiamarli contrasti nell’ambito dello stereotipo. E proprio questo è uno dei temi centrali del disco.
Il titolo sembra fotografare perfettamente questa difficoltà di essere ricondotti a una sola definizione. Da dove nasce questa esigenza?
La nostra società privilegia tantissimo, a livello economico e lavorativo, la specializzazione. E in generale privilegia la riconoscibilità. Oggi si parla di “personal brand” e trovo quasi assurdo che si debba parlare di brand personale anche al di fuori dell’ambito professionale. Però i social premiano questa cosa, così come le app di dating: anche lì bisogna definirsi velocemente.
È come se dovessi dire: “Sono uno sportivo che fa questa cosa”, oppure “Sono un musicista che fa quest’altra cosa”. Il problema è che, nel mio caso, questa operazione non riesco a farla neanche volendo.
Detto questo, ci sono tantissime persone che magari riescono a farla perché i contrasti non sono così forti, ma non vorrebbero farla. Sono consapevoli di avere tanti aspetti diversi e di indossare delle maschere, di ridursi a un unico aspetto per rendersi più vendibili o più accettabili. Però nel profondo sanno di non essere soltanto quella cosa lì.
Il disco parla di questo. Parla di me stesso, ma contemporaneamente è dedicato a tutte le persone che non rientrano in una casella specifica. E io credo che siano la maggioranza. Solo che è una maggioranza che spesso cerca di silenziarsi.
Nel disco convivono politica, lavoro, tecnologia, desiderio, neurodivergenza, identità e solitudine. Sono tutte facce dello stesso problema?
In qualche modo sì. Il filo conduttore è proprio la difficoltà di essere una persona complessa in un mondo che tende a semplificare. Il problema non è avere tanti aspetti diversi: il problema è che spesso ci viene chiesto di sceglierne uno e di renderlo riconoscibile.
Il titolo nasce proprio da questa metafora informatica. Quando un file non si apre, il computer non dice necessariamente che il file è sbagliato: dice che il formato non è riconosciuto. Il problema può essere semplicemente l’incapacità di chi dovrebbe leggerlo di supportare quel formato.
E credo che questo sia applicabile a tantissime persone. Ci sono individui che cambiano forma continuamente, che fanno convivere passioni, mestieri, battaglie e caratteristiche che sulla carta sembrerebbero incompatibili. Ma non significa che ci sia qualcosa che non funziona. Significa che forse siamo noi ad avere bisogno di strumenti diversi per leggerli.
Partiamo da FIDEL CASTO. Il brano prende di mira la trasformazione delle battaglie sociali in slogan. Quanto ti preoccupa il fatto che oggi questioni politiche e sociali vengano sempre più comunicate attraverso la logica dei click?
Mi preoccupa infinitamente, ma non è neanche più soltanto una preoccupazione: è ormai una realtà sociale.
Io ho le mie idee e quindi devo dichiararle. Sono un progressista schierato a sinistra. Tra l’altro mi trovo costretto anche a spiegare cosa intendo con questi termini, perché oggi è diventato necessario farlo.
Per me essere di sinistra significa pensare prima a chi ha di meno rispetto a chi ha di più. Essere progressista significa invece chiedersi in che modo le cose possano essere cambiate e possano essere cambiate in meglio. Per me significa questo.
Partendo da questi presupposti, sono estremamente sconfortato nel vedere come l’agenda progressista si sia ormai paralizzata e come una certa destra economica, populista e reazionaria possa prosperare anche in assenza di un avversario in grado di controbattere.
Per anni una parte della sinistra si è chiusa in una torre d’avorio, sostenendo che gli elettori di destra fossero una manica di ignoranti e che le persone colte votassero a sinistra. Poi, evidentemente, alle urne le persone votano anche nel proprio interesse e non sulla base dell’appartenenza a una supposta élite intellettuale.
È anche una questione di comunicazione?
Assolutamente. Si è perso il focus sui diritti dei lavoratori, che storicamente rappresentano uno dei contributi fondamentali della sinistra, per inseguire battaglie sociali che però spesso vengono banalizzate, ridotte a slogan oppure raccontate attraverso un linguaggio incomprensibile a chi si trova al di fuori di quella specifica bolla.
E questo diventa particolarmente problematico quando si parla di categorie sociali fragili, come le persone trans. Ci sono persone che genuinamente non hanno capito il concetto di identità di genere, oppure che si fanno domande sulla distinzione tra sesso e genere o su determinati aspetti biologici. Hanno delle domande.
Il problema è che spesso queste persone non possono porle, perché vengono immediatamente etichettate come fasciste.
Ma se una persona che ha delle domande viene insultata da una parte e dall’altra parte trova qualcuno che le promette sicurezza economica e lavoro, è abbastanza prevedibile che si rivolga a chi le promette sicurezza economica. Non a chi la insulta.
Da anni una parte della politica di sinistra parla di minoranze per slogan, senza considerare sufficientemente le istanze che riguardano la maggioranza. I diritti delle minoranze non sono negoziabili: io stesso appartengo a svariate minoranze. Un programma di sinistra non può non considerarle, questo è fuori discussione. Ma dovrebbero essere inserite all’interno di un programma di più ampio respiro che affronti questioni che riguardano tutti: economia, sicurezza, giustizia, salute.
Quando invece il focus viene spostato soprattutto sulla necessità di dimostrare che “gli altri” sono omofobi, razzisti o misogini, si finisce per ridurre tutto allo stereotipo di “noi siamo i buoni e gli altri sono i cattivi”. Questo modo di fare politica può portare consensi individuali e carriere politiche, ma non necessariamente porta voti.
In UNO DI NOI c’è un verso molto forte: “Quel che temi di scoprire potrebbe farti respirare”. È uno dei concetti centrali dell’album?
Sì. Il brano parla nello specifico di neurodivergenza e autismo, ma l’ho scritto apposta per essere il più ampio possibile. Non volevo che fosse una canzone troppo specifica.
È un brano che parla di autoaccettazione. Alcuni elementi delle strofe fanno capire di cosa si sta parlando, ma il macroconcetto del ritornello è proprio quello: quello che temi di scoprire potrebbe farti respirare.
Io ho una mentalità abbastanza da conquistatore, nel senso che, finito un progetto, vorrei farne un altro, vorrei ottenere cose nuove. Ma alcune delle felicità più grandi, se non tutte le felicità più grandi della mia vita, non mi sono arrivate dalla conquista. Mi sono arrivate dall’accettazione, soprattutto dall’autoaccettazione.
È quella che ti fa respirare. È quella che ti consente di guardarti un po’ più allo specchio senza distogliere lo sguardo.
È un processo difficile?
È un lavoro molto duro. Ultimamente si parla tanto di decostruzione e la si predica: le persone si devono decostruire. Io trovo che sia una predica abbastanza idiota, almeno quando viene fatta in maniera superficiale.
La decostruzione, quando è fatta seriamente, è una cosa molto simile alla chemioterapia. Non la fai perché qualcuno te la ordina e non la fai se non in caso di stretta necessità. La fai quando ti rendi conto che, insistendo nel voler essere una cosa che non sei, ti stai facendo male da anni.
A un certo punto dici: non ho scelta, adesso devo confrontarmi con quello che sono.
E con il tempo ti rendi conto che hai degli strumenti che magari un tempo non avevi. Quando sei bambino e chi dovrebbe prendersi cura di te rifiuta determinati aspetti di te stesso, non puoi reggere quella situazione. Non puoi sopravvivere pensando che gli altri abbiano torto. Devi pensare che abbiano ragione loro.
Da adulto, invece, puoi avere risorse diverse. Puoi guardare in faccia quella cosa e renderti conto che magari non ti piace, ma che è una parte di te. E non è terribile.
Il giorno in cui riesci a guardarla e dici: “Sai cosa? Non è terribile”, è lì che inizia la vittoria. Poi con il tempo quella cosa diventerà neutra. Non necessariamente qualcosa che deve piacerti, ma qualcosa che può diventare neutro.
È un percorso di auto-liberazione veramente lungo e che, secondo me, si intraprende soltanto per una stretta necessità personale.
RUMORE BIANCO porta invece il disco in una dimensione molto più dolorosa. Quanto era importante mostrare anche la parte meno spettacolare e meno ironica di te?
Parto proprio dal titolo, Rumore bianco. Io soffro tantissimo la sovrastimolazione sensoriale che, per questioni commerciali, è diventata ormai uno standard ambientale.
Ristoranti, negozi, aeroporti, ma persino studi medici: molto spesso c’è musica in sottofondo, come se esistesse una sorta di horror vacui, un terrore del silenzio. Per chi ha condizioni simili alle mie è qualcosa di veramente pesante e può quasi rendere impossibile avere una vita sociale.
È uno degli elementi che più spesso mi ha portato ad avere crisi da sovraccarico sensoriale.
Una volta uno psicologo mi ha consigliato di utilizzare l’ascolto del rumore bianco, quei suoni neutri, come una specie di “pssss”. Nel mio caso non ha fatto chissà quale grande effetto, però mi ha dato l’idea per la canzone.
Volevo parlare di queste crisi, di quando il rumore diventa troppo. E diventa anche un rumore inutile. Un rumore che non serve a niente.
La scelta musicale, però, è sorprendente: hai trasformato un tema così difficile in un pezzo pop e dance.
Ed era proprio quella la vera sfida. Volevo che fosse un pezzo pop e dance.
Parlare di sofferenza psicologica, in questo caso legata a determinate condizioni, attraverso una chiave pop. Volevo che ci fosse questo contrasto.
E devo dire che la formula è piaciuta veramente tanto. Anche sulle varie piattaforme risulta tra i pezzi più ascoltati. A saperlo, forse l’avrei fatto uscire prima come singolo, però non c’è nulla che vieti di farlo in futuro.
Per me è interessante proprio perché dimostra che non è necessario rendere musicalmente pesante un argomento soltanto perché il contenuto è doloroso. Puoi anche farlo ballare. Puoi parlare di una crisi e contemporaneamente costruire una canzone che abbia energia, ritmo e una dimensione pop.
Nel disco ci sono poi AMORE ALIENO, SCENDE IN PISTA IL COMMERCIALISTA, AROUSAL, AI LOVER, TECHNOCRAZIA e NON PRODUCO E NON MI RIPRODUCO. Quanto era importante mantenere anche la tua componente più provocatoria e goliardica?
Fa parte di me e quindi sarebbe stato impossibile eliminarla. Però credo che anche nei brani apparentemente più assurdi ci sia sempre qualcosa che permette di parlare di altro.
Il grottesco e l’assurdo sono strumenti che mi permettono di prendere un tema e portarlo all’estremo. Posso parlare di desiderio attraverso la fantascienza, posso trasformare un commercialista in un’icona erotica, posso parlare di intelligenza artificiale attraverso una relazione sentimentale completamente assurda.
Il punto non è soltanto fare ridere. L’ironia permette di guardare una questione da una prospettiva diversa. E spesso proprio attraverso l’eccesso riesci a rendere evidente qualcosa che, raccontato in maniera convenzionale, rischierebbe di passare inosservato.
Arriviamo alla title track, che sembra quasi raccogliere tutto quello che hai raccontato fino a questo momento. Che cosa significa per te FORMATO NON RICONOSCIUTO?
È una canzone molto importante perché arriva alla fine del disco e porta tutto a una dimensione più intima.
Parla di chi si trova sul margine di una storia illeggibile, di chi si sente indecifrabile, impossibile da ricondurre a uno schema. C’è anche il tema della performance: puoi essere una star sul palco, puoi avere gli occhi degli altri addosso, ma quando esci di scena rimane la domanda su chi sei veramente.
E soprattutto c’è una domanda che non ha una risposta facile: “Come sei sopravvissuto? Oppure no?”.
Non volevo fare una canzone consolatoria fingendo di non sapere che non tutti ce l’hanno fatta. Mi sembrava disonesto.
Per questo il disco è dedicato anche a chi ha cambiato forma così tante volte che gli altri hanno rinunciato a definirlo. A chi ha capito che conoscere se stessi non significa necessariamente trovare un’unica etichetta che funzioni sempre, ma accettare di essere un puzzle complesso, fatto di pezzi che magari non sembrano nemmeno appartenere allo stesso gioco.
Dopo anni nei quali hai lavorato anche molto in ambito teatrale, finalmente torni sul palco con il tour di FORMATO NON RICONOSCIUTO. Che spettacolo dobbiamo aspettarci?
Sarà un bel tour con la band, che sarà anche la band più estesa che abbia mai avuto. Sarà un bello show.
Io curo molto l’aspetto, passami il termine, “drammaturgico” dei concerti. Non voglio che siano semplicemente un elenco di canzoni. Ci sono degli interventi tra un pezzo e l’altro, voglio che ci sia una costruzione, una sorta di messa pop alla quale il pubblico partecipa.
È sempre stato uno degli aspetti più belli della mia carriera, sia da vivere per me sia da vivere per il pubblico.
Avremo location molto grosse e molto belle, quindi ne approfitto per invitare le persone a partecipare.
Abbiamo già fatto un’anteprima a Padova, ma lì mancavano i brani del nuovo album. E mi è piaciuto molto tornare a quella dimensione, anche perché sono anni che non facevo concerti: negli anni precedenti ho fatto spettacoli teatrali e il palco musicale era una dimensione che mi mancava.
Sarà bello fare quasi tutto il nuovo album insieme a buona parte dei pezzi più famosi. Mi piace farlo, il pubblico se lo aspetta e io voglio rendere felice il pubblico.
Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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