Intervista a Settembre, che racconta “Lentiggini”, il nuovo singolo tra voce, archi, pianoforte, influenze pop e una nuova consapevolezza artistica.
A pochi mesi dalla vittoria di Sanremo Giovani con Vertebre, Settembre torna con un nuovo capitolo musicale che racconta una fase diversa della sua vita e della sua crescita artistica. Dopo Due settimane, singolo pubblicato lo scorso luglio e portato sui palchi dei principali festival radiofonici italiani durante l’estate, il cantautore napoletano presenta Lentiggini, in uscita venerdì 25 settembre per Latarma Records, distribuito da ADA/Warner Music Italy.
Il brano segna una ripartenza, ma anche una maggiore consapevolezza. Musicalmente, Settembre sceglie di mettere la propria voce al centro, costruendo attorno a essa un arrangiamento nel quale pianoforte e archi dal vivo accompagnano una progressione emotiva sempre più intensa. Il risultato è una canzone che parte in punta di piedi e cresce ritornello dopo ritornello, fino a raggiungere uno special particolarmente potente.
Dietro questa scelta c’è anche l’influenza di ascolti importanti, da Adele al pop inglese contemporaneo, e la volontà di sperimentare sempre di più con strumenti suonati dal vivo. Ma Lentiggini racconta soprattutto un modo di scrivere: concreto, visivo, attento ai dettagli e capace di alternare immagini astratte e descrizioni estremamente terrene.
Dopo il successo di Vertebre e i numerosi riconoscimenti ottenuti nel 2025, Settembre racconta il significato di questa nuova fase, il lavoro in studio, il rapporto con i musicisti e le ambizioni per il futuro.
Intervista a Settembre, il nuovo singolo “Lentiggini”
Settembre, dopo un periodo di silenzio e riflessione sei tornato prima con Due settimane e ora con Lentiggini. Che cosa rappresentano questi due singoli nel tuo percorso artistico?
Sicuramente una ripartenza, un restart e finalmente musica. Avevo scritto tanto e sentivo il desiderio di uscire, di far ascoltare quello che avevo realizzato. Quindi, per il momento, questi due singoli fotografano anche un momento personale nel quale mi sento felice e soddisfatto. Sono brani che arrivano dopo un periodo nel quale avevo bisogno di fermarmi, vivere, riflettere e capire delle cose. Adesso invece avevo voglia di tornare fuori con la mia musica e di farlo con qualcosa in cui credessi davvero.
Rispetto al periodo di Vertebre, quindi anche rispetto a quando ti stavi preparando a Sanremo Giovani, che cosa è cambiato in te?
Sicuramente ho più consapevolezza, anche perché sono un pochino più grande. È una consapevolezza sia personale sia artistica e musicale. Allo stesso tempo, però, c’è ancora tanto di Andrea e di Settembre di allora. Non sento di aver cancellato quella persona o quella parte del mio percorso. È cresciuta insieme a me e oggi la ritrovo all’interno di quello che sto facendo. Credo che la differenza principale sia proprio nella consapevolezza. Oggi conosco un po’ meglio me stesso, quello che voglio raccontare e anche il modo in cui voglio farlo musicalmente.
Lentiggini colpisce anche per la costruzione musicale. In particolare, la voce sembra essere ancora più a fuoco. Come avete lavorato sul sound?
Siamo partiti proprio dall’idea di voler dare spazio alla voce. Volevo che fosse al centro e, più in generale, questo è quello che sto cercando di fare nei pezzi che sto scrivendo ultimamente: voglio che la mia voce sia lo strumento principale e narrativo più importante. Da questa consapevolezza è nata anche la volontà di costruire il brano in maniera semplice. Ci sono i violini, c’è il pianoforte, c’è la voce. Sono pochi elementi, ma ognuno deve avere il proprio spazio. In particolare, gli archi registrati dal vivo aggiungono una dimensione che possiamo definire anche cinematografica. Era proprio quello che cercavo.
Quindi il riferimento al cinema è stato presente fin dall’inizio?
Sì. Cercavo il cinema, cercavo una colonna sonora. Volevo sentirmi dentro quel mondo. In quel periodo venivo anche da una fase nella quale ascoltavo tantissimo Adele, soprattutto 19 e 21, che considero album pazzeschi e che mi hanno ispirato molto. Hanno influenzato la scrittura di Lentiggini e anche quella dei prossimi brani. Mi interessava proprio quella capacità di costruire un’emozione attraverso la voce, gli strumenti e una progressione che riuscisse ad allargarsi senza perdere il centro della canzone.
Lentiggini cresce ritornello dopo ritornello fino ad arrivare a uno special molto intenso. Come avete lavorato sulla dinamica?
Ci ha guidato molto il gusto. È stato il gusto a guidarci e poi la struttura della canzone si è messa al servizio di questa esigenza. Abbiamo prestato molta attenzione alle dinamiche e all’utilizzo specifico delle dinamiche all’interno del brano. Volevamo che ci fosse una crescita progressiva, ma senza perdere quella centralità della voce dalla quale eravamo partiti. A un certo punto avevamo anche provato a inserire delle batterie, ma non ci suonava. Il pezzo, per noi, funzionava meglio così: più crudo e diretto. Quindi ci siamo fidati del nostro istinto. Io mi sono fidato molto delle mie orecchie. Abbiamo fatto tante versioni di Lentiggini, anche con alcune differenze melodiche, ma quella che oggi ascoltate è in realtà la prima versione. Alla fine siamo tornati all’origine. Era la versione che sentivamo più sincera.
È interessante perché, ascoltando il brano, la produzione orchestrale e la scrittura pop sembrano convivere in maniera molto naturale. Quanto lavoro c’è dietro quella naturalezza?
C’è tantissimo lavoro. È tutto molto naturale nel risultato, ma dietro c’è stata tantissima attenzione. A guidarmi è stato soprattutto il gusto. Cerco continuamente di distinguere un suono rispetto a un altro, una scelta rispetto a un’altra. Ascolto e riascolto le cose tantissime volte. Veramente, le mie orecchie sanguinano per quanto ascolto e riascolto quello che faccio! C’è quindi una cura massima, ma anche una certa artigianalità. Nel senso che c’è la voglia di arrivare a quella semplicità senza renderla banale.
La tua scrittura si compone di immagini. Quanto è importante per te questo elemento?
Cerco di essere il più reale possibile quando scrivo. Mi piace molto giocare con le immagini astratte e poi tornare super terreno, dare dei dettagli, essere molto descrittivo. È una cosa che mi piace moltissimo anche quando ascolto i brani degli altri. Quando sento delle descrizioni molto concrete, per esempio delle scarpe, del modo in cui una persona è vestita, composta o seduta, le trovo super affascinanti. Mi piace che dentro una canzone ci siano delle immagini che riescano a farti vedere una scena. Anche quando magari si parte da qualcosa di astratto, mi interessa poi riportare tutto a un dettaglio reale.
Rispetto a Due settimane, Lentiggini mostra quindi un altro lato della tua scrittura. Che direzione sta prendendo oggi la tua musica?
È difficile dire quale sia una direzione precisa perché sto scrivendo tanto. In questo momento sto soprattutto sperimentando e mi sto divertendo. Una cosa che sto facendo molto è giocare con gli strumenti dal vivo. In Lentiggini ci sono gli archi, mentre in Due settimane si sente una batteria vera e questa cosa si percepisce. Mi sto facendo ispirare molto anche dal pop inglese attuale. Penso, per esempio, a Ray, che sta lavorando molto anche con una dimensione orchestrale. Quindi, in questo momento, ascolto, provo, scrivo e mi faccio guidare dal gusto. Non voglio ancora definire in maniera troppo precisa dove sto andando.
Sei sempre stato un ascoltatore molto vorace. Quanto influenza quello che ascolti ciò che poi scrivi?
Tantissimo. Io, se potessi, qualsiasi attività della mia vita la farei ascoltando musica. Sono proprio un ascoltatore seriale. La musica mi accompagna continuamente e inevitabilmente quello che ascolto entra anche nel mio modo di scrivere e di pensare. Non necessariamente in maniera diretta, però sicuramente influenza il gusto, le scelte, i suoni che mi incuriosiscono e il modo in cui immagino una canzone.
Come è cambiato il tuo approccio allo studio? Arrivi già con un’idea precisa oppure lasci spazio a quello che può accadere insieme agli altri musicisti?
Io adoro lavorare con altri musicisti. Mi stimola tantissimo. Sono anche un grande fan del lavoro di squadra, perché secondo me vince sempre l’idea migliore. Non deve essere una gara a chi fa di più o a chi fa di meno: vince l’idea migliore. Quando sei con un musicista che ha l’arte nelle mani e riesce a trovare l’accordo giusto, la composizione armonica giusta, senti quella cosa nella pancia che ti fa dire: “È quella”. E quando hai il feedback di una persona che fa questo nella vita, che ha quella sensibilità e quella competenza, è un bellissimo cerchio che si chiude. Il mio approccio in studio è maturato, ovviamente anche in relazione alla mia età e all’esperienza, ma non è cambiato nella sua natura. Vado ancora in studio con la testa libera. A volte so di cosa voglio parlare o ho già un’idea musicale. Altre volte vado semplicemente ad annusare, a vedere cosa succede quel giorno, cosa riusciamo a captare. E mi piace molto anche questa parte imprevedibile del processo.
Dopo Vertebre hai vissuto un anno molto importante, con la vittoria a Sanremo Giovani e numerosi riconoscimenti. Hai mai sentito la pressione delle aspettative?
Io non l’ho avvertita. Ero più consapevole della pressione parlando con le persone, capivo che c’era, ma non ero vittima della pressione. Ho sempre cercato di fare il mio, di impegnarmi e di lavorare. E soprattutto ci tenevo tantissimo a tornare con qualcosa in cui credessi realmente. Sono abbastanza perfezionista e, in alcuni casi, anche un po’ autolesionista in questo senso. Ci tenevo ad arrivare con quella cosa che mi convincesse di più. Credo che fosse la cosa più importante: non pubblicare semplicemente qualcosa perché dovevo tornare, ma aspettare il momento nel quale avessi qualcosa che sentivo davvero mio.
È stato necessario quindi fermarti e vivere prima di poter tornare a scrivere?
Sì. Se non vivi, non scrivi. In quel momento avevo bisogno di vivere, di capire tante cose. Avevo bisogno di fare esperienza e di attraversare una fase personale diversa. Poi sono arrivati questi brani. E credo che sia stato giusto così, perché oggi sento che quello che sto facendo arriva da un posto diverso.
Nella tua musica la componente visiva è molto importante. Quanto intervieni personalmente anche nella realizzazione del videoclip?
Io intervengo al cento per cento. Sono molto, come posso dire, ho una visione. “Visione visiva” forse non è la definizione giusta. Diciamo che sono un visionario. Quando scrivo una canzone e quando il brano è finito, per me quella canzone ha una forma, un colore, a volte anche un numero, una stagione. Questo mi aiuta tantissimo creativamente. Mi permette di dare un senso non soltanto uditivo, ma anche visivo alla canzone. È come se il brano avesse una dimensione tridimensionale. Non è soltanto quello che ascolti: nella mia testa ha anche una forma, un’atmosfera, un colore. E questo mi aiuta poi anche nelle scelte visive.
Se ci incontrassimo nuovamente tra un anno, quale traguardo vorresti poter raccontare?
Tu lo sai che sono anche un po’ scaramantico, quindi non vorrei dire troppo! Però mi piacerebbe tornare da te, sedermi qui e dirti che ho fatto tanti bei concerti miei e che ho realizzato un bell’album del quale sono fiero. Quello sarebbe sicuramente un bel traguardo.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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