Anna Castiglia

Intervista ad Anna Castiglia racconta “La paura in tasca”, il suo nuovo album, tra libertà, cambiamento, ironia e ricerca di una propria identità musicale.

Dopo il riscontro ottenuto con il primo album e il riconoscimento della Targa Tenco, Anna Castiglia affronta il passaggio forse più delicato della carriera di un’artista: il secondo disco. “La paura in tasca” nasce infatti dalla necessità di dare ancora più spazio alla musica, senza però rinunciare a quella scrittura ironica, teatrale e profondamente personale che ha caratterizzato il suo percorso.

Un album in cui convivono generi, atmosfere e linguaggi differenti, costruito insieme ai produttori Alessandro Di Schuller e Ramiro Levi attraverso un lavoro di continua sperimentazione. Anna parte dai testi, ma lascia che siano anche gli arrangiamenti a suggerire nuove strade, cercando un equilibrio tra riconoscibilità e desiderio di non essere incasellata.

Dal mantra di “Insisto perché esisto” alla riflessione identitaria di “Niente di me”, passando per il bisogno di perdersi raccontato in “Sin Samba”, l’artista mette in musica dubbi, aspettative e paure. E proprio la paura diventa il filo conduttore del progetto: non qualcosa da nascondere, ma da portare con sé.

Anna, “La paura in tasca” rappresenta un passaggio importante del tuo percorso: cosa significa per te arrivare al secondo album?

Sicuramente rappresenta quello scalino del secondo album che storicamente è il più difficile. È un po’ un ostacolo, ma spero possa essere anche un trampolino. È una nuova esposizione, anche se la prima l’ho già fatta: mi sono tuffata in quel mare discografico e adesso tocca risalire e rituffarsi. Dopo il primo album ho avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico, ma soprattutto dalla critica, anche con la Targa Tenco, quindi naturalmente affrontare il secondo disco porta con sé delle aspettative. Però ho cercato di concentrarmi soprattutto sulla musica e sul lavoro che volevo fare.

Qual è stata la prima esigenza da cui è nato questo secondo album?

Era proprio un’esigenza musicale. I testi sono sempre importanti e sono sempre parte del mio cantautorato, però questa volta volevo dare molto più spazio alla musica e agli arrangiamenti. Con Alessandro Di Schuller e Ramiro Levi, che hanno prodotto il disco, abbiamo giocato moltissimo da questo punto di vista. Abbiamo preso i pezzi che avevo portato chitarra e voce e li abbiamo suonati in tutti i modi possibili, cercando diverse soluzioni. Poi abbiamo scelto quelle che sentivamo più giuste e le abbiamo quasi “fissate nella pietra” registrandole. Questa era l’esigenza, l’urgenza da cui è partito il disco.

“La paura in tasca” è anche un titolo che sembra racchiudere perfettamente il senso dell’album. Quando hai capito che sarebbe stato quello giusto?

L’ho deciso quando mi è stato chiesto: “Allora, il titolo qual è?”. Ovviamente ci pensavo già da tanto tempo, ma mi risuonava questo titolo, che è anche quello dell’ultima canzone del disco. Questa volta la canzone chiude, a differenza del primo album, dove il titolo era legato al brano che apriva il progetto. Non è più una premessa, ma quasi una conclusione. È qualcosa che raggiungi con il tempo e anche il titolo l’ho raggiunto con il tempo.

A un certo punto ho capito che quello delle paure era il concetto che tornava maggiormente nelle canzoni. C’è sempre una paura nascosta, legata ogni volta a un tema differente. Avevo anche il dubbio di mettere nuovamente come titolo quello di una canzone, però era la definizione che più di tutte simboleggiava e riassumeva l’album.

“Insisto perché esisto” apre il disco con una frase che sembra quasi una dichiarazione di intenti. Quanto c’è di autobiografico in quel mantra?

È una canzone senza ritornello. È una di quelle in cui la strofa e il ritornello coincidono e alla fine rimane quella frase: “Insisto perché esisto”. È un po’ un mantra. Musicalmente è anche diversa dalle altre, perché poi c’è questa svolta un po’ afrobeat sul finale. Volevo iniziare proprio con quella, sia per la sua forma non particolarmente canonica, sia per il significato della frase. “Insisto perché esisto” è una consapevolezza del mio corpo e della mia esistenza. E quindi devo insistere.

La forma canzone, però, è qualcosa che ami mettere in discussione. Quanto senti il bisogno di uscire dagli schemi?

Abbastanza. Anche se dentro di me ci sono quei tre minuti, senza neanche deciderlo: i tre minuti con la struttura, la strofa, il ritornello e il bridge. Però mi piace uscire dagli schemi ogni tanto, anche dalla metrica, come dice anche Elmiro. Mi piace sperimentare e vedere fin dove posso spingermi senza necessariamente dover rispettare una struttura precisa.

Nella tua scrittura riesci a passare dall’ironia alla riflessione senza perdere naturalezza. Quanto lavori sul confine tra una frase divertente e una frase capace invece di lasciare una domanda all’ascoltatore?

Ci lavoro molto, perché non vorrei cadere né troppo nel cinismo né troppo nella comicità. Mi piace prendere il dramma con il sorriso. È un po’ il trucco dell’ironia, ed è anche la sua parte più bella: sotto c’è comunque un dramma, un sentimento, una riflessione, un tema. Poi c’è il modo in cui decidi di presentarlo. Può essere ironico oppure può essere più schietto. Per me l’ironia non significa eliminare la profondità di quello che sto raccontando, ma trovare un modo diverso per arrivare allo stesso punto.

Nei tuoi testi giochi molto con parole, rime imperfette, assonanze e associazioni apparentemente imprevedibili. Nella fase di scrittura arriva prima la musicalità o il significato?

Dipende. A volte la musicalità è la prima cosa. Però cercare la musicalità può darti anche delle soluzioni di significato che non avevi pensato prima e poi trovi un significato proprio grazie a quella parola. Altre volte, invece, mi metto una consegna e dico: “No, il significato è questo e devo trovare qualcosa di musicale che possa dirlo in quel modo, rispettando anche la metrica”. Quindi alterno le due cose.

In “Alito Sonoro” metti in discussione le parole e persino il meccanismo stesso delle canzoni. Quanto ti interessa giocare con le aspettative dell’ascoltatore?

Tantissimo. Tra l’altro “aspettative” è una parola che torna spesso anche nel disco. A un certo punto uno dei titoli che avevo pensato era proprio “Paure, aspettative e altro”. Quindi sì, gioco tantissimo con questa cosa. Mi piace stupire, allo stesso tempo mi spaventa ogni volta che lo faccio, perché poi ci si aspetta qualcosa. È un meccanismo abbastanza paradossale: vuoi sorprendere e nel momento in cui sorprendi crei immediatamente una nuova aspettativa.

Come avete lavorato musicalmente per trovare un sound coerente con testi così ricchi e che chiedono di essere ascoltati, ma anche letti?

Ci siamo molto messi al servizio del testo. Sono partita da quello e con Alessandro e Ramiro abbiamo trovato un modo più sintetico di vestire le canzoni. In alcuni casi sono state soprattutto le parole a guidare la musica, in altri invece la musica è stata la prima cosa. Quello che ho chiesto è stato: “Lo so che le canzoni sono tanto diverse, cerchiamo di trovare un modo per renderle unite, però non facciamo un unico stampino per tutte”. Dovevamo assecondare quello che ogni canzone suggeriva. Se un brano suggeriva una fisarmonica che poteva stare solo lì, allora mettevamo la fisarmonica. Non volevo forzare tutte le canzoni dentro lo stesso linguaggio.

“Niente di me” sembra rifiutare proprio le definizioni e le aspettative. Quanto ti spaventa essere incasellata in uno stile preciso?

Tanto. L’essere riconoscibile è una cosa che ti viene un po’ suggerita e anche imposta dai canoni estetici e dai social di oggi. Essere riconosciuta è una cosa bella. Quello che mi spaventa è essere incasellata in un genere, dentro un paio di occhiali, dentro una definizione. Cerco sempre di sfuggire da quella casella. Questa cosa forse potrà far venire qualche giramento di testa, però ci sta. Preferisco poter cambiare, provare cose diverse e non sapere già in anticipo quale sarà il risultato.

Evolversi senza perdere quegli elementi che hanno costruito la propria identità artistica è una delle sfide più difficili. Qual è la tua paura più grande in questo senso?

La mia paura più grande è quella di ripetermi e di citarmi, di essere un po’ la copia di me stessa. A volte si rischia di farlo proprio quando ci si vuole evolvere ma allo stesso tempo non si vuole abbandonare quello che si era prima, per non deludere o per avere paura di non essere riconosciuti. Allora magari pensi: “Devo mettere una canzone come ‘Gali’ o altro, perché altrimenti non mi riconoscono”. Io invece ho un po’ accettato questa cosa: di fatto, come dice “Sin Samba”, non ci sono “pezzi latini”. È una cosa che era molto presente nell’altro disco. Penso sia un’evoluzione, non lo so, comunque è un cambio.cQuando qualcuno mi dice “non cambiare mai, resta così”, io sento male, perché il cambiamento è una cosa buona. Ci sono delle basi solide su cui poggiarsi sempre, però i rami cambiano, crescono.

La tua scrittura ha da sempre una componente molto teatrale, quasi da monologo musicale. Quando scrivi pensi già alla dimensione live?

Tanto. Questa cosa mi viene anche molto rimproverata in studio, perché a volte può bloccare la creatività. Magari siamo presi, stiamo suonando uno strumento, troviamo un’idea e poi penso: “Oddio, ma live come lo mettiamo questo?”. E allora magari dovrei lasciar perdere e pensare al live dopo. Però penso tantissimo alla dimensione dal vivo perché è il mio punto di partenza. Vorrei portare un po’ quella dimensione anche nel disco. Per me le canzoni devono avere una vita anche sul palco.

Oggi che “La paura in tasca” è fuori, qual è l’aspetto della tua musica che ti rende più orgogliosa?

Forse proprio questa elasticità. Per quanto io sia una persona rigida e severa, c’è questa elasticità e questa varietà che continuo a mantenere. La varietà è un po’ il genere che mi piace. E voglio che ci sia anche nella mia musica dal vivo.

Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo live?

Sicuramente voglio suonare dal vivo tutto il secondo album. Poi ci sarà buona parte del primo e voglio capire se inserire altre cose, elementi un po’ teatrali come nello scorso tour. Devo capire se riprendere il tip-tap oppure aspettare e rimetterlo in un modo un po’ diverso. Ci sto lavorando. A ottobre deciderò le sorti di questo live. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Dopo il riscontro del primo album e la Targa Tenco, quanto senti la pressione intorno a questo secondo progetto?

Non lo so. La sento e questa cosa mi mette pressione. Non so come ci sono riuscita, forse impegnandomi in altro e dimenticandomene, concentrandomi sul disco. Non lo so davvero come si gestisce, ti dico la verità: non l’ho ancora capito.

Forse la risposta, ascoltando il disco, è proprio nella libertà e nella musica.

Esatto, forse è quello. E ci vuole anche tanto coraggio.

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