Ingrid Carbone 2026

La pianista, matematica e divulgatrice di musica e cultura Ingrid Carbone sarà protagonista dell’evento “L’universo femminile tra le note di Schubert, Liszt e Leoncavallo” sabato 16 maggio, alle ore 10.30, a Milano, al CASVA – Centro di Alti Studi sulle Arti Visive (Via Isernia, 5). 

L’evento, che fa parte del cartellone di Piano City Milano, si configura come una “conversazione-concerto”, format ideato dalla stessa Ingrid, che costituisce la cifra distintiva del suo percorso artistico, integrando esecuzione musicale e dimensione divulgativa in un unico percorso di ascolto e approfondimento culturale.

Per l’occasione la pianista proporrà un percorso musicale e narrativo dedicato all’universo femminile.

Intervista a Ingrid Carbone 

Qual è stato il momento più significativo del tuo percorso artistico fino ad oggi?

È difficile individuare un solo momento davvero decisivo, perché il mio percorso artistico è stato costruito attraverso tante esperienze diverse, ciascuna importante a suo modo. Sicuramente, però, ci sono stati alcuni episodi che hanno lasciato un segno particolarmente profondo.

Uno dei più emozionanti è stato il riscontro del pubblico durante le conversazioni-concerto, soprattutto quando percepisco che si crea un silenzio carico di partecipazione e di ascolto autentico. Ricordo, ad esempio, il concerto tenuto al Festival della Scienza di Cagliari: dopo l’esecuzione della trascrizione lisztiana del Lied di Schubert La giovane monaca, il pubblico rimase immobile e in silenzio per alcuni istanti prima di applaudire. È stato uno di quei momenti in cui si comprende davvero la forza comunicativa della musica.

Un altro momento fondamentale è stato l’incontro con Franz Liszt attraverso lo studio delle sue opere. La scoperta del suo universo musicale, approfondita anche grazie all’incontro con Lazar Berman, ha rappresentato per me una vera folgorazione artistica e umana, destinata a influenzare profondamente tutta la mia attività successiva.

Quanto hanno influito gli incontri con grandi maestri sulla tua interpretazione musicale?

Gli incontri con grandi maestri hanno influito in maniera determinante sulla mia formazione e sulla mia interpretazione musicale. Devo moltissimo agli insegnanti che ho avuto in conservatorio, che mi hanno trasmesso non soltanto la tecnica pianistica, ma anche il gusto musicale, il rigore nello studio e l’apertura verso repertori molto diversi.

Sarò sempre grata a Maria Laura Macario, a Flavio Meniconi e a Francesco Monopoli, che hanno accompagnato le diverse fasi della mia formazione. Successivamente, l’incontro con Lazar Berman è stato fondamentale, soprattutto per l’approfondimento del repertorio lisztiano.

Cristiano Burato, invece, mi ha incoraggiata a riprendere il repertorio solistico in un momento in cui mi stavo dedicando quasi esclusivamente alla musica da camera. Edoardo Gando mi ha aiutata ad approfondire la ricerca sul suono e sul tocco pianistico, mentre Achilles Delle Vigne mi ha spinta verso repertori di grandissima complessità tecnica e interpretativa.

Ognuno di questi incontri ha contribuito a costruire la mia identità artistica e il mio modo di intendere l’interpretazione musicale.

La tua discografia è stata premiata e riconosciuta dalla critica internazionale. Come scegli i repertori e i progetti su cui lavorare?

Scelgo i repertori e i progetti discografici sulla base di un interesse non soltanto musicale, ma anche culturale, intellettuale e spirituale. Negli ultimi anni ho seguito principalmente due grandi direzioni: da una parte la valorizzazione della musica italiana e della musica dedicata all’Italia, dall’altra la ricerca di una dimensione spirituale e interiore della musica.

Il progetto dedicato alle composizioni pianistiche di Ruggero Leoncavallo, pubblicato da Da Vinci Classics, mi ha dato grandi soddisfazioni. L’album ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, tra cui una nomination agli International Classical Music Awards come uno dei migliori album pubblicati nel 2022, oltre a diverse medaglie ai Global Music Awards negli Stati Uniti.

Anche i progetti dedicati a Liszt e alle trascrizioni dei Lieder di Schubert hanno rappresentato tappe fondamentali del mio percorso artistico. L’incontro con la musica di Liszt è stato per me una vera folgorazione, iniziata già durante gli anni del conservatorio attraverso lo studio di Funérailles, scelto per me dal maestro Flavio Meniconi.

Cerco sempre di sviluppare progetti che abbiano una coerenza culturale profonda e che raccontino una storia capace di andare oltre la semplice esecuzione musicale.

Come spiegheresti ai lettori l’incontro tra matematica e musica nelle tue conversazioni-concerto?

Le conversazioni-concerto nascono dal desiderio di avvicinare il pubblico alla musica attraverso una comprensione più profonda delle opere eseguite. In questo percorso, matematica e musica si incontrano naturalmente, perché entrambe richiedono struttura, coerenza, equilibrio interno e capacità di interpretazione.

Il mio approccio allo spartito è fortemente influenzato dalla mia formazione scientifica: studio la musica attraverso un metodo logico-deduttivo, cercando di comprendere il significato di ogni elemento presente nella partitura. Allo stesso tempo, però, questo rigore non limita l’interpretazione; al contrario, la rende più libera e consapevole.

Durante le conversazioni-concerto cerco di condividere con il pubblico proprio questo percorso di comprensione. Non si tratta soltanto di spiegare un brano, ma di accompagnare gli ascoltatori all’interno della musica, aiutandoli a coglierne la struttura, il significato e l’emozione.

Ritrovi elementi matematici nelle composizioni che interpreti?

Più che elementi matematici espliciti, nella musica ritrovo spesso strutture, simmetrie e procedimenti che richiamano un pensiero geometrico e architettonico.

Questo è particolarmente evidente nella musica di Bach, che rappresenta forse il caso più straordinario di costruzione formale. Nelle sue composizioni troviamo trasposizioni, riflessioni, traslazioni, sovrapposizioni tematiche e procedimenti contrappuntistici di grande complessità.

Basti pensare ai canoni, nei quali uno stesso tema viene riproposto con differenti spostamenti temporali o intervallari. Tutto questo rivela una straordinaria capacità di organizzazione interna della struttura musicale.

Naturalmente la musica non può essere ridotta a un fatto matematico, perché resta sempre un linguaggio espressivo ed emotivo. Tuttavia, la presenza di queste strutture contribuisce alla sua coerenza e alla sua forza comunicativa.

In che modo rigore analitico e sensibilità espressiva si integrano nel tuo lavoro?

Per me il rigore analitico è la condizione necessaria per raggiungere un’interpretazione davvero libera e consapevole. Non considero affatto il rigore scientifico come un limite all’espressività; al contrario, credo che sia proprio lo studio approfondito della partitura a permettere una libertà interpretativa autentica.

Recentemente ho definito questo approccio con l’espressione: “rigore scientifico per un’interpretazione libera e consapevole”, che è diventata anche il sottotitolo di una mia conversazione-concerto.

L’interpretazione musicale è certamente qualcosa di personale, ma non può essere arbitraria o casuale. Ogni scelta interpretativa deve nascere dalla struttura del brano, dalla sua natura, dal linguaggio del compositore e, se possibile, dalla comprensione della sua intenzione espressiva.

Per questo motivo affronto lo studio in maniera estremamente approfondita, quasi certosina. Quando riesco davvero a comprendere il brano nella sua totalità, l’interpretazione non deve più essere “costruita” artificialmente: emerge in modo naturale.

Qual è la reazione del pubblico nei diversi contesti culturali — Europa, Cina, Sud America, Medio Oriente?

La reazione del pubblico è stata sempre estremamente positiva in tutti i contesti culturali in cui ho presentato le mie conversazioni-concerto. Questo format si è dimostrato sorprendentemente universale, capace di superare confini geografici e culturali.

In particolare, ho ricevuto grandi soddisfazioni in Oriente e in Medio Oriente, dove il mio approccio ha contribuito ad avvicinare alla musica classica occidentale anche persone che non hanno con questo repertorio la stessa familiarità che abbiamo noi in Europa.

Il pubblico reagisce con entusiasmo perché si sente coinvolto direttamente nel percorso musicale e culturale proposto. Questo accade nei teatri, nei conservatori, nelle università e nei festival scientifici, con pubblici molto diversi tra loro.

Sono proprio questi riscontri internazionali che mi incoraggiano a continuare lungo questa strada.

Come scegli i temi da approfondire e quali esperienze ritieni più coinvolgenti per il pubblico?

La scelta dei temi e dei repertori dipende sempre molto dal contesto e dal tipo di pubblico a cui mi rivolgo. Cerco di costruire ogni evento come un percorso coerente, pensato appositamente per il luogo, l’occasione e gli ascoltatori presenti.

Quando mi trovo in un ambiente scientifico, per esempio, approfondisco maggiormente il rapporto tra matematica e musica, spesso utilizzando anche supporti visivi come presentazioni in PowerPoint. In altri contesti, invece, scelgo percorsi differenti.

Per esempio, in occasione di una conversazione-concerto realizzata l’8 marzo al Conservatorio di Catanzaro, ho proposto un repertorio interamente declinato al femminile, legato al rapporto tra musica, poesia e figura femminile.

Durante le mie esperienze in Palestina e in Giordania ho invece inserito nel programma composizioni di Leoncavallo caratterizzate da atmosfere e suggestioni orientaleggianti, proprio come omaggio culturale ai paesi ospitanti.

Più che inseguire semplici curiosità, cerco sempre di raccontare una storia musicale che abbia una forte coerenza interna e che possa creare un autentico coinvolgimento emotivo e culturale.

Sei docente universitaria: come riesci a coniugare l’attività concertistica con l’insegnamento e la ricerca scientifica?

Con grande organizzazione e, devo ammetterlo, anche con molti sacrifici personali. Il mio lavoro assorbe completamente il mio tempo e le mie energie, per cui spesso non esiste una reale distinzione tra giorni feriali e giorni festivi.

Questo significa rinunciare a molte cose della vita quotidiana: al tempo libero, ai weekend, alle vacanze improvvisate e talvolta persino alla possibilità di vedere gli amici con la frequenza che vorrei. Tutto deve essere pianificato con largo anticipo.

Tuttavia, gli impegni che assumo li scelgo consapevolmente e con grande passione, quindi sono felice del percorso che ho intrapreso.

Quando possibile, cerco comunque di ritagliarmi piccoli momenti di pausa, soprattutto durante i viaggi legati agli impegni artistici internazionali. Per esempio, durante una tournée in Giordania ho deciso di fermarmi qualche giorno in più per visitare Petra e approfondire la conoscenza del territorio e della cultura locale.

In che modo la tua formazione matematica ha arricchito la tua prospettiva artistica e la comunicazione della musica?

La mia formazione matematica ha influenzato profondamente sia il mio approccio artistico sia il mio modo di comunicare la musica.

Da una parte, il metodo logico-deduttivo tipico della ricerca scientifica mi aiuta nello studio della partitura, nell’analisi della struttura musicale e nella costruzione dell’interpretazione.

Dall’altra parte, la mia esperienza nella didattica universitaria e nelle conferenze scientifiche mi ha dato strumenti molto importanti anche sul piano della comunicazione. Essere abituata a parlare durante convegni, lezioni e incontri accademici mi ha aiutata a sviluppare un linguaggio chiaro, organizzato e capace di adattarsi ai diversi pubblici.

Credo che proprio questa combinazione tra rigore scientifico e sensibilità artistica renda particolarmente efficace il mio modo di raccontare e condividere la musica.

Che consiglio daresti a chi desidera esplorare la musica in modo interdisciplinare, unendo arte e scienza?

Il consiglio principale è quello di coltivare la curiosità e di non accettare rigidamente la separazione tra discipline umanistiche e scientifiche.

Arte e scienza non sono mondi opposti: entrambe nascono dal desiderio di comprendere la realtà e di interpretarla. Per questo credo sia importante costruire una formazione il più possibile ampia e trasversale, senza paura di attraversare linguaggi e ambiti differenti.

Naturalmente questo richiede tempo, pazienza e uno studio approfondito. Non esistono scorciatoie culturali né percorsi immediati. È necessario leggere, ascoltare, approfondire e confrontarsi continuamente con prospettive diverse.

Credo anche che sia fondamentale sviluppare un ascolto consapevole, capace di andare oltre la superficie delle cose. Solo così si può arrivare a una comprensione autentica della musica e della cultura in generale.

Quali sono i tuoi progetti futuri, sia sul piano musicale sia su quello culturale?

Sto lavorando a un nuovo progetto discografico molto impegnativo, probabilmente il più complesso che abbia affrontato finora. È un lavoro strettamente collegato alla mia produzione precedente, ma richiederà ancora molto tempo prima di vedere la luce, quindi difficilmente sarà pronto prima del 2027.

Parallelamente, sto riflettendo da tempo sulla possibilità di trasformare in un libro il lavoro di divulgazione che porto avanti attraverso le conversazioni-concerto. In molti, sia in Italia sia all’estero, mi hanno incoraggiata a mettere nero su bianco questo percorso interdisciplinare tra musica, matematica e cultura.

È un progetto che richiede tempo e diverse valutazioni, anche dal punto di vista editoriale e linguistico, ma credo che sia arrivato il momento di dare una forma più stabile e strutturata a questa esperienza.

Guardando alla tua esperienza internazionale, quale messaggio speri di trasmettere attraverso la musica e la cultura?

Il messaggio principale che desidero trasmettere è che la musica non ha confini. Non esistono barriere geografiche, politiche, religiose o culturali che possano limitare davvero la forza comunicativa dell’arte.

Ho avuto la possibilità di esibirmi in contesti molto diversi tra loro e ho sempre percepito la stessa capacità della musica di creare dialogo, partecipazione ed emozione condivisa.

Un altro messaggio a cui tengo molto riguarda l’importanza di una cultura trasversale, capace di mettere in dialogo arte e scienza, sensibilità ed esercizio del pensiero critico. Credo che la conoscenza non debba essere frammentata in compartimenti separati, ma vissuta come un’esperienza unitaria.

Infine, credo profondamente nel valore del tempo e dello studio approfondito. Le cose davvero importanti richiedono pazienza, dedizione e un lavoro lento, costruito giorno dopo giorno.

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